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Pagerank sculpting

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Pagerank sculpting


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Pagerank sculpting, cosa ne pensa Google? Ecco una risposta ufficiale da Matt Cutts: pensate piuttosto ai vostri contenuti! ;-)

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I nuovi fattori di successo nel posizionamento

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I nuovi fattori di successo nel posizionamento


SEO

Abbiamo affrontato il tema in più occasioni: è risaputo che Google dà estrema importanza ai link in ingresso verso un sito, pertanto la capacità di “costruire” link popularity è ancora uno degli strumenti più efficaci a disposizione dei SEO specialist (se non il più efficace).

D’altra parte nel corso degli ultimi due anni, resosi conto di essere vulnerabile nei confronti delle tecniche SEO di link building, Google ha cercato di correre ai ripari introducendo dei filtri sempre più precisi nell’individuare e premiare la spontaneità dei link (crescita lenta, non reciprocità, tematicità, posizione nella pagina, sanzione della compravendita etc. etc.).

Questa situazione ha portato addirittura ad ipotizzare che le “link building companies” siano destinate ad essere considerate black hat SEOs, e alcuni oggi sostengono che il SEO specialist dovrà necessariamente trasformarsi in un seo/copywriter/pr in grado di attrarre link spontanei soltanto grazie alla qualità dei contenuti e delle iniziative proposte.

Per quanto i contenuti siano cosa buona e giusta, altri specialisti non si rassegnano e ritengono che (purtroppo o per fortuna) ancora oggi sia possibile simulare la spontaneità ad un costo inferiore a quello dell’attività di digital pr. Credo che Google la pensi come loro e che quindi stia correndo ai ripari cercando soluzioni più efficaci dello spauracchio della penalizzazione :) : immagino sia lecito chiedersi quali saranno i fattori di successo, meno influenzabili da SEO & affini, che verranno affiancati alla link popularity per stemperarne il peso eccessivo.

Siamo tutti d’accordo sul fatto che il monitoraggio del comportamento dell’utente all’interno di un sito e delle pagine sarà determinante nel discriminare i siti buoni da quelli meno buoni, ma c’è molta meno sicurezza nell’indicare

  1. come fa/farà Google a misurare questi comportamenti
  2. quali siano i comportamenti a cui dà/darà maggior peso

Proviamo quindi a fare qualche ipotesi (realistica)

Possibili strumenti e occasioni di monitoraggio

  • Google Toolbar
  • presenza di Adsense nel sito (ormai onnipresente)
  • presenza del codice di Google Analytics
  • acquisizione di altri network e utilizzo dei dati acquisiti (thanks Alessio )

Tutti questi tool consentono in via teorica (e probabilmente già anche in pratica) di monitorare esattamente gli spostamenti dell’utente dalla SERP (Search Engine Result Page) al sito e viceversa, inoltre permettono il tracciamento delle azioni intraprese dai navigatori all’interno del sito stesso.

Il monitoraggio dei click nei risultati di ricerca (evidente nelle statistiche dei Google Webmaster Tools) avviene tramite Javascript, infatti accanto al link presente in ogni risultato troviamo puntualmente un evento “onMouseDown”.

Se a questi fattori aggiungiamo che la maggior parte di noi naviga in rete mentre si trova loggata in un Google account, il quadro è completo…infatti Google ha “risolto” da tempo il problema etico dei Cookie di terze parti :)

Comportamenti da monitorare e valutare

Moltissimi, troppi per elencarli tutti, ma mettendoci per un attimo nei panni di Google… a cosa daremmo valore?

Tempo di permanenza? Page Views? Bounce Rate?

Certo, tutti questi fattori sono indicativi, però sul bounce rate ci sarebbe molto da dire: non sempre infatti un’elevata percentuale di rimbalzo rappresenta un fattore negativo (questa osservazione merita un post apposito quindi non approfondirò la questione in questa sede).

Forse dovremmo andare oltre e pensare a qualcosa di meno scontato: dalle mie occasionali chiacchierate SEO con Piersante e Luca , è emersa l’opinione condivisa che un aspetto del comportamento del navigatore da tenere d’occhio è senz’altro il “tasso di ritorno sulla SERP” (termine che mi sono appena inventato in questo momento per un comportamento che non saprei definire in altro modo :) ) .

Il tasso di ritorno sulla SERP indica infatti il comportamento dell’utente che, una volta cliccato su un risultato e non ritenutolo soddisfacente, torna alla lista dei risultati di Google da cui proveniva per cercare un’alternativa: al momento  non ci è dato sapere se google ne tenga conto, ma sicuramente questo dato rappresenterebbe una delle informazioni più significative sulla qualità di un sito dal punto di vista del navigatore.

A questo punto però mi interessa conoscere l’opinione di chi ci legge: quali sono secondo voi i fattori che Google dovrebbe considerare per fornire delle SERP più veritiere?

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Funerale SEO, lutto per wordpress.com

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Funerale SEO, lutto per wordpress.com


SEO

Oggi OMB vi rivela un piccolo ma efficace espediente adottato dai SEO specialist più attenti (non da moltissimi per la verità in Italia) e al tempo stesso ne celebra con commozione la dipartita.

Non siamo impazziti, stiamo parlando di wordpress.com, il network che consente a chiunque di creare il proprio blog utilizzando la famosa piattaforma di blogging il cui sito madre è wordpress.org. E’ uno tra i tanti network del genere, basti pensare a blogspot, splinder e altri, ma al tempo stesso è (anzi dobbiamo dire “era”) unico nel suo genere per la presenza di “pagine/tag” progettate in modo eccellente.

Di cosa stiamo parlando? Un esempio vale più di mille spiegazioni, queste sono tutte pagine/tag

http://it.wordpress.com/tag/vacanze/
http://it.wordpress.com/tag/google/
http://wordpress.com/tag/tuscany/

Nofollow Evidenziato in RosaSi tratta di pagine che raccolgono i post più recenti pubblicati in tutto il network, etichettati con una data keyword. La particolarità sta nel fatto che queste pagine in Wordpress.com ricevono link da tutti i post del network che contengono quel tag e, al tempo stesso, danno un link di ritorno ad ognuno dei blog in cui questi post sono stati pubblicati.

In sostanza sono pagine dall’elevata link popularity, focalizzate su un tema specifico, frequentemente aggiornate e per giunta ottimizzate…sentite già il vostro “sesto senso SEO” che pizzica, vero? :) Infatti grazie a questo sistema di link incrociati diventa facile ottenere in tempi ragionevoli uno o più blog/link-farm da utilizzare per i propri comodi.

Purtroppo però da qualche settimana wordpress.com ha adottato la falce del nofollow in tutti i link presenti in queste pagine, così i pochi SEO accorti che avevano creato un blog tematico per sfruttarlo ai fini della link popularity (facendone finire tutti i post nelle pagine/tag “giuste”), oggi devono dire addio a questa comodità. Oggi infatti le pagine/tag continuano a ricevere link da tutto il network ma, a causa dell’introduzione del nofollow, non danno più alcuna forza ai vari blog.

Per quale ragione è stato introdotto il nofollow? Per combattere i SEO/spammer che hanno aperto un proprio blog nel network?

Non lo crediamo, dato che la qualità media dei blog era elevata: in wordpress.com c’è un sistema di segnalazione, controllo ed eliminazione dei blog piuttosto efficace. Anche i blog usati per raccogliere e veicolare link popularity possedevano contenuti originali e di qualità nella media (se non altro per evitare di farsi scoprire).

Quindi perchè “sterilizzare” tutto con il nofollow? Azzardo che la ragione principale risieda nel timore di ritorsioni dirette o indirette da parte di Google che, ormai, dimostra antipatia per qualsiasi sistema si riveli efficace nell’ influenzare le SERP.

Qualcuno, nei forum americani, oggi sostiene che Wordpress.com sia stato direttamente “avvertito” da Google del fatto che doveva correre ai ripari prima di venire qualificato come immensa link-farm…ma qui siamo nel regno delle illazioni.

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Google glissa sugli Inbound Links

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Google glissa sugli Inbound Links


SEO

link building
Google Webmaster Central da qualche tempo sta perseguendo il lodevole intento di fornire chiarimenti su varie questioni correlate al SEO: qualcuna delle spiegazioni fornite in passato ha suscitato forse più perplessità che certezze (la questione meriterebbe un apposito post su OMB) ma tutti abbiamo atteso con particolare trepidazione la conclusione del ciclo di articoli, iniziato questo lunedì e interamente dedicato al tema dei link (croce e delizia dei SEO), così strutturato

  1. 6 ottobre: Internal Links (navigazione interna)
  2. 8 ottobre: Outbound links (link in uscita dal nostro sito)
  3. 9 ottobre: Inbound links (link in ingresso)

Il terzo della serie era ovviamente il più atteso, dato che la valorizzazione della link popularity è ancora, più che mai, uno degli strumenti più potenti che i SEO hanno a disposizione per influenzare le SERP: non a caso Google sta cercando di ostacolare qualsiasi attività di incremento della link popularity troppo efficace e diretta.

Proprio l’ultimo articolo si è invece rivelato deludente, in sostanza l’autore ci dice che i link conducono visitatori al nostro sito (ma va?!) e

quando derivano da una scelta editoriale , sono basati sul merito e forniti volontariamente e gratuitamente, rappresentano uno tra i fattori indicativi dell’importanza del sito che li riceve.

Inoltre

“relevant, quality inbound links can affect your PageRank”.

Insomma, tutto all’insegna del “Minimizziamo che è meglio…” e del “Meglio PR che SEO” :)

Sicuramente si poteva dire qualcosa in più anche senza rivelare ai SEO segreti vitali:

  • nessun riferimento viene fatto al ruolo dell’anchor text.
  • Nessun suggerimento su come deve essere fatto un link e come debba essere inserito affinchè possa essere visto dagli spider, e quindi essere annoverato a pieno titolo nella categoria (alquanto riduttiva) dei “fattori indicativi”.
  • Se non altro avremmo voluto saperne di più sulla battaglia contro la compravendita di link e sulle possibili penalizzazioni per i siti che danno la disponibilità a venderli (al momento l’unica nota certa riguarda l’abbassamento del pr visibile) .
  • Avremmo gradito anche qualche dettaglio in più sulla possibilità di essere danneggiati dai link in ingresso: si tratta di una possibilità concreta (per quanto remota), oppure è uno dei tanti “miti” SEO da sfatare?

Questioni di secondaria importanza? Non direi visto che, negli articoli focalizzati su altre questioni SEO, gli autori di Google Webmaster Central si sono già soffermati a lungo anche su argomenti abbastanza pacifici.

Questo atteggiamento prudente è senz’altro da imputare al fatto che

  • I link rimangono il fattore off-site più importante (e quindi temuto) per influire sulle SERP e Google non può cambiare velocemente questa situazione, infatti da anni i suoi algoritmi si sono costruiti intorno a questa cosa
  • Google è abbastanza impotente sulla questione, non è perfettamente in grado di distinguere la compravendita di link dalla “donazione spontanea”, pertanto si limita (fino ad ora e salvo ulteriori giri di vite) all’abbassamento del pagerank visibile (senza altri effetti collaterali). Da notare come qualsiasi link “in odore di denaro” determini questa “penalizzazione”: in passato è successo anche a questo blog a causa di link, non a tema, ma del tutto gratuiti e non reciproci.

Leggendo tra le righe possiamo comunque trarre alcune conferme utili: i link “buoni” ai fini del ranking sono quelli spontanei, gratuiti, disinteressati, frutto di libera scelta editoriale (o che sembrino tali, aggiungo io, e ognuno tragga le proprie conclusioni).

Ma se i link a pagamento sono non spontanei e “cattivi”, come dobbiamo collocare il link presente in un pubbli-redazionale? Come dovremmo considerare il 90% dei siti di article marketing e comunicati stampa?

Suggeriamo comunque la lettura dei 3 articoli citati, specie dei primi due, in quanto pur in assenza di “rivelazioni” rappresentano un’ottima fonte di cultura generale SEO

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Panico da calo pagerank: nuove fobie all’ombra della grande “G”

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Panico da calo pagerank: nuove fobie all’ombra della grande “G”


SEO

Panic ButtonGoogle ce l’ha fatta ed è riuscito ad instillare nella grande maggioranza dei SEO (novizi ed esperti) il “panico da link esterno”.

Ne avevo parlato qualche tempo fa ma ora è davvero comico constatare come siano bastate poche settimane di terrorismo (aiuto mi è calato il pagerank!) per distruggere il diffuso mercato della compravendita link, e come stia già nascendo una nuova generazione di “testimoni di Google”, che rifiuta religiosamente persino lo scambio link gratuito.

Alcuni esempi Read the full story

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Calcolo distribuito e Google: ho visto cose che voi giornalisti…

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Calcolo distribuito e Google: ho visto cose che voi giornalisti…


SEO

Roy Batti - Blade RunnerLa notizia rimbalza dal blog di Google Italia a quelli di Repubblica , quindi tra qualche giorno mi aspetto di leggere la cosa dal parrucchiere su Gente o Focus:

un ricercatore della Normale di Pisa, inviando una serie di query automatizzate attraverso un sistema che sfrutta le teorie del calcolo distribuito, ha scalato con il proprio nome la vetta della lista di keyword più cercate del mese, ovvero il famoso Google Zeitgeist.

Anche se sento puzza di cavoli stufati, in mancanza di informazioni dettagliate preferisco non sminuire a priori, come alcuni colleghi SEO fanno, la portata della presunta scoperta: infatti resta da capire come poche query automatizzate abbiano potuto battere moltissime query spontanee, però mi vorrei soffermare sul fatto che ancora una volta i giornalisti nella loro famelica ricerca di “internet-scoop” dimostrano di arrivare tardi e parlare di cose di cui sanno poco.

C’è da dire che la tentazione di infiocchettare la notizia sarebbe venuta a chiunque: abbiamo il personaggio (un povero ricercatore precario), abbiamo il tocco di esotismo tecno-hacker (“[...]comprendere gli algoritmi che regolano il ‘page ranking’”) e abbiamo il lieto fine ( Google Italia che riconosce sportivamente la “sconfitta” e lascia intendere che forse il provero precario che “ha bucato l’algoritmo” potrebbe essere assunto).

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Google Vs. compravendita link: ecco perchè non cambierà nulla.


SEO

Il PageRank! I link sono ancora il principale fattore esterno in grado di influire sul posizionamento di un sito, i SEO lo sanno da tempo e sono sempre riusciti a sfruttare questa caratteristica come mezzo per risalire le SERP più “ripide”.

Quando Google, tra novembre 2005 e febbraio 2006, ha cercato di porre un freno a certe aberrazioni tipiche dell’attività di scambio link, introducendo valutazioni sulla tematicità (che va intesa in senso molto ampio), sulla reciprocità e sulla spontaneità nell’incremento della link popularity…i link sono diventati merce ancor più preziosa, tanto che i webmaster hanno iniziato a pagare quelli migliori.

Matt Cutts lo aveva detto e pare che stia accadendo: vendere link ai fini del posizionamento secondo Google è male, quindi Google avrebbe fatto qualcosa, tanto che già da qualche mese

  • ha introdotto la possibilità per i navigatori di denunciare i siti “mercenari di link” (un competitor invidioso e volenteroso si trova sempre);
  • ha dato ampio risalto alla cosa, intimorendo i SEO meno smaliziati

E quasi certo che in queste settimane alcuni siti, che erano soliti vendere link, abbiano subito un calo drastico del pagerank indicato sulla toolbar, il fenomeno e la sua causa sono stati confermati da Matt Cutts stesso (se gli vogliamo credere).

Non sembra comuque che l’evento sia stato accompagnato da una caduta nelle SERP (e per quanto mi riguarda, da tempo non valuto più la qualità di un link sulla base del pagerank della pagina in cui si trova), tuttavia la cosa deve far suonare qualche campanello d’allarme:
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