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Idee per un’innovazione open source

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Idee per un’innovazione open source


Social Media Marketing Viral Marketing

Immagino un’azienda che produce scarpette per bambini. Carinissime. E’ poco conosciuta. Non può permettersi costose ricerche di mercato, non ha il budget per una campagna pubblicitaria sulla stampa specializzata per mamme che ha costi esorbitanti, ma ha inventato un nuovo prodotto: una scarpetta adatta ai primi passi. Ha uno speciale rinforzo del tallone, favorisce la formazione dell’arco plantare, e si propone con un’estetica molto innovativa. Ma ci sono grandi discussioni sul prezzo. La tecnologia usata permetterebbe di vendere le scarpette a prezzi molto inferiori rispetto ai grandi marchi. Ma mancando i mezzi per creare una larga distribuzione e una grande notorietà, si prevede di vendere bassi volumi. Cosa fare? Come lanciare le scarpette?

ScarpetteIl giovane product manager vorrebbe scommettere sulla forza dell’innovazione e del passaparola, e lanciare con un prezzo basso per competere aggressivamente con i grandi nomi. Per fare un buon margine al paio, pensa, basterebbe farle pagare circa 40 euro. Il suo capo, che conosce da anni le regole spietate del mercato, non pensa al margine al paio ma è invece interessato al margine totale, perché è quello che ripaga gli investimenti fatti in tecnologia. Per limitare i rischi e ripagarsi prima, vuole lanciare ad un prezzo molto più alto, 80 euro. Le mamme, dice, sono abituate ad identificare il prezzo con la qualità, non si fiderebbero di una scarpetta dal nome nuovo che costa troppo poco, tutte le pubblicità per anni hanno detto che i piedini delicati dei bambini, soprattutto i loro primi passi, sono preziosissimi, meritano il meglio, non consentono rischi. Lui vuole la raccomandazione di un’associazione di Ortopedici, e un prezzo alto.

Un giorno, leggendo il blog di un’amica, il giovane PM scopre che le mamme nel web sono tante, agguerrite, e ansiose di dire la loro. Non si era mai interessato ai loro siti ma ora scopre che c’è un modo per parlare direttamente con loro. Prende la scheda tecnica della scarpetta, la traduce in un linguaggio simpatico e accessibile, elimina solo i dettagli riservati del brevetto. La pubblica sul blog, e i commenti fioccano. La direzione estetica da seguire appare subito chiara, in mezza giornata i lunghi dibattiti aziendali che duravano da mesi non hanno più senso. Bastava chiedere a loro. Allora decide di continuare la conversazione, e chiedere alle mamme quale prezzo sarebbero disposte a pagare. Ci sono fitte discussioni tra una ventina di lettrici accanite: alcune temono che per abbassare il prezzo l’azienda debba abbassare la qualità, e non si fidano. Altre chiedono di provarle prima.

Provarle? E perché no?

Raggiunta una cinquantina di nominativi di mamme di bambini di 12-18 mesi, chiede loro di registrarsi per un test. Manda a casa alcuni prototipi di scarpette e apre per loro un questionario on line. Incredibilmente, a differenza delle ricerche di mercato tradizionali, il 90% dei questionari viene completato: le mamme si sono mobilitate per la sua causa (molte sono stufe di pagare prezzi astronomici per l’abbigliamento dei bambini, ma soffrono di sensi di colpa se non sono rassicurate della qualità etc…. Insomma le solite storie). Qualcuna le ha fatte persino vedere al suo ortopedico, e dice che lui le ha trovate ottime. Nel forum che segue il test intervengono in effetti tre ortopedici, richiamati dai motori di ricerca per “arco plantare”, e un tecnico di un laboratorio sanitario. Tutti danno contributi utili.

Il PM ha messo a punto il prodotto finale grazie ai commenti ed è pronto per il lancio. Pensa che oltre a distribuire le scarpette nei canali tradizionali, potrebbe aprire un negozio online. Quelle che chiama le sue mamme “ambasciatrici”, entusiaste perché sono state le prime a provare le scarpette, i cui commenti sono stati ascoltati, sicure del fatto loro perché le hanno provate, spargono la notizia e portano centinaia – in poco tempo migliaia – di visite allo store. I volumi triplicano rispetto alle stime iniziali, e le vendite online sono il doppio di quelle offline.

Open SourceL’anno successivo, tutte le mamme dello store vengono coinvolte nell’ideazione della nuova scarpetta che migliorerà la precedente. Abbondano i suggerimenti. La punta era un po’ delicata, va rinforzata perché i bambini ai primi passi continuano spesso a gattonare e la rovinano tutta. La tomaia va alleggerita un po’ perché dal nido arrivano segnalazioni di calcioni devastanti. Si apre una sezione del negozio dedicata all’opinione degli ortopedici e degli esperti. In breve la notizia della piccola azienda che fa scarpette ottime a prezzi accessibili si sparge e…

Il mio sogno: l’innovazione “open source”. Perché è ancora un sogno? Gli strumenti ci sono. Lo è, perché prima di innescare tutto quello che ho immaginato, il giovane PM dovrebbe chiedere il permesso al capo. E quello lo guarderebbe come se si fosse sniffato di tutto, e, cosa molto grave per il futuro prossimo del giovane visionario, penserebbe che rappresenta un pericolo per l’azienda, perché vorrebbe addirittura diffondere sul web dati sensibili come la scheda tecnica di un prodotto ancora da lanciare.

Non so voi, ma io sono convinta di una cosa: questa storia non finisce qui…

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Augmented Reality: solo una moda?

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Augmented Reality: solo una moda?


News

augmented_realityUna cosa è certa, la “realtà aumentata” è la moda del momento. Così, dopo la realizzazione di spazi interamente virtuali all’interno dei quali solo il protagonista era reale (la cosiddetta realtà virtuale), adesso sono gli oggetti virtuali ad entarare a far parte del “nostro” mondo.

Una realtà virtuale generata dal computer che, sovrapposta alla realtà percepita dal soggetto, ne amplifica le capacità informative.

Tecnologie che come spesso accade nascono in campo militare, vengono poi sfruttate in settori come quello medico, per poi venire acquisite dal modo della pubblicità, sempre in cerca di novità al fine di stupire ed affascinare il proprio pubblico.

Se all’inizio però basta poco a far sorridere e parlare le persone, basta ancora meno perché le mode svaniscano ed il piacere non derivi più dalla semplice visione di “qualcosa di nuovo”, pensiamo ad esempio al cinema e alla famosa uscita dalle fabbriche Lumière.

Passato quindi l’entusiasmo per la spettacolarità del mezzo, è facile rendersi conto che esistono tante e differenti potenzialità ad essa legate. I brand stanno iniziando a sperimentarle.

Gli obiettivi che attraverso il suo impiego possono essere raggiunti variano dall’ambito ludico  a quello informativo. Qualunque sia la ragione per cui i brand la utilizzino, l’importante è che nel farlo rimangano coerenti con l’immagine che di sè vogliono venga percepita.

Esempio interessante  di utilizzo ludico del mezzo è l’idea alla base della promozione del chewing gum 5 attraverso il 5 mixer. Il chewing gum, la cui campagna pubblicitaria parla di capacità del prodotto di stimolare i nostri sensi, continua a sollecitarli trasformandoci in dj. Basta dare un’occhiata al video sotto per rendersene conto.

L’utilizzo di tipo informativo del mezzo è invece più semplice da immaginare. Esempi sono le applicazioni sviluppate per l’I-phone e i “libri tridimensionali” di cui su you tube si possono trovare svariati video. Interessante anche la possibilità d’utilizzo che ci mostra BMW. Un’altra applicazione interessante che ha avuto una certa risonanza è questo software per cellulari con fotocamera per “vedere” i prezzi di edifici ed appartamenti in vendita (nel video, Nieuwe Herengracht, Amsterdam):

Per il momento la difficoltà più grande da superare perchè la realtà aumentata possa entrare a far parte della nostra quotidianità, come è avvenuto per altre tecnologie, è legata ai mezzi che ci permettono di percepire queste informazioni aggiuntive. Tecnologie come cellulari di ultima generazione e computer dotati di webcam ci fanno però pensare ad un suo possibile futuro roseo.

Di sicuro nei prossimi mesi continueremo a vedere nuovi interessanti utilizzi della realtà aumentata. Voi cosa ne pensate? Rimarrà solo un mezzo capace di affascinare o troverà spazio per un suo concreto utilizzo?

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Lancio di nuovi software: 3 trucchi per il successo

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Lancio di nuovi software: 3 trucchi per il successo


Software

lancio nuovi softwareCome poter lanciare un nuovo strumento software (magari a pagamento!) in un mare di tool già esistenti, molti dei quali gratuiti, scaricabili via web e aggiornati costantemente?

Proponiamo un articolo di Simone Lovati, che descrive alcune idee interessanti ed in linea con le attuali evoluzioni nella strategia commerciale dei nuovi software lanciati sul mercato.

Il problema è che fondamentalmente non conta più quanto il vostro software sia avanzato, quante funzionalità fantastiche abbia rispetto alla concorrenza, e quanto sia più fruibile. Sono tutte condizioni necessarie, ma da sole non vi garantiranno la diffusione, e quindi nemmeno il successo del vostro sistema.

Ecco tre idee, che più che altro vanno usate come stimoli per trovare l’assetto corretto nel lancio della vostra fantastica nuova soluzione software.

1. Lancio di un software come strumento web-based

Non pensate al lancio di un software per desktop, senza prevedere una versione in ASP (Application Service Provider); piuttosto sarebbe preferibile pensare prima al tool su web e poi (se proprio serve) ad una versione desktop. Ecco i vantaggi di questo approccio:

  • compatibilità da subito con chiunque (Windows, Mac, Linux…);
  • nessun pacchetto da far scaricare, nessuna installazione necessaria;
  • monitoraggio dell’utilizzo del vostro strumento da parte dei first adopters, utilizzando un semplice sistema di statistiche (stile Google Analytics): un mare di idee su come e dove migliorare.

Oltretutto ormai in molti (Google, Adobe, ecc…) stanno sfornando sistemi che permettono l’accesso offline, senza connessione ad Internet, per eliminare finalmente l’ultima barriera all’utilizzo di sistemi completamente online.

2. Lancio di un software come strumento semplice

Per un software, il lancio non è la fine del processo di sviluppo, ma piuttosto l’inizio!

Cercate di lanciare il vostro prodotto solo con le funzionalità di base, il nucleo dell’idea, e non molto di più. Sarà così più semplice capire il suo fattore critico di successo. Il resto lo deciderete successivamente, assieme ai first adopters, osservandoli ed interagendo con loro.

Ed a proposito di first adopters, ci siete pure voi fra di loro, se voi stessi non usate il vostro sistema e non lo ritenete indispensabile e comodo, cominciate a preoccuparvi seriamente!

3. Lancio di un software come espansione di un sistema esistente

Il problema è sempre lo stesso: raggiungere la massa critica. Niente clienti, niente break-even, niente investimenti per gli aggiornamenti.

Ok! Ecco un trucco: cercate di integrarvi da subito con sistemi popolari (ad esempio www.salesforce.com, www.37signals.com, ecc…), i quali hanno sempre disponibili librerie di API per interfacciarsi e tutto l’interesse a darvi visibilità se li supportate (perché possono aggiungere nuove funzionalità alla propria soluzione), ma soprattutto hanno milioni di utenti che non vedono l’ora di aggiungere la vostra novità.

Qualche esempio concreto

  • un ottimo esempio di accesso senza connessione: date un occhio a Google Calendar con l’accesso offline o alla nuova piattaforma Adobe Air ;
  • un paio di settimane fa volevo comprare un nuovo cardio-GPS per i miei allenamenti di corsa: ho scelto il Garmin Forerunner 405, non solo per le sue caratteristiche, ma soprattutto perché era compatibile con Mac (io uso solo Apple!) grazie al fantastico software web-based Garmin Connect;
  • ho provato e in qualche caso acquistato un mare di tool nuovi come add-on a strumenti che già stavo utilizzando. Questa da subito è stata la strategia Apple con iTunes Apps Store.

tratto da un testo originale di:

Ing. Simone Lovati
Consulente in marketing strategico, presidente e socio co-fondatore di
ADVBOUCLE & PARTNERSConsulenti Marketing

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Il Mulino Bianco e il Marketing della Conversazione

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Il Mulino Bianco e il Marketing della Conversazione


Social Media Marketing

Giuliana, compagna di avventura conosciuta nella blogosfera durante il mio percorso da neofita, logo_mulino_bianco con cui condivido sia la passione per i temi femminili che quella per il Web Marketing, mi segnala un’iniziativa di Marketing dell’Ascolto di un Brand del largo consumo.

Si tratta addirittura del Mulino Bianco: una vera e propria icona nazionale che “lancia il primo progetto italiano di cogenerazione di idee“.

Nel Mulino che Vorrei

Innanzitutto il nome: “nel Mulino che vorrei”, non così attraente ma sufficientemente chiaro in quello che si propone, cioè ascoltare i desideri della gente.

Gli obiettivi suonano come una dichiarazione di principio molto seria:

Noi vogliamo essere sempre più vicini alle tue esigenze e migliorarci nelle direzioni che ci indicheranno i consumatori. E ci adopereremo per rendere realtà le idee migliori proposte.

La meccanica è questa: gli utenti sono invitati a proporre liberamente le loro idee nelle categorie

  1. prodotti
  2. promozioni
  3. confezioni
  4. impegno sociale e ambiente (per un consumatore sempre più attento agli aspetti etici e sociali delle attività delle aziende, questo non può mancare)
  5. altro

Le idee vengono commentate e votate, e le idee migliori verranno realizzate. Molto carino, nel banner del sito, lo scorrere delle ultime frasi/slogan postate dai lettori. Alcune sono banali e sdolcinate, ma sono vere e non opera di un pubblicitario professionista.

Dopo la raccolta e la sistematizzazione delle idee, l’implementazione segue un processo un po’ lungo e faticoso, ma mi rendo conto inevitabile. Si fa un po’ fatica a seguire le varie fasi e i metodi di selezione delle idee, ma l’importante è che che ci sia un impegno dell’azienda a realizzarle.

Il Blog del progetto merita di essere seguito, speriamo che venga riempito di contenuti interessanti e divertenti “dietro le quinte”. Il primo post del Direttore Marketing che vara il progetto indulge a tratti in qualche piccolo (ma perdonabile) eccesso di celebrazione, il secondo post del Digital Team che “ha fatto notte nel lavorare con le tante risposte ricevute” mi suona molto autentico.

mulino_bianco_betaSpero che gli utenti utilizzino numerosi il Blog per lo scopo che dovrebbe avere: dare commenti al Team sull’iniziativa in sé, farli divertire, e contribuire al suo miglioramento continuo. Finora non ci sono commenti… forse è presto, e forse il blog dovrebbe essere promosso meglio come uno strumento chiave del progetto.

La mia impressione è che concetto e intenti siano ottimi, l’esperimento è ben pensato e ben preparato, il tutto è così interessante che merita di essere coltivato e sviluppato dedicandovi molto tempo.

Speriamo solo che il management non si faccia prendere dalla tipica ansia di concludere: allora? gente che fa notte per cosa? costi extra, per quali ritorni? Mentre i ritorni di immagine si misurano sul (molto) lungo periodo, il rischio è che in tempi di crisi gli orizzonti, al contrario, si restringano.

I miei (modesti) suggerimenti

Una voce più umana e vicina alla gente. Esiste un Tutor, di nome Daniele, che si presenta così:

Ciao, mi chiamo Daniele e sono a tua disposizione per aiutarti Nel Mulino Che Vorrei.
Da diversi anni mi occupo di comunicazione e di social networking. Amo leggere e ascoltare musica e mi ritengo un attento osservatore di tutto ciò che di nuovo accade in rete. Mi aggiro curioso tra blog e siti in cerca dei trend più interessanti.

Personalmente avrei preferito una… donna, non troppo giovane, che non parlasse di social networking, blogs e cool hunting, cose che ad alcuni possono risultare ancora ostiche. Una signora, Emma, che magari lavora in Barilla da 20 anni e si è sempre interessata alla relazione con il pubblico; lì per ascoltare e non solo per dare assistenza tecnica. Non me ne voglia Daniele, ma un giovane che ha tutta l’aria di essere un consulente esterno esperto di Web, non è la stessa cosa.

Un linguaggio più emotivo e soprattutto più terra terra. Un esempio: “La partecipazione è spontanea e si basa sulla pariteticità della relazione”, questa la capiamo solo noi addetti ai lavori, evangelist del Cluetrain Manifesto, no? Peccato nascondere dei concetti così innovativi dietro a un linguaggio a volte un pò politichese. Piuttosto fatemi degli esempi concreti di come un consumatore ed un’azienda possano dialogare.

Un programmino di incentivi non sarebbe stato male. Chi partecipa ha come interesse un desiderio, un bisogno, un’idea che vorrebbe che Mulino Bianco realizzasse. Le community online hanno come incentivo alla partecipazione la gratificazione personale, questo è certo. Ma proprio per questo un premio per le idee più votate, indipendentemente dalla loro realizzazione finale oppure no, ci sarebbe stato bene.

mulino-che-vorrei Infine, un paio di avvertimenti: i tempi del progetto sono un po’ lunghi. Anche 24 mesi per un nuovo biscotto. Come mantenere vivi la partecipazione e l’interesse mentre l’azienda seleziona e decide? Non so se lo stato di avanzamento sarà sufficiente.

Inoltre la pronta realizzazione delle idee migliori è indispensabile, è il cuore dell’idea, sarà la prova tangibile che questa non è solo un’altra forma di pubblicità, ma un’iniziativa vera, tale per cui qualcuno potrà dire al supermercato: “Vedi questa confezione viola biodegradabile? E’ stata un’idea mia!”. Meglio realizzare qualcosa di molto piccolo, ma subito, altrimenti il rischio è la percezione di non mantenere la parola, con conseguenze ovviamente molto negative per la credibilità della marca.

Stiamo a vedere!

mulino_bianco02Il Team Mulino Bianco avrà sicuramente la sua strategia e la seguiremo con attenzione. La mia sarebbe quella di salire velocemente i gradini della scala dell’engagement: per ora stanno ascoltando, ma presto dovrebbero conversare, e infine con i primi lanci di prodotti crowd-sourced, coinvolgere una vera e propria community di appassionati in una relazione duratura.

Comunque vada, complimenti: benvenuti nell’era del Marketing della Conversazione e buon viaggio, amici di Barilla. Se anche le Mamme ipercritiche e  fieramente contrarie alle merendine apprezzeranno lo spirito del progetto e cominceranno a postare contributi costruttivi, vorrà dire che avrete iniziato con il piede giusto.

Infine, per approfondire, ecco una presentazione su slideshare riguardo al progetto del Mulino:

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Imparare dalle crisi del passato

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Imparare dalle crisi del passato


L’ultimo video pubblicato da Federico, della serie Google Seminars for Success, offre alle aziende alcuni suggerimenti  su come gestire il proprio advertising in periodo di crisi. Le parole della protagonista del video mi hanno riportato alla mente quanto letto nel libro No Logo di Naomi Klein.

superare la crisi con il marketing

La crisi degli anni novanta

Naomi scrive infatti di come all’inizio degli anni novanta ci sia stato un periodo di crisi del marchio. In particolare a partire dal giorno 2 aprile 1993, meglio conosciuto come il “Venerdì della Malboro”, ebbe inizio un’incessante corsa al ribasso.  Se infatti la Philip Morris aveva deciso di ridurre del 20% il prezzo delle sigarette Malboro per competere coi prodotti unbranded, allora il concetto di branding aveva perso il suo valore.

Su No Logo si legge:

[...] La moda delle offerte speciali dei primi anni Novanta ha scosso i marchi alle fondamenta. Improvvisamente le risorse venivano investite in riduzioni di prezzi e altri incentivi, piuttosto che in campagne pubblicitarie estremamente costose. [...]

Le marche che hanno privilegiato il marketing, riuscendo a sfuggire alla corsa verso il ribasso dei prezzi, sono però le uniche ad essere uscite più forti da questo duro periodo di crisi. Tra queste la scrittrice cita Nike, Apple, Calvin Klein, Disney, Levi’s e Starbucks. Tutti brand che ancora oggi vantano una forte identità.

Il passato ci serva da insegnamento

In questo periodo di crisi in Rete si trovano spesso consigli di esperti del settore che si stanno impegnando ad offrire alle aziende, in particolare alle PMI, suggerimenti utili per superare questa difficile congiuntura economica e trarne, per quanto possibile, anche vantaggi.

Non sto a ripetere quanto già detto da professionisti come John Quelch, Rieva Lesonsky o il prima citato Google. Il concetto di fondo è sempre lo stesso: le aziende non devono percorrere la strada apparentemente più semplice, ovvero quella del taglio dei prezzi o dei costi pubblicitari, ma impegnarsi su altri fronti come il proprio riassetto interno, al fine di minimizzare il superfluo, o gli investimenti in campagne che permettono di ottenere ROI maggiori.

Fonti per approfondire:

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Donne e mamme online: empowerment e nuovo marketing

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Donne e mamme online: empowerment e nuovo marketing


Diamo il benvenuto in Online Marketing Blog ad una nuova penna (nuova per quanto riguarda OMB, ma già conosciuta da chi segue il suo blog VereMamme.it): Flavia Rubino. Benvenuta Flavia e grazie per condividere le tue opinioni e la tua esperienza con noi!

Questo primo post tratta di un argomento più volte toccato anche in OMB: il potere del consumatore nell’economia di Internet; Flavia parla di questo argomento da un punto di vista diverso: del consumatore stesso, ed in particolare delle mamme.

Alcuni percorsi professionali e personali si stanno intrecciando strettamente nel mio blog, anche grazie ai commenti di chi lo segue. Il denominatore comune di questi percorsi è l’empowerment femminile, e in particolare l’empowerment delle madri.

Non significa solo una maggiore partecipazione femminile ai ruoli di leadership e una maggiore flessibilità del lavoro per una migliore conciliazione tra famiglia e lavoro, temi pure altamente “scottanti” ovunque mi giri. Significa innanzitutto liberarsi dai sensi di colpa e dai miti che iniziano a perseguitare una donna, fino al giorno prima convinta di avere raggiunto la “parità”, nel momento esatto in cui diventa madre.

mamma managerL’empowerment delle mamme è innanzitutto un modo di sentirsi: sentirsi sicure, libere da condizionamenti e (pre)giudizi, “a posto”, ognuna con le proprie capacità e le proprie scelte. Senza bisogno di giustificarle criticando quelle delle altre, ad esempio, cosa che succede puntualmente appena un personaggio pubblico come Rachida Dati torna al lavoro a sette giorni dal parto (il primo esempio di attualità che mi viene in mente). Ma le mamme sono anche un gruppo prezioso per le aziende, perché da loro passa la gestione del potere e delle decisioni di acquisto delle famiglie in una quantità sterminata di categorie di consumi. Da mamme, cominciamo a pensare di più alla qualità di quello che mangiamo, per esempio. Ci tocca comprare i pannolini, gli omogeneizzati, e un sacco di cose che prima non erano affatto nel radar. E con il grande senso di responsabilità che ci contraddistingue, magari in tempi di recessione cerchiamo di risparmiare su qualcosa per noi stesse, ma non per i nostri bambini.

Dopo i primi visionari di qualche anno fa, voci sempre più autorevoli (si veda tra tutti Giampaolo Fabris nel suo recente “Societing”) annunciano un passaggio d’epoca, l’ossimoro di un consumatore che è sempre più individualista e sociale allo stesso tempo, e soprattutto un consumatore che ha accesso a una pluralità di informazioni impensabile fino a pochi anni fa, quando la comunicazione era ancora dominata dalla pubblicità unidirezionale, strillata in TV ad una audience passiva. Le mamme sono le protagoniste di questa nuova realtà, con la loro domanda insaziabile di informazione sul web. E allora, l’empowerment delle mamme si esprimerà anche nella possibilità di dire la loro sui prodotti e sui servizi che le riguardano. Dagli asili ai marsupi e agli omogeneizzati.

Mamma Mia!Ma non penso ai tradizionali focus groups in cui qualcuno presenta un’idea e dieci persone intorno a un tavolo la vivisezionano freddamente. Penso alla partecipazione delle mamme sin dalla fase precedente, cioè la generazione delle idee, la creazione di beni e servizi. Perchè la creazione di qualsiasi soluzione utile (l’innovazione, un fattore primario di crescita dell’economia, significa creazione di soluzioni nuove che generano valore per le persone) nasce più che dal ragionamento su un problema prestabilito, dalla riformulazione del problema stesso in modo nuovo. E sono quelle le idee migliori.

Certe volte nella vita le coincindenze sono potenti: in almeno tre libri diversi ultimamente, ho trovato la stessa citazione di Einstein. “Non è possibile risolvere un problema con lo stesso livello di pensiero che sta creando il problema”.

E ancora, penso alle mamme blogger e non che, scrivendo e ragionando insieme, aiutino a decodificare le loro emozioni, affinchè il resto del mondo (dal resto della famiglia, intendo, fino ai politici e ai copywriter) entri finalmente in sintonia con loro e la smetta una buona volta di raffigurarsele per stereotipi. Di sicuro, noi non siamo più quello che tutti hanno pensato per tutto questo tempo che fossimo. Faccio un passo indietro.

Il nocciolo delle prime lezioni di marketing ricevute dal mio capo in Procter & Gamble era: qualunque cosa tu dica, anche una massaia calabra baffuta deve essere in grado di capirlo. Da allora, oggi posso permettermi di cambiare approccio: credo che dobbiamo ripartire dalle donne pensanti e scriventi, quelle che, anche se sono ancora un piccolo drappello rispetto al totale, stanno riscrivendo per tutte noi, qui sul web, un concetto millenario come la maternità.

Il web rende le idee visibili e immediatamente “azionabili”, supera la logica tradizionale del marketing dei grandi numeri e dà spazio ai micro-trend. Penso che le aziende possano (e assolutamente debbano) imparare nuovi modi di parlare e nuovi modi di generare idee con le mamme, seguendo le loro identità frammentate e policentriche. Invece finora, alle mamme, si parla ancora per categorie massificate e stereotipi antiquati.

Ma perchè?

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I bambini seguono spot tv e pubblicità

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I bambini seguono spot tv e pubblicità


Comunicazione

bambini al computerIn America il 46% dei bambini di età compresa tra i 6 e gli 11 anni ha visitato un sito web per reperire maggiori informazioni rispetto un prodotto visto in spot televisivi o annunci pubblicitari. La ricerca di informazioni in risposta a pubblicità offline cresce all’aumentare dell’età dei giovani consumatori: su 10,7 milioni di bambini, il 26,5% ha 6-7 anni, il 33,3% 8-9 anni e il 40,2% 10-11 anni. A rivelarlo è un’indagine condotta da Mediamark Research (MRI).

Un comportamento, quello sopra descritto, che si riscontra solitamente nei bambini abituati ad utilizzare la Rete: il 48% di loro naviga infatti su Internet quotidianamente, il 41% ha un personale indirizzo e-mail e il 40% negli ultimi 30 giorni ha usato un servizio di Instant Messenger.

2008-american-kids-studyAnnie Marie Kelly, vice presidente del MRI, sottolinea come i giovani siano più sensibili agli inviti dei pubblicitari che propongono di visitare il sito del brand e di come i marketers dovrebbero prendere atto di questa loro inclinazione e “farne tesoro”.

Dell’utilità di un marketing mix diversificato, online e offline, capace di attirare utenti nel proprio sito, ha parlato anche Federico in un suo post recente.  Questa ricerca avvalora ulteriormente le sue parole, sottolineando come i bambini siano più reattivi degli adulti agli inviti che provengono dalla comunicazione offline e sollecitano approfondimenti nel mondo online.

La ricerca è stata svolta in America, paese decisamente evoluto in settori come tecnologia e connessione e per questo spesso anticipatore di tendenze. Il ruolo che le informazioni on-line andranno ad assumere si suppone quindi sarà sempre più rilevante. I bambini di oggi sono gli adulti di domani. Se già da piccoli maturano questo comportamento, col tempo non potranno che rafforzarlo e farne un’abitudine, anche senza l’invito formale dei pubblicitari.

Atteggiamento che nasce anche in risposta ai diversi bisogni che le due comunicazioni soddisfano: spesso la pubblicità offline riesce solo ad attirare l’attenzione del consumatore, mentre è online che l’utente trova informazioni utili per prendere decisioni (discorso che accenno solamente in quanto merita un post specifico).

E a voi? Quante volte è capitato di andare su Internet a cercare maggiori informazioni rispetto un prodotto di cui avevate visto o sentito un annuncio su tv, radio e giornali? E i vostri figli come si comportano?

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Il lancio di un nuovo prodotto

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Il lancio di un nuovo prodotto


Comunicazione

Spesso l’insuccesso del lancio sul mercato di nuovi prodotti è dovuto ad un’errata strategia di marketing. L’articolo seguente è tratto tratto da un testo originale dell’ing. Simone Lovati, consulente in marketing strategico: vengono presentati gli errori più comuni che vengono commessi durante questa delicata fase.
Per ogni errore proponiamo un consiglio che possa aiutare a trasformare ogni nuovo prodotto in un successo.

Il Marketing non collabora con la Ricerca e Sviluppo

Molti marketing manager lavorano solo pensando alla Promozione: pubblicità, branding, fiere ed eventi aziendali. Seppure queste attività sono indiscutibilmente fondamentali, lavorare solo con esse risulta riduttivo in quanto il prodotto (o il servizio) da lanciare già esiste!

Per migliorare la propria performance il marketing deve “risalire” il processo decisionale, collaborare con il reparto ricerca e sviluppo o con l’ufficio tecnico per definire e segmentare il mercato, identificare il miglior target e costruire su di esso un prodotto (o un servizio) che realmente risponda alle esigenze.

Il Marketing non si concentra abbastanza sul target

Spesso l’ufficio marketing non conosce veramente il target da colpire, le sue esigenze, le sue abitudini.

Ormai le persone sono saturate di impegni, riunioni, email ed informazioni. Non è possibile inviare generici inviti nella speranza che siano d’appeal per il destinatario. E’ necessario conoscere bene le esigenze dei destinatari, non solo le loro caratteristiche o dati demografici. Bisogna inviare email personali e specifiche sulle esigenze del destinatario, solo così si può pensare di aver successo.

Il Marketing sceglie sempre la strada più sicura

Molti marketing manager preferiscono non rischiare mai e scelgono di non “abbandonare la strada vecchia per la nuova” per non essere poi incolpati di possibili insuccessi.
Molti sanno di sprecare budget su tattiche consuetudinarie e assolutamente poco efficaci, ma non vogliono assumersi il rischio del cambiamento!
Oltretutto di solito il marketing è visto come un costo, perciò è la prima risorsa da tagliare in tempi di crisi.

Per prima cosa è necessario subito chiarire quali risultati ci si attende da ogni nuova iniziativa di marketing. Se volete nuove iniziative vengano approvate dal management, dovete iniziare a calcolare e tenere sotto controllo il ritorno sugli investimenti delle vostre attività di marketing. Dimostratene il valore in termini di profitti, confrontate le strategie precedenti con le nuove con dati alla mano e presentate le vostre decisioni fondate a chi decide.

Il Marketing inizia a pianificare troppo tardi

Molte aziende pianificano il lancio di un nuovo prodotto all’ultimo momento, quando il prodotto è già disponibile sul mercato.
Un piano di lancio va studiato nel dettaglio, non si può pensare di iniziare a pensarci quando il prodotto è già sugli scaffali o lo sarà tra poco.

E’ necessario convincersi che che la pianificazione va studiata a partire dal momento in cui il prodotto entra in produzione, non quando si è già pronti a vendere!

Il Marketing e le vendite non comunicano

La maggior parte dei marketing manager ignorano e non si interessano del ciclo di vendita dei propri prodotti. Sono convinti che il loro ruolo termini con la generazione dei prospects. In questa situazione, pare che Marketing e Vendite abbiano obiettivi e misure diverse.

L’ufficio marketing e l’ufficio vendite collaborano invece insieme per la riuscita del prodotto, devono lavorare per sincronizzare i loro sforzi. L’obiettivo è lo stesso per entrambe: la crescita del business sui clienti!

Il marketing deve monitorare strettamente il ciclo di vendita del prodotto, il ritorno delle campagne di marketing va tenuto sotto controllo al lancio del prodotto e se possibile anche durante la sua vita successiva.

tratto da un testo originale di:

Ing. Simone Lovati
Consulente in marketing strategico, presidente e socio co-fondatore di
ADVBOUCLE & PARTNERS

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ROI – Return On Investments

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ROI – Return On Investments


Web analysis

Strategie di marketing e misurazione

Il successo degli investimenti promozionali e in generale di tutte le strategie di marketing si misura sulla base della loro efficacia nel raggiungere gli obiettivi per cui sono state create e finanziate. Gli obiettivi possono essere molteplici, ed altrettante le corrispettive misure: generazione di contatti, aumento della brand awareness, penetrazione in un determinato mercato, test per un nuovo prodotto, ecc…

Nel caso di campagne promozionali finalizzate all’aumento delle vendite (spesso le più importanti in termini di budget investito), la misura corretta da considerare è il ROI. Questo indice misura qual’è il ritorno in termini economici di un certo investimento, e ci permette quindi di stabilire se una campagna o un’azione di marketing sia profittevole o meno.

Ritorno monetario rispetto agli investimenti

La definizione di ROI di wiki è:

Return on investment (ROI, indice di redditività del capitale investito o ritorno degli investimenti)

Il ROI indica la redditività e l’efficienza economica della gestione caratteristica a prescindere dalle fonti utilizzate: esprime, cioè, quanto rende 1€ di capitale investito in quell’azienda.

ROI={Reddito operativo over Totale impieghi caratteristici}times 100

dove per Reddito Operativo si intende il risultato economico della sola Gestione Caratteristica, mentre per Totale degli Impieghi Caratteristici intendiamo il Capitale Investito, ossia l’Attivo Totale Netto meno gli Investimenti Extracaratteristici (investimenti non direttamente afferenti all’attività aziendale: es. immobili civili).

Web Analysis e misurazione nel web

Report e grafico ROI campagne Google AnalyticsUno dei maggiori vantaggi offerti dal web, rispetto ai mercati tradizionali, è la grande misurabilità e la possibilità di tracciare nel dettaglio i risultati delle azioni intraprese: per sfruttare al meglio questo vantaggio è necessario utilizzare strumenti di analisi che associno i costi alle entrate dell’e-commerce. Quasi tutti i moderni sistemi di web analysis offrono la possibilità di integrare la propria piattaforma di ecommerce ed associare quindi i dati di costo ai dati di vendita. Per fare un esempio e come primo approfondimento, ecco un interessante articolo pubblicato sul blog ufficiale di Google Analytics che spiega come leggere la colonna del ROI (sempre che si abbia correttamente configurato il sistema per la raccolta dei dati di vendita, e comunque – si noti – i dati di costo vengono raccolti solamente per quanto riguarda AdWords… ;-) ) nei rapporti ecommerce del sistema.

Come nell’esempio appena visto, non sempre tuttavia è possibile (o perlomeno non è facile) importare i dati di costo, e spesso rimane indispensabile l’ausilio del fido foglio di excel, per confrontare i dati e prendere decisioni basate sugli effettivi risultati delle campagne.

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