Alla pari degli sms, anzi ancor di più, Twitter mette di fronte a scelte linguistiche talvolta non banali: 140 caratteri non sono pochi, ma non sono poi così tanti. La sintesi diventa un must, e di sicuro in questo contesto gli anglofoni sono più fortunati di noi avendo a disposizione un lessico in tanta parte monosillabico mentre Dante, Petrarca e Boccaccio ci hanno lasciato in eredità una lingua più prodiga di sillabe e più orientata all’analisi che alla sintesi.
L’argomento dunque dovrebbe interessarci da vicino: recuperare qualche carattere da un link può servire a rendere il resto del messaggio meno criptico (e a evitare gli scempi adolescenziali a base di “k”). Esistono decine di siti che offrono un servizio di url shortening, e non sarebbe né innovativo né utile elencarli tutti, dato che spesso condividono le stesse funzionalità e si differenziano solo per la maggiore o minore fantasia nel dominio.
Ma uno scenario particolarmente vasto si cela dietro al sempre più massiccio utilizzo di questi servizi, ricco di risvolti soprattutto per chi si occupa di marketing online ed è alle prese con la difficile misurazione dei risultati in ambito social media.
Fermiamoci un attimo a pensare: il link, elemento fondante di un ipertesto, è alla base del funzionamento di Internet, fa parte della sua ontologia per così dire. Google usa i link per determinare l’importanza relativa di un sito all’interno del sistema, mutuando dalla vita reale il meccanismo dell’interesse e della citazione, e matematizzandone il concetto di fondo all’interno del proprio algoritmo. Nel panorama sempre più esteso dei social media il link possiede però una serie di valori aggiunti che non considerare sarebbe limitante. Il meccanismo della condivisione, motore di ogni azione degli utenti sui social network, quando si esplica attraverso un link fa in modo che questo porti con sé informazioni qualitative essenziali: analizzare un link e il contesto in cui appare ci permette di capire:
- chi linka
- cosa viene linkato
- quando viene condiviso il link
- dove avviene la condivisione
- perché viene condiviso il link
- come viene proposto il link
Insomma abbiamo potenzialmente a disposizione le risposte alle famose 5W oltre a un’indicazione sul metodo di condivisione.
Il naturale next step che alcuni provider di accorciaurl (neologismo del sottoscritto
) hanno intelligentemente deciso di intraprendere è quello di permettere ai propri utenti di tenere monitorate queste variabili, dando accesso a una pletora di informazioni prima molto più difficili da ottenere.
Tra questi, awe.sm ha ricevuto credito da Techcrunch, che ha iniziato a usare il servizio (personalizzato!) di url shortening sul proprio stream Twitter. Awe.sm permette un’analisi più accurata della diffusione e dell’utilizzo dei propri link sul social web, integrandosi con Google Analytics e dando anche accesso a un sistema di API per lo sviluppo di strumenti di analisi e reporting personalizzati.
Non ancora resa pubblica, un’altra applicazione offrirà a breve le medesime funzionalità, offrendo però un pannello unico per la visualizzazione dei risultati, comprendente una serie di metriche ad hoc, che possono tornare utili nella fase di reportistica verso il cliente (es. l’indicazione di una percentuale di completamento della campagna, basata su parametri-obiettivo precedentemente impostati – come “attrarre 1000 click dal Giappone”): si chiama Peashoot, e potete sbirciare tra gli screenshot di anticipazione sul blog del suo creatore.
Fare di necessità virtù sembra la nuova opportunità da cogliere in quest’ambito, e di sicuro può essere utile a chi si impegna a individuare metriche credibili e solide per clienti giustamente sempre più informati.
Voi quali servizi usate? Sentite il bisogno di funzionalità di livello superiore oltre al semplice risparmio di caratteri?


(3 votes, average: 4,00 out of 5)



maggio 6th, 2009 alle 14:11
e dei backlink persi (e guadagnati dai servizi) ne vogliamo parlare?
maggio 6th, 2009 alle 14:23
Ottima analisi. E ottima l’osservazione di Marco Cilia.
Personalmente – pur sapendo dei limiti che questo comporta – uso principlamente il ‘mio’ accorciatore di url.
Non ha moltissime funzioni (tracciabilità quasi zero, per esempio) ma almeno posso controllare – anche nel futuro – l’esito e il destino dei centinaia di url accorciati mentre twitto.
Poi – almeno finchè lo uso io e pochi altri – non ho problemi di server ed è – mi sembra – stabile ed efficace.
Insomma, è una ’soluzione’ povera e autarchica, ma mi diverte molto.
Per approfondire il discorso ottimo iniziato da Fabio mi permetto (spero di non fare cosa sgradita) di segnalare uno studio fatto da Sullivan di recente.
http://searchengineland.com/analysis-which-url-shortening-service-should-you-use-17204
E’ un’analisi tecnica dei principali servizi di shortening.
maggio 6th, 2009 alle 14:54
@Marco Cilia
quello di sicuro è un tema importante dal punto di vista strettamente SEO…ma alcuni servizi, come cli.gs, fanno anche lo sforzo di applicare redirect 301
@seoguru
grazie per la segnalazione, interessante in effetti.
Solo una precisazione “il discorso ottimo iniziato da Fabio“, l’articolo è di Marco Pezzano
maggio 6th, 2009 alle 18:06
@Fabio: è un onore vedere che i miei articoli vengono confusi coi tuoi
@seoguru: grazie della segnalazione, rilancio con questa:
http://mashable.com/2008/01/08/url-shortening-services/
@Marco Cilia aka Tambu: per quanto riguarda Awe.sm cito Jonathan Strauss di Snowball Factory, la società che ha sviluppato il servizio: “all awe.sm (and awe.sm-powered) URLs are 301s. So all search engine juice passes to the destination page.”
Loro sono un servizio freemium (paghi 99$/anno per il dominio custom), penso quindi che puntino più che altro a guadagnare da quello, senza badare ai backlinks.
Ciao!
maggio 7th, 2009 alle 1:46
Scusami Marco. E’ che ero arrivato qui da una twittata di Fabio.
Ma credo che Tambù si riferisse ai link che saltano nel momento in cui servizi di livello internazionale (come tinyurl e i principali) devono gestire trilioni di redirect.
Non è tanto raro scoprire che – tra un update e un repulisti – dei vecchi link tinyurlificati siano saltati.
Ne parla (citando finanziamenti e finanziatori dei principali tool) proprio Sullivan in quell’articolo che ti citavo. Cioè il fatto che per ragioni di ‘costi’ i servizi che non riescono a trovare fondi in qualche modo sono quelli più ‘a rischio’, per quanto riguarda la sopravvivenza dei nostri link ‘nel lungo e medio termine’.
301, senza dubbio.
Pochissimi fanno 302, e vanno evitati come la peste (sempre Sullivan si è occupato di controllare i vari servizi..).
maggio 7th, 2009 alle 16:22
Ciao Marco,
post molto interessante (anche se un po’ difficile da rendere in spagnolo, ndr).
Io ho sto usando da un po’ di tempo Bit.ly e proprio oggi, prima di commentare il tuo post, ho avuto modo di leggere questo interessante articolo. http://bit.ly/d4qWV (Twitter crowns Bit.ly as the king of short links)
Sposo completamente quanto dice nell’articolo James Governor “is that it’s not a URL shortener, it’s a trend management and metrics platform.”. Da provare
maggio 8th, 2009 alle 11:53
Ciao,
mi aggiungo con le segnalazioni con un paio di ottimi accorciaurl molto utilizzati in twitter, completi di statistiche:
- http://bit.ly/
- http://cli.gs/
maggio 10th, 2009 alle 16:24
A proposito di url shortening: http://url.so-smart.be/ … un’idea geniale!
maggio 10th, 2009 alle 16:31
@flavia
haha ottimo esempio di “lateral thinking” applicato al web marketing
settembre 29th, 2009 alle 12:56
altro sito con servizio di short url : http://www.pakag.it
dicembre 16th, 2009 alle 12:58
Ottima analisi. E ottima l’osservazione di Marco Cilia.