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L’utopia del consumer centric

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L’utopia del consumer centric


Comunicazione

Un pò di tempo fa mi sono imbattuta in un post dal titolo Companies Ignore Customer Feedback, Fail to Track WOM, un’affermazione che nasce in seguito alla ricerca Giving Customer Voice More Volume effettuata dal CMO Council su 480 marketers.

Secondo l’indagine il 38% degli intervistati hanno asserito che l’azienda per la quale lavorano non ha programmi idonei al tracciamento e alla propagazione del passaparola positivo tra consumatori e solo il 29% reputa la propria azienda capace di occuparsi e risolvere problemi e lamentele.

Cosa impedisce alle aziende di occuparsi dei consumatori?

non vedo, non sento, non parlo Il vero problema risiede nel valore che ancora oggi le realtà aziendali attribuiscono al consumatore e alla soddisfazione dei suoi bisogni. Porre al centro del proprio processo decisionale i consumatori quindi ascoltare e rispondere ad osservazioni e lamentele è ancora visto come un problema da risolvere e non come un’opportunità per trasformare esperienze negative in vantaggio competitivo. L’azienda è un sistema che non può vivere senza rapportarsi con l’ambiente esterno, senza il quale non può infatti esistere. Le infinite possibilità che oggi permettono ai brand di conversare e comprendere il mercato andrebbero quindi non solo colte al volo ma anche costruite.

Purtroppo l’indagine rivela viceversa che delle aziende prese in esame:

  • solo il 38% raccoglie l’opinione dei consumatori nelle situazioni in cui è coinvolto;
  • solo il 32% cerca di convertire i problemi in nuove opportunità di vendita e solo il 15% introduce nuovi prodotti e servizi come ulteriore occasione per monetizzare le relazioni;
  • solo il 17% sfrutta i momenti di interazione col consumatore per individuare e coltivare possibili sostenitori del brand.

conversazioneIl tutto nonostante i marketers intervistati conoscano e valutino importante l’esperienza vissuta dal consumatore. Ben l’83% ritiene infatti ”essenziale” o “sempre più importante” che i consumatori divengano difensori del brand. Inoltre se l’84% dei marketers sostiene che l’esperienza postiva vissuta dal consumatore ed il passaparola generato abbiano aiutato il brand a crescere, il 44% ha ammesso che esperienze molto negative hanno compromesso il proprio brand.

Un’occasione mancata

Nonostante ci sia piena consapevolezza  dell’importanza del consumatore e della centralità delle esperienze da lui vissute, le aziende non riescono a cambiare filosofia e ad organizzarsi seguendo un modello di business consumer centric, continuando a non sfruttare apieno le opportunità che una buona reputazione può apportare al brand.

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L’economia della reputazione

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L’economia della reputazione


Social Media Marketing

Tra le forme di collaborazione che il web 2.0 ci mette a disposizione, opportunità concrete ed attualissime per chi le sappia capire profondamente nei principi e poi cogliere nella pratica, c’è un meccanismo dal significato che va ben al di là del passaparola. Sto pensando al meccanismo delle review e dei rating.

Lo chiamerei “chi cerca bene, trova anche le garanzie”. In pratica l’incontro di domanda e offerta che da sempre caratterizza tutti mercati, si realizza in nuovi modi.

Identità e reputazioneUna spinta sociale sempre più forte fa sì che le due curve (domanda e offerta appunto) si incrocino non solo sul piano a due dimensioni dove il prezzo e la quantità mettono d’accordo chi offre e chi compra, ma anche su un terzo piano dove la reputazione, un’ulteriore dimensione intangibile, le fa effettivamente incontrare.

Insomma, molto banalmente: tu potresti anche avere esattamente quello che cerco, nella quantità e qualità che voglio, al prezzo giusto per me, ma se qualcuno mi ha detto che sei un mascalzone difficilmente comprerò da te. Ognuno porta con sé un capitale di valori e di comportamenti socialmente apprezzabili, una reputazione sociale insomma, e questo influenza in modo determinante il suo potere contrattuale. Avrete visto le raccomandazioni su LinkedIn, per esempio. Si distinguono subito quelle formali, di pura cortesia, da quelle vere e sentite. L’importanza della reputazione non è certo una scoperta recente, ma il web 2.0 può agire su questa dimensione con effetti notevoli, molto evidenti e molto veloci anche per le grandi corporations, a causa della vasta partecipazione e socialità dei suoi strumenti. Ma la cosa ancora più interessante è che nascono nuovi modelli di business interamente basati su questo.

Questa idea di “capitale reputazionale” porta con sé molte implicazioni sia micro che macroeconomiche.

Per darvene un’idea vi cito gli studi di Adam Arvidsson.

Questo professore, che ho ascoltato recentemente, ha detto che “la prossima economia sarà un’economia etica non più basata sul lavoro, come è stata l’ultima economia capitalistica, ma sull’abilità di costruire relazioni sociali eticamente significative” E ha raccontato che sono in corso esperimenti su modelli di ethical economy in cui i “key stakeholders” delle aziende danno una serie di ratings, e questi contribuiscono a formare un indicatore complessivo del “valore etico-sociale” di quell’azienda, che diventa così un vero indicatore di performance, in quanto tale continuamente mobile. L’impatto ambientale sarà decisamente tra questi ratings.

Qual è il valore aggiunto di una marca in questo momento storico in cui i consumatori stessi producono? E’ il valore (etico) della relazione, è la costruzione di relazioni sostenibili in una comunità produttiva che si riunisce intorno a dei valori. Quei valori diventano la loro motivazione principale a partecipare allo scambio.

E gli attori che forniscono le risorse e le capacità per aggregare le comunità che creano questo capitale di scambio, creano a loro volta valore (economico). Questi sono dunque nuovi modelli di “economia reputazionale” e non sono utopie, sono già tra noi.

Tutto ciò mi sembra veramente affascinante.

Ma tornando a noi utenti: ovviamente l’esempio più famoso di questo meccanismo nel web è eBay. Ma date un’occhiata qui, per esempio: Couch surfing – a better world, one couch at a timemette in contatto chi vuole viaggiare low cost saltando da un luogo all’altro, con chi offre un posto sul suo divano. Grazie al sistema di rating, più guadagni reputazione, più ti sarà facile viaggiare.

Partendo da queste considerazioni e pensando all’importanza dei ratings ho accolto con particolare interesse un paio di segnalazioni recenti, anche perchè si tratta di servizi molto utili per noi genitori.

A Cercatata ho suggerito di dotarsi quanto prima di un sistema di review, che riproduca appunto la ricerca condotta offline: passaparola, e referenze.

Susan BoyleDunque, concludendo: quando un Marketing Manager o il titolare di un bar si pone come obiettivo “il passaparola sul web” non ha detto un bel niente. Non ha soddisfatto il primo requisito che deve avere un obiettivo per costruirci sopra un piano: essere specifico. Tutti vogliono il passaparola, ma di che tipo? “positivo” “voglio che parlino bene di me” Ehm sì, grazie tante. Ma di cosa vuoi che parlino, con quali valori vuoi coinvolgerli, e con quali meccaniche? (per favore smettetela di dire “ingaggiarli”, engage vuol dire coinvolgere, non ingaggiare. Ingaggio una comparsa in un film o un killer per una cognata, non una persona di cui ho bisogno di conquistare e mantenere la fiducia). Insomma: quale capitale reputazionale vuoi incrementare e con quali strategie? Se il vostro prodotto o servizio può trovare un terreno fertile nelle review degli utenti, il mio consiglio è di sfruttare questa opportunità al massimo, dal semplice rating al racconto dettagliato dell’esperienza che si è vissuta. (I viaggi ne sono un classico esempio).

Se avete dei bei casi di attività web basate sulle review dei clienti che creano capitali di reputazione, segnalatemeli (ce ne sono tanti, ma ditemi quali vi hanno colpito di più).

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Real time Search Engines: il futuro della ricerca online

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Real time Search Engines: il futuro della ricerca online


Social Media Marketing Web Marketing

Recentemente ho letto un post interessante, che mi ha fatto riflettere: “Google dovrebbe offrire un miliardo di dollari per comprare Twitter”. Nell’articolo si elencano ben cinque validi motivi per cui Google dovrebbe approfittare dell’attuale congiuntura per acquisire TwitterTwitter and Real Time Search EnginesL’aspetto più interessante a mio avviso è dato dalla consapevolezza, da parte dell’autore, che

il ciclo di prodotto degli attuali motori di ricerca sta arrivando alla sua fine (liberamente tradotto, NdR)

e che è imminente l’esplosione di tutti quelli che possono essere considerati i real time search engines.

Con la capillare diffusione della rete (e verosimilmente, quando i nostri politici smetteranno di legiferare su cose che non conoscono, riusciremo a connetterci da un qualsiasi bar mentre prendiamo un caffè) credo si andranno a delineare tre differenti livelli di ricerca.

1. Primo livello: la ricerca istantanea

I real time search engines rappresentano a mio avviso il futuro della ricerca d’impulso, finalizzata alla soddisfazione di un bisogno che non è stato precedentemente preso in considerazione.

G1 AndroidMi riferisco ad esempio all’acquisto di un bene non eccessivamente costoso, quale potrebbero essere i capi di abbigliamento, il cibo, come anche alla scelta tra un ristorante piuttosto che un altro.
Avere un gruppo di followers, magari già accuratamente suddivisi per interessi e peculiarità (cosa già possibile ad esempio con Twitly), in grado di ricevere tweets in qualsiasi momento (testo, voce o video), magari anche nel loro telefonino, sarà una delle chiavi in grado di decretare la finalizzazione o meno di una propensione all’acquisto. Questo tipologia di ricerca, connessa alla facilità di diffusione delle informazioni, avrà un notevole impatto sul prezzo dei prodotti in vendita, che tenderà ad equipararsi all’offerta più bassa.

2. Secondo livello: la ricerca dilazionata

In questo gruppo farei rientrare le ricerche che molto probabilmente si effettueranno da casa e riguarderanno tipologie merceologiche equivalenti o superiori a quelle interessate dalla ricerca istantanea.

In questo secondo caso però le persone non vivranno l’acquisto come un impulso ma potranno ragionare dinanzi al proprio computer per scegliere, anche e soprattutto sulla base delle altrui esperienze, la strada migliore da percorrere. In questo senso mi sento di riprendere quanto già sostenuto precedentemente e affermare che la parte del leone lo faranno i siti di social networking come Facebook o di comparazione dei prezzi.

3. Terzo livello: la ricerca complessa

In questo gruppo vedo ancora Google come protagonista indiscusso, al quale mi sento di affiancare alcuni motori di ricerca specifici come Scirus (lo adoro), metamotori (Metacrawler su tutti) oltre che la già affermata Wikipedia. Le ricerche in questo caso saranno più approfondite, mirate ad esaudire, anche nel tempo, una necessità, o raccogliere un’informazione completa.

Verso quale futuro?

Veniamo alle possibili implicazioni di uno scenario di questo tipo:

  1. Parola d’ordine reputazione, e non solo di chi vende ma anche di chi offre suggerimenti. Se qualche aspirante personal shopper è online drizzi le antenne: creare un gruppo capace di twittare buoni consigli a chi si trova a fare shopping potrà essere uno dei lavori più promettenti nel futuro prossimo.
  2. Per chi si occupa di marketing on/off line e brand reputation… sarà una bella sfida: diventerà fondamentale la trasparenza prima di tutto, perchè sempre più spesso ci troveremo in un circuito che si auto-alimenta, e ogni errore rischierà di essere fatale!
  3. E per Fabio e tutti gli uomini del SEO? Lascio a voi la parola, credo che l’argomento si presti ad ogni tipo di commento e considerazione.

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Il Mulino Bianco e il Marketing della Conversazione

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Il Mulino Bianco e il Marketing della Conversazione


Social Media Marketing

Giuliana, compagna di avventura conosciuta nella blogosfera durante il mio percorso da neofita, logo_mulino_bianco con cui condivido sia la passione per i temi femminili che quella per il Web Marketing, mi segnala un’iniziativa di Marketing dell’Ascolto di un Brand del largo consumo.

Si tratta addirittura del Mulino Bianco: una vera e propria icona nazionale che “lancia il primo progetto italiano di cogenerazione di idee“.

Nel Mulino che Vorrei

Innanzitutto il nome: “nel Mulino che vorrei”, non così attraente ma sufficientemente chiaro in quello che si propone, cioè ascoltare i desideri della gente.

Gli obiettivi suonano come una dichiarazione di principio molto seria:

Noi vogliamo essere sempre più vicini alle tue esigenze e migliorarci nelle direzioni che ci indicheranno i consumatori. E ci adopereremo per rendere realtà le idee migliori proposte.

La meccanica è questa: gli utenti sono invitati a proporre liberamente le loro idee nelle categorie

  1. prodotti
  2. promozioni
  3. confezioni
  4. impegno sociale e ambiente (per un consumatore sempre più attento agli aspetti etici e sociali delle attività delle aziende, questo non può mancare)
  5. altro

Le idee vengono commentate e votate, e le idee migliori verranno realizzate. Molto carino, nel banner del sito, lo scorrere delle ultime frasi/slogan postate dai lettori. Alcune sono banali e sdolcinate, ma sono vere e non opera di un pubblicitario professionista.

Dopo la raccolta e la sistematizzazione delle idee, l’implementazione segue un processo un po’ lungo e faticoso, ma mi rendo conto inevitabile. Si fa un po’ fatica a seguire le varie fasi e i metodi di selezione delle idee, ma l’importante è che che ci sia un impegno dell’azienda a realizzarle.

Il Blog del progetto merita di essere seguito, speriamo che venga riempito di contenuti interessanti e divertenti “dietro le quinte”. Il primo post del Direttore Marketing che vara il progetto indulge a tratti in qualche piccolo (ma perdonabile) eccesso di celebrazione, il secondo post del Digital Team che “ha fatto notte nel lavorare con le tante risposte ricevute” mi suona molto autentico.

mulino_bianco_betaSpero che gli utenti utilizzino numerosi il Blog per lo scopo che dovrebbe avere: dare commenti al Team sull’iniziativa in sé, farli divertire, e contribuire al suo miglioramento continuo. Finora non ci sono commenti… forse è presto, e forse il blog dovrebbe essere promosso meglio come uno strumento chiave del progetto.

La mia impressione è che concetto e intenti siano ottimi, l’esperimento è ben pensato e ben preparato, il tutto è così interessante che merita di essere coltivato e sviluppato dedicandovi molto tempo.

Speriamo solo che il management non si faccia prendere dalla tipica ansia di concludere: allora? gente che fa notte per cosa? costi extra, per quali ritorni? Mentre i ritorni di immagine si misurano sul (molto) lungo periodo, il rischio è che in tempi di crisi gli orizzonti, al contrario, si restringano.

I miei (modesti) suggerimenti

Una voce più umana e vicina alla gente. Esiste un Tutor, di nome Daniele, che si presenta così:

Ciao, mi chiamo Daniele e sono a tua disposizione per aiutarti Nel Mulino Che Vorrei.
Da diversi anni mi occupo di comunicazione e di social networking. Amo leggere e ascoltare musica e mi ritengo un attento osservatore di tutto ciò che di nuovo accade in rete. Mi aggiro curioso tra blog e siti in cerca dei trend più interessanti.

Personalmente avrei preferito una… donna, non troppo giovane, che non parlasse di social networking, blogs e cool hunting, cose che ad alcuni possono risultare ancora ostiche. Una signora, Emma, che magari lavora in Barilla da 20 anni e si è sempre interessata alla relazione con il pubblico; lì per ascoltare e non solo per dare assistenza tecnica. Non me ne voglia Daniele, ma un giovane che ha tutta l’aria di essere un consulente esterno esperto di Web, non è la stessa cosa.

Un linguaggio più emotivo e soprattutto più terra terra. Un esempio: “La partecipazione è spontanea e si basa sulla pariteticità della relazione”, questa la capiamo solo noi addetti ai lavori, evangelist del Cluetrain Manifesto, no? Peccato nascondere dei concetti così innovativi dietro a un linguaggio a volte un pò politichese. Piuttosto fatemi degli esempi concreti di come un consumatore ed un’azienda possano dialogare.

Un programmino di incentivi non sarebbe stato male. Chi partecipa ha come interesse un desiderio, un bisogno, un’idea che vorrebbe che Mulino Bianco realizzasse. Le community online hanno come incentivo alla partecipazione la gratificazione personale, questo è certo. Ma proprio per questo un premio per le idee più votate, indipendentemente dalla loro realizzazione finale oppure no, ci sarebbe stato bene.

mulino-che-vorrei Infine, un paio di avvertimenti: i tempi del progetto sono un po’ lunghi. Anche 24 mesi per un nuovo biscotto. Come mantenere vivi la partecipazione e l’interesse mentre l’azienda seleziona e decide? Non so se lo stato di avanzamento sarà sufficiente.

Inoltre la pronta realizzazione delle idee migliori è indispensabile, è il cuore dell’idea, sarà la prova tangibile che questa non è solo un’altra forma di pubblicità, ma un’iniziativa vera, tale per cui qualcuno potrà dire al supermercato: “Vedi questa confezione viola biodegradabile? E’ stata un’idea mia!”. Meglio realizzare qualcosa di molto piccolo, ma subito, altrimenti il rischio è la percezione di non mantenere la parola, con conseguenze ovviamente molto negative per la credibilità della marca.

Stiamo a vedere!

mulino_bianco02Il Team Mulino Bianco avrà sicuramente la sua strategia e la seguiremo con attenzione. La mia sarebbe quella di salire velocemente i gradini della scala dell’engagement: per ora stanno ascoltando, ma presto dovrebbero conversare, e infine con i primi lanci di prodotti crowd-sourced, coinvolgere una vera e propria community di appassionati in una relazione duratura.

Comunque vada, complimenti: benvenuti nell’era del Marketing della Conversazione e buon viaggio, amici di Barilla. Se anche le Mamme ipercritiche e  fieramente contrarie alle merendine apprezzeranno lo spirito del progetto e cominceranno a postare contributi costruttivi, vorrà dire che avrete iniziato con il piede giusto.

Infine, per approfondire, ecco una presentazione su slideshare riguardo al progetto del Mulino:

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Co-creare valore coi social media

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Co-creare valore coi social media


Social Media Marketing

A circa vent’anni dalla nascita del Web la sfida che le marche devono porsi è trasformare i propri “siti vetrina” in luoghi per la co-creazione di valore.

Perchè è necessario?

In un mercato evoluto come il nostro, il brand management non può più permettersi di prendere decisioni unilateralmente, deve ascoltare e collaborare. Le marche necessitano quindi di costruire luoghi nei quali conversare coi propri consum-attori.  Il Web, piattaforma democratica che annulla tempi e distanze, si domostra l’unico strumento capace di mettere in relazione marca e utenti a livello globale. Un personal media disponibile 24 ore su 24 da qualsiasi dispositivo connesso.

Come agire?

E’ in questa direzione che i social media vanno sfruttati. Spazi nati per rispondere ad esigenze dell’utente come trasparenza, interazione e coinvolgimento, e attraverso i quali i brand sono in grado di:

  • verificare la soddisfazione degli utenti;
  • capire le esigenze dei consumatori;
  • testare il lancio di prodotti, servizi e campagne di comunicazione;
  • chiedere pareri:
  • lanciare concorsi;
  • offrire servizi aggiuntivi;
  • organizzare eventi;
  • osservare le conversazioni tra utenti;
  • aumentare il brand engagement.

Veri e propri strumenti di marketing che consentono di realizzare un’analisi SWOT del brand evidenziandone punti di forza, debolezza, opportunità e minacce, ma anche luoghi adatti al coinvolgimento dei consumatori col mondo della marca. Strumenti che l’azienda deve imparare ad utilizzare anche per seguire l’evoluzione del mercato e non trovarsi a compiere passi falsi come è capitato a molti brand tra cui, di recente, la Mosaico Arredamenti.

Il web è conversazione, i brand non possono evitare che si parli di loro, viceversa devono saper sfruttare questa peculiarità della Rete a proprio vantaggio. Comprendere le logiche del web 2.0 non è semplice se non le si “vive”.

In conclusione

social mediaA fronte delle nuove esigenze del mercato i social media diventano un mezzo di cui le marche hanno bisogno per sopravvivere e non uno strumento aggiuntivo da sfruttare all’occorrenza. Le relazioni necessitano di tempo ed attenzione per nascere, crescere e maturare. I brand devono comprendere le potenzialità di un asset come il capitale relazionale: un investimento di risorse continuo ma dilazionato, che permette alla marca di creare la propria reputazione online collocando se stessa in una posizione avvantaggiata rispetto sia alla concorrenza, sia all’andamento del mercato.

Il grafico a lato illustra i flussi comunicativi in un mercato come il nostro dove ai traditional media si sono aggiunti i social media, sottolineando l’importanza delle conversazioni che nascono su una piattaforma democratica come la Rete.

Un territorio attivo ed energico che i brand devono imparare ad “abitare”.

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Perchè gli User Generated Content

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Perchè gli User Generated Content


Social Media Marketing

La scorsa settimana abbiamo pubblicato un post riguardo alla profittabilità degli user generated content (contenuti creati dagli utenti stessi, piuttosto che da una redazione) giungendo alla conclusione che per ottenere il massimo potenziale dagli UGC, marketers e autori devono venirsi incontro, i primi rischiando di più e i secondi creando ambienti rassicuranti nei quali sia più facile investire i propri soldi.

user_generated_contentDai commenti al post è però emerso anche un altro problema legato agli ugc ovvero il criterio con cui i brand, o chi per loro, si approcciano a questo nuovo tipo di contenuti.

Per capire meglio vantaggi e svantaggi legati agli investimenti in user-generated content ritengo innanzitutto importante  differenziarli  in due macro-categorie:

  1. inserzioni pubblicitarie all’interno di piattaforme ugc come blog e social network;
  2. sollecitazione alla produzione di ugc inerenti il brand.

1. Inserzioni pubblicitarie all’interno di piattaforme ugc

La prima possibilità non è altro che la semplice trasposizione online di quanto avviene per i media tradizionali. Le differenze più importanti riguardano la possibilità di apparire in ambienti altamente contestualizzati, di pagare prezzi più contenuti e di valutare con precisione i risultati delle proprie campagne. D’altro canto gli svantaggi sono quelli già citati nel mio post precedente, riassumibili in minore professionalità, controllo ed utenza.

Pagare per far apparire la proprie inserzioni pubblicitarie vicino agli user-generated content può essere un metodo efficace per portare traffico qualificato al proprio sito, ma se questo sistema permette di realizzare obiettivi di breve termine, raggiungibili anche con altri strumenti di comunicazione, il secondo approccio è difficilmente replicabile.

2. Sollecitazione alla produzione di ugc inerenti il brand

utente20Coinvolgere gli utenti nella produzione di contenuti è una strategia ad elevato valore relazionale, capace di rispondere sia a nuove esigenze del consumatore come partecipazione, interazione e trasparenza, sia a nuove necessità che per ovvia conseguenza hanno i brand. Gli ugc permettono infatti all’azienda di mettere la propria marca nelle mani degli utenti, di capire la percezione esterna del brand e di assumere punti di vista differenti dal proprio ma soprattutto di coinvolgere, aprirsi al dialogo ed instaurare rapporti sempre più profondi, tanto da trasformare i clienti in ambasciatori del brand.

Ogni marca in base alla propria storia, natura ed esperienza potrà infatti ideare la strategia migliore da adottare per coinvolgere il proprio pubblico di riferimento. Esempi sono l’organizzazione di concorsi intorno a nuove idee di prodotto, la realizzazione di eventi incentrati sugli ugc pervenuti e i loro autori o inviti a prendere parte all’ideazione di uno spot. Attivare coinvolgimento e partecipazione non è però facile, soprattutto se paragonato alla semplice inserzione di messaggi pubblicitari a fianco di un contenuto. Le relazioni necessitano di tempo, attenzione ed impegno per nascere, crescere e maturare ma d’altro canto sono un investimento di medio lungo periodo, che può apportare alla marca vantaggi straordinari.

Conclusione

Concluderei quindi affermando che per il brand entrambe le possibilità sono valide ma che oltre ad avere scopi differenti, l’utilizzo degli ugc per fini relazionali è difficilmente rimpiazzabile con altri strumenti, diversamente da quanto accade per le inserzioni. E’ in questo senso che ritengo importante affidarsi agli user-generated content.

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La profittabilità degli User Generated Content

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La profittabilità degli User Generated Content


Social Media Marketing

Paul Verna, eMarketer senior analyst e autore del rapporto User-Generated Content: More Popular than Profitable, sostiene che nonostante i contenuti generati dagli utenti stiano riscuotendo un grande successo, questa loro popolarità non corrisponda ad un ritorno economico nè per i marketers, nè per gli autori.

Generated_Content_Creators

Perchè?

Se il pensiero comune è che gli user-generated content attirino tanta pubblicità quanto è il pubblico che l’editore riesce a raggruppare intorno a sè, in realtà ci sono alcuni fattori che sminuiscono queste aspettative:

  • l’imprevedibilità degli UGC e il conseguente rischio che rappresentano per i marketers;
  • l’assenza di standard e difficoltà legate alla misurazione dell’efficacia degli annunci pubblicitari negli UGC;
  • l’espansione dei maggiori siti di UGC all’interno di media professionali ed accreditati, quindi lo spostamento degli investimenti verso queste nuove tipologie di contenuti, considerate più sicure dagli inserzionisti;
  • la recessione globale, che ha portato diversi analisti e ricercatori, tra cui eMarketers stesso, a prevedere una diminuzione degli investimenti nell’online advertising, incluse le aree strettamente legate agli UGC come i video online e i social network.

Le capacità di produrre guadagno degli UGC, a fronte di quanto detto, non sembrerebbero molto alte, ma io non sarei così pessimista.

Come attenuare i problemi

Come sostiene anche Paul Verna alla fine del suo rapporto, per ottenere il massimo potenziale dagli user-generated content, marketers e autori devono venirsi incontro, i primi rischiando di più e i secondi creando ambienti rassicuranti  nei quali sia più facile investire i propri soldi.

Inoltre, per quel che riguarda l’insicurezza dei marketers, credo che sia l’esperienza, sia la grande quantità di UGC prodotti, permetta di trovare chi offre certezze e di diversificare i propri investimenti raggiungendo nicchie di pubblico differenti negli ambienti più adatti. Anche la misurazione dell’efficacia non mi sembra un grande problema in una piattaforma come il web che permette di ottenere feedback immediati e di registrare i comportamenti degli utenti. Infine, la recessione globale purtroppo sta investendo tutti i settori divenendo un problema comune: il nuovo AdPrice Index pubblicato da PubMatic, evidenzia già un calo negli ultimi mesi di prezzi e tariffe legate all’online advertising.

Credo quindi che il potenziale degli user-generated content sia tutt’altro che basso. Chi decide però di non limitarsi a scrivere per piacere ma di volerne fare un business, è necessario tenga un atteggiamento il più professionale possibile.

Fonti per l’approfondimento:

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Web e utenti spodestano Stampa e giornalisti

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Web e utenti spodestano Stampa e giornalisti


Comunicazione

Negli ultimi anni gli eventi straordinari che hanno investito il mondo sono stati raccontati non solo dai media mainstream ma anche da persone comuni presenti in quella specifica circostanza. Notizie dell’ultimo minuto e filmati che trovano nella Rete una via diretta e democratica per diffondersi. Una cronaca immediata, continua e realistica.

democrazia web2.0Lo sviluppo della tecnologia, sempre più mobile ed accessibile, offre alla maggior parte delle persone comuni, residenti in paesi sviluppati, la possibilità di raccontare  accadimenti attraverso testi, immagini, file audio e video. Facoltà che solo da pochi anni non è più prerogativa dei soli giornalisti.

Fin dall’inizio la Rete è stato un luogo democratico, dove chiunque può contribuire alla comunicazione e diffusione della conoscenza. Gli strumenti si fanno di volta in volta più semplici da utilizzare e più potenti: già da anni l’ampia diffusione dei blog, ed ultimamente l’offerta di sistemi ancora più veloci ed immediati da utilizzare, come il microblogging (Twitter, Jaiku) e i social networks (Facebook, MySpace), permettono a chiunque abbia qualcosa da raccontare di aprire un canale di comunicazione col mondo.
 

Eventi raccontati dalla Rete

L’attacco alle torri gemelle dell’11 settembre 2001 è stato il primo drammatico evento ad essere stato raccontato prima dai blogger che dagli “addetti ai lavori”. Persone comuni ma presenti sul posto che attraverso la Rete divulgano documenti e notizie da loro raccolti. Testimonianze che per il loro alto valore informativo ed emozionale vengono sempre più riprese anche dai media mainstream.

Come segnalato da politicaesocieta.blogosfere.it l’ultimo doloroso evento raccontato da persone comuni attraverso la Rete e i suoi ormai infiniti strumenti sociali, è stato l’attacco israeliano alla Striscia di Gaza. Racconti su Facebook di persone coinvolte sono stati ripresi anche dal Corriere della Sera e a riprova del sempre più importante ruolo che la comunicazione online sta assumendo, il Consolato di Israele ha lanciato su questo media una campagna di comunicazione per difendere le proprie decisioni. Avital Leibovich, responsabile della campagna di comunicazione digitale delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), ha infatti aperto un blog, un canale su Twitter ed uno su YouTube, affermando sul Jerusalem Post che  “The blogosphere and new media are another war zone. We have to be relevant there”.

Poster vittime dell'11 settembreUn’informazione, quella sulla Rete, veloce, immediata e multifonte. Un grande testo unico, un’opera aperta in cui ogni informazione è raggiungibile da qualsiasi punto di partenza. Su internet, i limiti legati ai tradizionali mezzi mediatici  scompaiono per dare spazio all’utente e alle sue esigenze: chi vuole informarsi non deve più stare agli orari, alla scaletta e ai tempi ristretti dei mass media, non ha limiti di conoscenza, può saltare velocemente da una fonte all’altra ed interagire con essa. Il tutto a costi limitatissimi. D’altro canto, anche chi scrive, è libero da obblighi e formalità insite nei tradizionali mezzi di comunicazione. Certo, per accedere alle informazioni in Rete è necessario possedere un supporto hardware ed uno software, ma su questo fronte i miglioramenti si registrano di giorno in giorno.

Può quindi il web rivelarsi il media più adatto alla diffusione di notizie?

Per quel che riguarda notizie dell’ultimo minuto direi proprio di si: velocità, immediatezza e accesso diffuso alla Rete permettono un’informazione aggiornata e multifonte. La stampa tradizionale, d’altro canto, si dimostra più adeguata agli approfondimenti: i testi lunghi  non sono adatti alla lettura a video e la loro impegnativa stesura implica il possesso di conoscenze e competenze tecniche non individuabili nell’utente comune.

La comunicazione diretta

L’informazione, come tanti altri settori, sta vivendo grazie al Web un processo di disintermediazione. I giornalisti, consapevoli di possibilità e criticità legate alla Rete, devono imparare ad evolvere con essa sganciandosi dai vecchi sistemi informativi. Il cambiamento, per l’impegno mentale che implica, viene spesso accusato di peggiorare le condizioni di vita delle persone coinvolte ma cambiare, nella maggior parte dei casi, significa creare nuove opportunità: l’importante è saperle cogliere.

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Fare soldi con i Social Networks?

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Fare soldi con i Social Networks?


Social Media Marketing Web Marketing

Nel corso dell’ultimo anno abbiamo visto in Internet una trasformazione in atto verso prodotti che incentivano il dialogo, l’interazione e la comunicazione molti-a-molti piuttosto che il classico uno-a-molti del broadcasting tradizionale. E tutti i segnali ci confermano che questa trasformazione non è che all’inizio: ogni giorno nascono nuovi progetti di piattaforme sociali, applicazioni web e servizi innovativi.

Alla fine però tutti questi progetti sono essenzialmente attività economiche, che per funzionare e prendere vita devono essere in qualche modo finanziate: hanno bisogno di soldi. I finanziatori da parte loro scelgono razionalmente le attività che presentano maggiori prospettive di crescita e di redditività.

Sia come sia, per quanto sia affascinante un’idea, se non riesce a trovare una forma di monetizzazione, è destinato a perire nel nostro crudo mondo competitivo e capitalista che non fa sconti a nessuno. Alla fine, è pur sempre una questione di soldi.

Se quindi da un lato fioriscono nuove idee interessanti, dall’altro ognuna deve dimostrare di essere profittevole, per reperire i mezzi necessari a nascere, espandersi e quindi maturare.

Come va quindi il web 2.0?

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Il potere dei consumatori online

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Il potere dei consumatori online


Comunicazione Social Media Marketing

Ultimamente si parla molto di web 2.0, più o meno a (s)proposito. Ognuno dice la sua, in varie forme, ma tutti sembrano concordi sul punto fondamentale: è nuovo, è bello, funziona. :-)

Personalmente, se da un lato per natura e per professione sono naturalmente attratto da tutto ciò che nuovo ed innovativo, cerco di tenere sempre i piedi ben piantati per terra. Il business non è fatto (solo) da entusiasmo: quando utilizzo uno strumento nuovo, mi piace avere dati concreti su cui basare le mie decisioni, e con i quali giustificarle al cliente.

Cos’è il web 2.0? Cito a questo proposito un video interessante che spiega in modo semplice in cosa consista in essenza (doppiato in italiano). Il web 2.0 è essenzialmente interconnessione, condivisione, contenuto, esperienza, rapporto.

Dalla teoria alla pratica: siamo sicuri che questi strumenti funzionino realmente o si tratta piuttosto solo di chiacchiere da markettari?

Quali dati abbiamo per confermarlo?

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