Promozione online con l’advertising a pagamento: entrano in gioco i Social Network. In questo guest post presentiamo un’analisi di Dario Ferrigato che analizza opportunità e differenze di due strumenti all’apparenza simili: Google AdWords e Linkedin DirectAds.
In ottica B2B e non solo, dimensioni sociali come Linkedin e nello specifico l’advertising a pagamento appaiono come opportunità da vagliare nella promozione di prodotti o servizi.
Personalmente, ritengo più efficaci le azioni non forzate ovvero l’utilizzo del mezzo social nella sua essenza; credo cioè che sia più interessante in uno spazio di contatti sfruttare logiche tipiche quali il passaparola o le aggregazioni per tema di interesse (gruppi…).
E’ un po’ come dire che in un motore di ricerca cerco di diventare “visibile” per posizionamento organico e non per un forzato annuncio di testo per il quale pago.
Posta tale premessa, ribadisco che comunque la pubblicità a pagamento su Linkedin va analizzata e, sfruttando la precedente analogia con i motori di ricerca, comparata con le classiche opportunità concesse da Google.
Chiamiamoli per nome: Google AdWords e Linkedin DirectAds. In realtà quest’ultimo non rappresenta l’intera offerta della piattaforma ma circoscrive un’opzione dedicata a chi ha a disposizione budget limitati e si vuole accontentare di soli messaggi testuali. Strumenti simili all’apparenza: la visualizzazione di un messaggio dalla lunghezza estremamente limitata, un link che rimanda al sito da promuovere, la possibilità di pagamento in base ad un minimo, anche se nella realtà non sufficiente, risultato ovvero il pay for click in un mare di impression.

Penso che le peculiarità di Adwords siano ben note a chi si interessa anche minimamente di advertising su web. Ritengo quindi, nel sottolineare le differenze fra i due strumenti, di dare enfasi alle singolarità di DirectAds:
Dico solo che sono argomentazioni non proprio inattaccabili. Che i contatti siano migliori è tutto da dimostrare e reputo che, volendo, dei meccanismi di variabilità in base alle richieste di mercato siano ipotizzabili. Penso ad esempio che sarebbe possibile far pagare in base a quanto è ricercato un certo target o bouquet di essi. Altre peculiarità:
In quest’ultimo punto ho cercato di raccontarvi la diversa filosofia che governa i due mezzi perchè credo che sia il reale valore che vi posso offrire. Penso di non sbagliare ad interpretare i pensieri di chi legge ponendo il quesito: chi è il migliore?
Voglio uscire anche dal solo linkedin per ragionare sulla generale offerta dei social network: pubblicità passiva sul target o advertising sulle richieste dell’utente?
Forse la risposta sta nel quanto è attinente il target scelto con quello enucleabile dallo strumento, ciò che so di certo è che quotidianamente osservo campagne AdWords offrire ottimi risultati pur in un costante trends di aumento dei cpc dovuti all’inflazionarsi del mezzo. Nuove strade sono necessarie…
Ma la via sarà quella dell’advertising sui social network?
dott. Dario Ferrigato
Consulente in marketing strategico, Senior consultant di ADVBOUCLE Strategic Minds
I social network offrono a tutti la possibilità di gestire un numero decisamente alto di contatti. Ma quanti di questi “amici” possono essere realmente definiti tali?
Il numero di Dunbar, meglio conosciuto come la regola dei 150, afferma che le dimensioni di una vera rete sociale sono limitate a circa 150 membri. Questo numero, calcolato attraverso studi di sociologia e soprattutto di antropologia, rappresenta una sorta di limite fisico superiore all’abilità media degli esseri umani di riconoscere dei membri e di tenere traccia degli avvenimenti emotivi di un gruppo. In alternativa il limite dei 150 potrebbe essere dovuto ad una motivazione di carattere sociale: una rete limitata permette di escludere i soggetti non collaborativi.
Seguendo quanto riportato dalla ricerca Social Networks that matter: Twitter under the microscope, uno studio sulle relazioni tra gli utenti su Twitter, la teoria non è più valida, ma solo perchè si presentano due condizioni:
La ricerca rivela infatti che se di follower e followees ce ne sono tanti, di amici, intesi come persone con le quali ci si è scambiati almeno due messaggi, ce ne sono davvero pochi. Questo implica l’esistenza di due diversi network: il primo molto fitto e formato da follower e followees e il secondo più rado e semplice, costituito da amici effettivi. Se chi ha più amici reali tende a twittare più spesso rispetto a chi ne ha meno, l’opposto accade a chi ha molti follower e followees che viceversa postano con minore frequenza rispetto a chi ne ha pochi.
Dall’analisi effettuata si può quindi sostenere che una connessione tra due persone non necessariamente implica un’interazione. Questa possibilità aumenta all’aumentare del numero di connessioni facenti capo ad una persona.
Un più alto numero di connessioni e di amici è quindi possibile solo a discapito del valore di quelle relazioni.
Una considerazone di cui noi tutti, in Rete, dovremmo tenere conto.
Recentemente ho letto un post interessante, che mi ha fatto riflettere: “Google dovrebbe offrire un miliardo di dollari per comprare Twitter”. Nell’articolo si elencano ben cinque validi motivi per cui Google dovrebbe approfittare dell’attuale congiuntura per acquisire Twitter.
L’aspetto più interessante a mio avviso è dato dalla consapevolezza, da parte dell’autore, che
il ciclo di prodotto degli attuali motori di ricerca sta arrivando alla sua fine (liberamente tradotto, NdR)
e che è imminente l’esplosione di tutti quelli che possono essere considerati i real time search engines.
Con la capillare diffusione della rete (e verosimilmente, quando i nostri politici smetteranno di legiferare su cose che non conoscono, riusciremo a connetterci da un qualsiasi bar mentre prendiamo un caffè) credo si andranno a delineare tre differenti livelli di ricerca.
I real time search engines rappresentano a mio avviso il futuro della ricerca d’impulso, finalizzata alla soddisfazione di un bisogno che non è stato precedentemente preso in considerazione.
Mi riferisco ad esempio all’acquisto di un bene non eccessivamente costoso, quale potrebbero essere i capi di abbigliamento, il cibo, come anche alla scelta tra un ristorante piuttosto che un altro.
Avere un gruppo di followers, magari già accuratamente suddivisi per interessi e peculiarità (cosa già possibile ad esempio con Twitly), in grado di ricevere tweets in qualsiasi momento (testo, voce o video), magari anche nel loro telefonino, sarà una delle chiavi in grado di decretare la finalizzazione o meno di una propensione all’acquisto. Questo tipologia di ricerca, connessa alla facilità di diffusione delle informazioni, avrà un notevole impatto sul prezzo dei prodotti in vendita, che tenderà ad equipararsi all’offerta più bassa.
In questo gruppo farei rientrare le ricerche che molto probabilmente si effettueranno da casa e riguarderanno tipologie merceologiche equivalenti o superiori a quelle interessate dalla ricerca istantanea.
In questo secondo caso però le persone non vivranno l’acquisto come un impulso ma potranno ragionare dinanzi al proprio computer per scegliere, anche e soprattutto sulla base delle altrui esperienze, la strada migliore da percorrere. In questo senso mi sento di riprendere quanto già sostenuto precedentemente e affermare che la parte del leone lo faranno i siti di social networking come Facebook o di comparazione dei prezzi.
In questo gruppo vedo ancora Google come protagonista indiscusso, al quale mi sento di affiancare alcuni motori di ricerca specifici come Scirus (lo adoro), metamotori (Metacrawler su tutti) oltre che la già affermata Wikipedia. Le ricerche in questo caso saranno più approfondite, mirate ad esaudire, anche nel tempo, una necessità, o raccogliere un’informazione completa.
Veniamo alle possibili implicazioni di uno scenario di questo tipo:
Da quando il web ha scoperto i social network si sono moltiplicate le proposte per gli inserzionisti, facendo leva sul presunto engagement e sulla granularità delle informazioni a disposizione sugli utenti.
Ammesso e non concesso che ciò sia vero (e recentemente ho avuto modo di dire la mia sull’arrivismo dei marketers in proposito), noto che vanno diffondendosi i network pubblicitari dedicati ad applicazioni e widget per Facebook e compagnia.
Tra questi il più popolare è probabilmente RockYouAds, divisione di RockYou, azienda Californiana che oltre a realizzare per conto terzi applicazioni brandizzate con cui gli utenti di Facebook, Myspace, Bebo e simili dovrebbero dilettarsi e/o abbellire il proprio profilo online, sfrutta la grande diffusione delle proprie applicazioni rivendendo spazi pubblicitari all’interno di queste, oltre a proporsi come mediatore tra gli inserzionisti e gli sviluppatori che vogliono monetizzare i propri prodotti per il social web.
Nulla che non esistesse già nel “web 1.0″, certo, e di fatto il business model è lo stesso, se vogliamo considerare le applicazioni Facebook come dei mini-siti. Ma dato l’hype che circonda i social network, RockYouAds può permettersi di sciorinare cifre non indifferenti per quanto riguarda il potenziale di impression: oltre 600 milioni al giorno a loro dire.
Stando a questi numeri, anche i CTR molto bassi che alcuni inserzionisti lamentano sui social network diverrebbero una discreta fonte di traffico (tralasciamo le valutazioni sulla qualità).
Volendo considerare Facebook, inoltre, gli annunci presenti all’interno delle applicazioni avrebbero un paio di punti di vantaggio rispetto ai Facebook Ads (gli annunci venduti direttamente da Facebook): innanzitutto la posizione, non limitata alla barra laterale a destra che pare essere vittima di una banner blindness da manuale; ma soprattutto quel coinvolgimento di cui tanto si vocifera e che solo canalizzando l’attenzione dell’utente per mezzo di un’applicazione/esperienza si può pensare di creare.
Se qualche tempo fa riflettevamo su quali fossero i metodi per fare soldi con i social network, i social ad network potrebbero essere una delle opzioni da considerare.
Ormai nessuno che lavori nel campo del web marketing sottovaluta il potenziale dei social networks. Sulla scia del successo di alcuni noti come LinkedIn, Xing, Facebook, vediamo nascere ogni giorno iniziative “social” più o meno brillanti.
Il campo si fa affollato e la competizione cresce. E’ difficile (e anche non troppo utile) aprire ora un social network generalista, dal momento che il punto critico è proprio riuscire a distinguersi dalla massa, offrendo un vantaggio concreto: ne abbiamo tutti abbastanza dei form da compilare, non vogliamo un altro (ennesimo) profilo.
A mio parere (supportato da pareri di nomi più illustri
) per riuscire è necessario avere le idee chiare e focalizzarsi in un ambito specifico.
Per fortuna in molti l’hanno già capito, e anche in Italia ci sono alcuni begli esempi di successo. Vogliamo segnalare un social network nato da poco e dedicato ai professionisti del mondo della comunicazione: www.link2me.it. E’ online da circa un anno e si propone come punto di riferimento per i consulenti del settore, utile per trovare nuove opportunità lavorative, condividere le proprie competenze e mettere in piedi progetti collaborativi.
La caratteristica maggiormente interessante del portale è il marketplace: qui i potenziali clienti possono pubblicare richieste e bandi di gara, e i professionisti possono a loro volta candidarsi per i vari progetti, costituendo anche, in caso, delle cordate per progetti più complessi.
Di recente ho conosciuto Jacopo Modesti, creatore del progetto Link2me, e ho pensato di fare cosa utile segnalando questo suo interessante progetto ai lettori del nostro Online Marketing Blog. L’idea può essere utile non solo per connettere gli operatori del settore, ma anche, grazie al citato marketplace, a raggiungere clienti e “formare il mercato”, con una informazione chiara e condivisa sui prezzi e sui requisiti di qualità richiesti dai progetti.
A discapito di quanti pensano di guadagnare sfruttando il fatto che Internet è ancora un mezzo (purtroppo) poco conosciuto da parte di molte aziende, e fare soldi sulla disinformazione. Auspico che progetti come questo ci aiutino a creare un mercato migliore, più consapevole e genuinamente competitivo.
Anche chi non usa abitualmente la Rete ha sentito parlare almeno una volta di Myspace e Facebook (quest’ultimo in Italia ha fatto registrare un notevolissimo +961% di traffico nel corso degli ultimi 12 mesi). Due social network che, permettendo agli iscritti di entrare in relazione e condividere ogni genere di contenuto, hanno ottenuto altissima risonanza.
Possono essere un valido strumento da implementare all’interno del communication mix di un brand?
L’indagine condotta da Epsilon lo scorso ottobre rileva che il 55% dei CMO, Chief Marketing Officers, afferma di non essere interessato (22%) o di non essere per niente interessato (33%) a questo social media, mentre solo il 10% degli intervistati ha risposto di utilizzare i social network per promuovere il brand per cui lavora.
D’altro canto però il 27% dei CMOs riconoscono nei social network e nel passaparola un grande potenziale comunicativo e il 12% di coloro che già ne fanno uso affermano essere l’ultimo mezzo cui rinuncerebbero in vista di tagli al budget.
Viene quindi da pensare che il basso utilizzo di questo media nella promozione dei brand sia legato ad una iniziale difficoltà d’impiego del mezzo.
Esistono sostanzialmente due modalità di utilizzo dei social network. La prima, più scontata, sfrutta le pagine altamente profilate degli iscritti per far apparire a fianco dei contenuti link sponsorizzati e banner, trasferendo il tradizionale sistema pubblicitario delle inserzioni sul web. La seconda, viceversa, consiste nel far proprie logiche e potenzialità del mezzo facendo leva sulla viralità dei contenuti e le infinite possibili connessioni tra utenti.
Per sfruttare le alte capacità relazionali del mezzo è indispensabile seguire la seconda strada. Un percorso ancora poco battuto, che se da una parte è aperto alle più fantasiose strategie dei markettari, dall’altra richiede notevoli capacità comunicative e relazionali. Saper incuriosire e coinvolgere utenti impegnati in “conversazioni” coi propri “amici” è un’attività piuttosto complessa.
Tornando alla ricerca, i CMOs intervistati sostengono preferire social media come
attribuendo nello specifico a quest’ultimo canale buone capacità di generare profitto.
Guardando al futuro sono però certa che i social network, in particolare quelli tematici, attireranno sempre maggiori investimenti pubblicitari. Un territorio ancora in evoluzione, che riuscirà a conquistare un posto all’interno dei piani di comunicazione dei brand.
Voi cosa ne pensate?
Traggo da questo post di Mashable lo spunto per una riflessione che volevo scrivere da tempo, dopo avere avuto qualche esperienza con gli strumenti in oggetto.
Se vi vengono a dire che potete usare i social ads di Facebook per incrementare di un buon x% la vendita online dei vostri piattini di plastica, lasciate stare e tenetevi i soldi in tasca: se social media marketing e web 2.0 si riveleranno una bolla, alla pari delle dotcom di qualche anno fa, sarà perché fino ad ora ci si è focalizzati solamente sulle relazioni, sul fenomeno sociale per cui tutti improvvisamente hanno qualcosa da dire e da condividere, lasciando uno sconcertante vuoto di interesse sull’oggetto della comunicazione. In termini aziendali, sui prodotti stessi.
Quindi, orde di markettari a far credere alle PMI che tutti parleranno dei loro prodotti, perché ormai tutti parlano di tutto: lo dice eMarketer! Omettono che, anche se questo succedesse, non c’è prova dell’effettiva traduzione in maggiori introiti, ovvero il ROI rimane un’incognita.
Fautori e detrattori dei social network concordano su un punto fondamentale: l’aspetto essenzialmente ludico nell’utilizzo di Facebook e simili. Questa è una variabile che troppo spesso viene ignorata: per citare l’articolo di Mashable,
[...] How compelling is the post-click experience? [...]
che in soldoni suona come: gli utenti che navigando per svago cliccano sul tuo annuncio, avranno voglia di farsi coinvolgere in un qualcosa di molto meno leggero come un processo di acquisto, che implica un rialzo della soglia di attenzione (per evitare fregature), maggiore stress cognitivo e in generale una più o meno violenta separazione da una sorta di placenta in cui fino a poco prima coltivavano il proprio autoindulgente cazzeggio? Tassi di conversione ridicoli indicano che probabilmente la risposta è no.
Social network diversi offrono strumenti di marketing diversi. Facebook permette di realizzare delle applicazioni molto bene integrate, in larga parte customizzabili, potenzialmente virali. Già, solo potenzialmente: oltre a dire qualcosa, bisogna anche avere un’idea di cosa dire. Ma soprattutto, bisogna avere l’onestà intellettuale di riconoscere che ci sono comunque scarse possibilità che una buona applicazione ottenga conversion rate paragonabili a quelli di campagne SEO/SEM.
Non sono però tra quelli che snobbano i social network ritenendoli del tutto inutili all’interno di una strategia di marketing. Anzi, li considero una componente importante, ma a patto di riconoscerne la reale funzione: quella di promuovere e valorizzare la brand awareness nel lungo termine, cioè di costruire un’immagine aziendale più concreta, più vicina alla gente, ma senza obbligarla a relazionarsi in “modalità consumatore”.
Non ha senso cercare di cambiare un’abitudine consolidata come la ricerca di un prodotto su Google, finalizzata all’acquisto, sviluppando un’applicazione per Facebook che rimandi al proprio ecommerce: soldi sprecati. Piuttosto, ha senso utilizzare social media marketing e PPC in sinergia, sfruttando il primo per far aumentare il CTR del secondo, nell’ipotesi che il coinvolgimento in un’attività social a tema in cui il nostro marchio è in bella evidenza induca i partecipanti a cliccare sui nostri annunci AdWords piuttosto che su quelli della concorrenza il giorno in cui cercheranno prodotti come i nostri.
Nel corso dell’ultimo anno abbiamo visto in Internet una trasformazione in atto verso prodotti che incentivano il dialogo, l’interazione e la comunicazione molti-a-molti piuttosto che il classico uno-a-molti del broadcasting tradizionale. E tutti i segnali ci confermano che questa trasformazione non è che all’inizio: ogni giorno nascono nuovi progetti di piattaforme sociali, applicazioni web e servizi innovativi.
Alla fine però tutti questi progetti sono essenzialmente attività economiche, che per funzionare e prendere vita devono essere in qualche modo finanziate: hanno bisogno di soldi. I finanziatori da parte loro scelgono razionalmente le attività che presentano maggiori prospettive di crescita e di redditività.
Sia come sia, per quanto sia affascinante un’idea, se non riesce a trovare una forma di monetizzazione, è destinato a perire nel nostro crudo mondo competitivo e capitalista che non fa sconti a nessuno. Alla fine, è pur sempre una questione di soldi.
Se quindi da un lato fioriscono nuove idee interessanti, dall’altro ognuna deve dimostrare di essere profittevole, per reperire i mezzi necessari a nascere, espandersi e quindi maturare.
