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Può una banca parlare con la gente?

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Può una banca parlare con la gente?


Comunicazione

L’argomento è molto vasto e molto sentito tra gli esperti di social media.

Dalla rete emerge molta diffidenza nei confronti delle banche, percepite come poco trasparenti, e molta difficoltà di orientarsi tra prodotti poco differenziati: pertanto gli utenti si affidano molto a chi ha sperimentato direttamente vantaggi e svantaggi delle varie offerte.
Per una banca il punto non è solo “sbarcare in Rete” con qualche iniziativa, perchè è giusto e opportuno esserci, ma fare poi  qualcosa, con quell’iniziativa, che possa effettivamente migliorare la vita delle persone. E tutti sentiamo che le banche (ma anche le assicurazioni, e i servizi finanziari in generale) da questo punto di vista potrebbero dare tanto.
Personalmente sono stata molto colpita da un esempio citato dal libro-cult Groundswell: uno dei primi casi di una banca che si è aperta alla conversazione, anni fa, è stata la francese Crédit Mutuel, la cui firma è appunto “La banca a cui parlare”. Per trasformare uno slogan, in cui allora pochi credevano, in una realtà percepibile, la banca aprì una campagna sul tema “Se tu fossi un banchiere”, in cui gli utenti lanciavano idee su cosa avrebbero fatto, migliorato, cambiato, e lo facevano mettendosi “empaticamente” nei panni della banca stessa. Poi le idee migliori sono state realizzate: una delle più carine era un conto corrente fittizio con cui insegnare ai propri bambini i principi del risparmio e della gestione dei soldini, un bel gioco educativo insomma. Non credo che sarebbe facilmente venuto in mente al reparto marketing della banca.

A che punto siamo in Italia? Di certo ci sono ancora moltissime opportunità. Qualche tempo fa c’è stata una bella discussione qui, tra scetticismo, pragmatismo, idealismo, con moltissimi commenti interessanti da parte di cittadini supeattivi in Rete, che vi invito a leggere.
Intanto alcune banche cominciano a muoversi varie direzioni; ed ecco alcuni esempi recenti:

In materia di comunicazione, Monte dei Paschi di Siena ha portato in vita la sua campagna TV, “una storia italiana”, legandola a un concorso e ai contributi della rete. Belle le foto raccolte e le immagini backstage dello spot, mentre il diario-blog ha raccontato la genesi e gli sviluppi del progetto.

Banca Sella, “la banca delle idee” si è dotata di una bella area di conversazione e raccolta delle idee degli utenti, che ricorda molto da vicino l’esempio d’oltralpe citato prima. Colpisce piacevolmente la filosofia della collaborazione che si percepisce.

Libertà di banca, del gruppo UBI, presenta invece il classico concorso “diventa il testimonial”, in un’atmosfera molto “alternativa” (da figli dei fiori) e  molto curata.

Poco prima Intesa Sanpaolo aveva sponsorizzato il Superflash Blog con la sua omonima super-carta di credito. Un blog collettivo molto ricco, dai contenuti organizzati intorno ad alcuni temi portanti, e con premi finali decisamente attraenti per il popolo dei navigatori.

Infine è proprio di questi giorni il progetto Webank, la banca “online dal 1999″, a cui stanno contribuendo anche i cittadini di The Talking Village. Attraverso una prima fase di storytelling (“come internet ti ha cambiato la vita”) la banca entra in contatto con degli utenti-tester, che proveranno i prodotti e condivideranno pubblicamente le loro opinioni.

Quando, poco tempo fa, abbiamo fatto una piacevole chiacchierata col marketing di Webank, ci hanno detto che il Banking Online ha la relazione con la rete iscritta nel suo DNA, sin dall’inizio, per definizione. Verissimo, e la loro attenzione ai networks come FriendFeed e Facebook lo conferma.
Ma di che tipo di relazione si tratta? La linea di confine tra il coinvolgimento degli utenti in promozioni/concorsi a premi e vere conversazioni con la banca può talvolta essere sfumata.

A mio avviso, il criterio fondamentale di decisione dovrebbe rimanere questo: a strategie diverse corrispondono persone diverse da coinvolgere, e dunque strumenti diversi di coinvolgimento.
Per esempio, se l’obiettivo è traffico, animazione, buzz, awareness, allora offerte e promozioni con meccaniche ludiche ed estetiche molto gradevoli possono andare bene, soprattutto per quei gruppi numerosi di utenti molto “social”, chiacchieroni e giocherelloni (il popolo delle applicazioni e dei regalini di Facebook, per dire). Ma se l’obiettivo strategico fosse ideare nuovi prodotti insieme alla community o migliorare quelli esistenti ascoltando i loro veri bisogni, allora le meccaniche dovrebbero evolversi in modo tale da far emergere il contributo di coloro che hanno qualcosa di molto importante da dire: i loro insights. Una di queste meccaniche, adottata da Webank, è appunto lo storytelling (che ci appassiona molto e di cui abbiamo parlato qui), ma non è la sola, ed altre sicuramente verranno.

Inoltre penso che i requisiti delle operazioni di conversazione dovrebbero essere sempre:

  • la presenza e la partecipazione dell’azienda alla conversazione,
  • il contatto emotivo molto stretto tra i temi di conversazione e la community,
  • l’alta motivazione degli interlocutori (perchè partecipare? per avere un premio e/o sentire di aver fatto qualcosa di utile per me e per gli altri?)
  • e infine, risultati concreti e visibili: cosa facciamo insieme all’azienda una volta raccolti tutti i nostri contributi?

Naturalmente, su questo attendo anche le vostre opinioni…

PS: a proposito di apertura alla rete persino da parte della Pubblica Amminstrazione (certo per la vera conversazione è ancora presto!), anche se non c’entra niente voglio condividere con voi una piccola soddisfazione personale. Ieri sera ho compilato il mio primo ricorso contro una multa (ingiusta, ingiustissima!) al giudice di pace online. Si fa tutto qui e si riceve via mail la nota di iscrizione a ruolo e il ricorso, dopo due minuti.
Salvo poi stampare 5 copie, firmare, aggiungere una marca da bollo e inviare via raccomandata A/R. Ma vuoi mettere? :)

Per approfondimenti: Se i clienti vanno in rete, la banca li segue

Per partecipare al progetto Webank: Internet ti ha cambiato la vita? E’ il momento di raccontarci come

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L’utopia del consumer centric

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L’utopia del consumer centric


Comunicazione

Un pò di tempo fa mi sono imbattuta in un post dal titolo Companies Ignore Customer Feedback, Fail to Track WOM, un’affermazione che nasce in seguito alla ricerca Giving Customer Voice More Volume effettuata dal CMO Council su 480 marketers.

Secondo l’indagine il 38% degli intervistati hanno asserito che l’azienda per la quale lavorano non ha programmi idonei al tracciamento e alla propagazione del passaparola positivo tra consumatori e solo il 29% reputa la propria azienda capace di occuparsi e risolvere problemi e lamentele.

Cosa impedisce alle aziende di occuparsi dei consumatori?

non vedo, non sento, non parlo Il vero problema risiede nel valore che ancora oggi le realtà aziendali attribuiscono al consumatore e alla soddisfazione dei suoi bisogni. Porre al centro del proprio processo decisionale i consumatori quindi ascoltare e rispondere ad osservazioni e lamentele è ancora visto come un problema da risolvere e non come un’opportunità per trasformare esperienze negative in vantaggio competitivo. L’azienda è un sistema che non può vivere senza rapportarsi con l’ambiente esterno, senza il quale non può infatti esistere. Le infinite possibilità che oggi permettono ai brand di conversare e comprendere il mercato andrebbero quindi non solo colte al volo ma anche costruite.

Purtroppo l’indagine rivela viceversa che delle aziende prese in esame:

  • solo il 38% raccoglie l’opinione dei consumatori nelle situazioni in cui è coinvolto;
  • solo il 32% cerca di convertire i problemi in nuove opportunità di vendita e solo il 15% introduce nuovi prodotti e servizi come ulteriore occasione per monetizzare le relazioni;
  • solo il 17% sfrutta i momenti di interazione col consumatore per individuare e coltivare possibili sostenitori del brand.

conversazioneIl tutto nonostante i marketers intervistati conoscano e valutino importante l’esperienza vissuta dal consumatore. Ben l’83% ritiene infatti ”essenziale” o “sempre più importante” che i consumatori divengano difensori del brand. Inoltre se l’84% dei marketers sostiene che l’esperienza postiva vissuta dal consumatore ed il passaparola generato abbiano aiutato il brand a crescere, il 44% ha ammesso che esperienze molto negative hanno compromesso il proprio brand.

Un’occasione mancata

Nonostante ci sia piena consapevolezza  dell’importanza del consumatore e della centralità delle esperienze da lui vissute, le aziende non riescono a cambiare filosofia e ad organizzarsi seguendo un modello di business consumer centric, continuando a non sfruttare apieno le opportunità che una buona reputazione può apportare al brand.

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Donne, tecnologia e benessere al GGD

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Donne, tecnologia e benessere al GGD


Comunicazione News

GGD RomagnaVenerdì 29 maggio da brava blogger forlivese sono stata al GGD Romagna in rappresentanza di Online Marketing Blog, sponsor dell’evento.

Per chi non sapesse di cosa stia parlando le Girl Geek Dinners sono cene o incontri destinati a donne appassionate di tecnologia, Internet e nuovi media.

Il primo appuntamento GGD in Romagna  ha affrontato il tema del rapporto tra la tecnologia e il benessere. Argomento molto interessante e ricco di possibili sviluppi, soprattutto se rapportato al mondo femminile. Molte donne purtroppo si trovano infatti in difficoltà nel coniugare vita professionale e famigliare, finendo spesso col dover scegliere di dedicarsi solamente ad una delle due attività. Dati del 2008 dimostrano quanto questa situazione sia reale:

  • il 25% delle donne rinuncia al proprio posto di lavoro dopo il primo figlio e la percentuale sale al 40% dopo il secondo;
  • su circa 900 top e middle manager (metà uomini e metà donne), solo l’11% delle donne risulta sposata con figli, rispetto al 53% dei colleghi maschi.

Dati che portano ad affermare che nel lavoro il tempo è un grande fattore di discriminazione.

Per far si che questa situazione non si protragga nel tempo è importante ripensare il modello organizzativo delle nostre aziende e il flusso di sviluppo delle carriere, prefiggendosi l’obiettivo di porre le persone al centro dell’attività lavorativa.

Le tecnologie mobile, consentendo di superare le tradizionali difficoltà legate all’accesso ai sistemi informativi dall’esterno dell’azienda, rivestono in questo processo di cambiamento un ruolo fondamentale. Senza di esse infatti non potremmo nemmeno affrontare questo discorso.

Un accesso ai sistemi informativi sempre più flessibile e personalizzabile, che permette alle persone di essere produttive anche al di fuori delle aziende, quindi di conciliare con maggiore autonomia la dimensione professionale con quella privata e sociale.

Altro concetto più volte ribadito durante la serata, quindi fortemente sentito, è stata la funzione delle tecnologie in quanto strumenti al servizio degli uomini e non viceversa. Se infatti le tecnologie inizialmente venivano utilizzate per evitare agli uomini di compiere lavori faticosi (pensiamo alle macchine costruite durante la rivoluzione industriale, ma anche alla più vicina lavatrice), oggi vengono impiegate per evitare di compiere attivtà ripetitve e monotone, lasciando quindi all’uomo il tempo di dedicarsi alla parte creativa del lavoro (non ancora delegabile alle macchine… ).

Una serata interessante, capace di far incontrare donne (e non solo) che condividono un interesse, quindi di far nascere nuovi rapporti e nuove idee.

Consiglio perciò a tutte(i) di tenere sott’occhio il calendario delle Girl Geek Dinners.

Fonti per l’approfondimento:

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Marketing della conversazione: dai blogger alle aziende

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Marketing della conversazione: dai blogger alle aziende


Comunicazione

Da qualche tempo un segmento particolare della blogosfera italiana, quello delle donne e mamme blogger, gode di una certa attenzione da parte dei media ed è in particolare fermento (basta osservare il proliferare di aggregatori). Alcuni dei temi emersi nelle loro discussioni sono proprio quelli di cui avevo già parlato qui: l’insofferenza verso modelli culturali anacronistici e stereotipati.

Contemporaneamente, le prime aziende del largo consumo hanno cominciato ad “approcciare” i blogger con delle operazioni di buzz, talvolta destando alcune perplessità dovute alla tendenza a riapplicare le logiche del marketing tradizionale (ad esempio “la conferenza stampa”) a dei “media”, i blog, che invece sono un mondo completamente diverso.

In USA, il mommy blogging è un fenomeno massiccio e consolidato e il rapporto con i brands si è evoluto in varie forme e direzioni. Sarebbe facile aspettarsi che anche noi seguiremo tra poco questi modelli, secondo la regola della “decina d’anni di ritardo” sui fenomeni USA.

VereMamme.itCerto, direte, le donne responsabili d’acquisto sono il target per eccellenza delle grandi aziende del Fast Moving, e se le blogger più seguite parlano bene di un prodotto, si genera word of mouth positivo tra le loro lettrici. Logico quindi, che le aziende vogliano entrare in contatto con le blogger più seguite per ottenere citazioni dei loro prodotti. Ma le blogger hanno una loro personalità, una loro linea editoriale, selezionano criticamente le loro fonti, “non fanno copia-incolla di un comunicato stampa” , e molte percepiscono giustamente un “post-marchetta” come una stonatura che offende la sensibilità delle lettrici. Richiedono, insomma, stimoli intellettuali e coinvolgimento maggiori.

E se esistesse un’altra via? Se noi ci rifiutassimo di essere un target, con tutto il suo significato passivo, e invitassimo le aziende a superare una volta per tutte la termonologia kotleriana ispirata alla guerra per iniziare attivamente a dialogare? Se prendessimo noi delle iniziative per influenzare dal basso il rapporto con i brands, aggregandoci intorno a dei valori chiave e facendo delle precise richieste sulle tipologie di interazione, che ci interessano, cosa potrebbe succedere?

Le aziende ci seguiranno? E come si delineerà il rapporto tra blogosfera e brands in Italia? Non posso saperlo, ma spero che si riduca a poche semplici parole: vero dialogo, e vera collaborazione.

E non mi meraviglio se i primi segnali di questa nuova cultura provengono proprio dalle donne. Io credo profondamente che in questo momento le aziende e i consumatori possano sviluppare nuove forme di collaborazione per l’innovazione, per l’ambiente, per una migliore qualità della comunicazione, anche per eventi pr o promozioni intelligenti, con strumenti di lavoro mai visti prima. L’importante è aprire dei canali di dialogo, e tenere alta la qualità di quel dialogo. Con un gruppo di donne blogger ci siamo incontrate circa un mese fa e abbiamo parlato di queste cose. Abbiamo spiegato che il marketing in relazione ai blog non è necessariamente da demonizzare, ma che da questo incontro possono nascere buone iniziative, se si può realizzare un nuovo empowerment del consumatore.

Proprio per continuare a parlarne, nel mio sito www.veremamme.it esiste una sezione che si chiama Marketing della Conversazione, da cui è nato un progetto ambizioso: Powered by People.

Il Marketing della Conversazione di VereMamme è un luogo nuovo e ibrido, pensato sia per gli “addetti ai lavori” che conoscono bene le tematiche del web marketing – in particolare le tesi innovative del marketing partecipativo dell’era 2.0 – e vorrebbero vederle messe in pratica, sia per le tante lettrici, responsabili consapevoli degli acquisti familiari, che si accostano con curiosità a questi argomenti (e anche un po’ di diffidenza) e desiderano dire la loro.

Ma perchè sono qui a raccontarvelo? Perchè la prima azienda che ci ha ospitato ed ascoltato non ha un nome da poco: è stata Barilla, a Parma, proprio in seguito a questo post su OMB. Ecco la presentazione che abbiamo portato in Barilla, ed ecco alcune foto della giornata.

http://mammaimperfetta.iobloggo.com/222/mamme-digital

SpigheIl primo progetto di conversazione online nato da questo incontro sono I diari delle Spighe. Da oggi, un folto gruppo di donne blogger che partecipano a Powered by People terrà un diario personale per condividere con l’azienda e gli altri lettori la loro esperienza di un nuovo prodotto. E’ il nostro primo progetto  e da qui, ne sono convinta, possono nascere molte altre cose: come giornate di formazione nelle aziende, sviluppo e incubazione online di nuove idee di prodotto o di comunicazione, eventi speciali.

I next steps?

Stiamo finalizzando il manifesto di Powered By People, perfezionando il nome per renderlo ancora più distintivo, e preparandoci a rendere nota l’iniziativa in tutte le sedi e presso tutti gli interlocutori più qualificati, a cominciare dalle agenzie. Vi terrò aggiornati.

Per cominciare ne parlerò al prossimo MaM Camp, a Milano il 23 maggio.

Seguitemi… spero ci sarà da divertirsi.

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Lancio di nuovi software: 3 trucchi per il successo

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Lancio di nuovi software: 3 trucchi per il successo


Software

lancio nuovi softwareCome poter lanciare un nuovo strumento software (magari a pagamento!) in un mare di tool già esistenti, molti dei quali gratuiti, scaricabili via web e aggiornati costantemente?

Proponiamo un articolo di Simone Lovati, che descrive alcune idee interessanti ed in linea con le attuali evoluzioni nella strategia commerciale dei nuovi software lanciati sul mercato.

Il problema è che fondamentalmente non conta più quanto il vostro software sia avanzato, quante funzionalità fantastiche abbia rispetto alla concorrenza, e quanto sia più fruibile. Sono tutte condizioni necessarie, ma da sole non vi garantiranno la diffusione, e quindi nemmeno il successo del vostro sistema.

Ecco tre idee, che più che altro vanno usate come stimoli per trovare l’assetto corretto nel lancio della vostra fantastica nuova soluzione software.

1. Lancio di un software come strumento web-based

Non pensate al lancio di un software per desktop, senza prevedere una versione in ASP (Application Service Provider); piuttosto sarebbe preferibile pensare prima al tool su web e poi (se proprio serve) ad una versione desktop. Ecco i vantaggi di questo approccio:

  • compatibilità da subito con chiunque (Windows, Mac, Linux…);
  • nessun pacchetto da far scaricare, nessuna installazione necessaria;
  • monitoraggio dell’utilizzo del vostro strumento da parte dei first adopters, utilizzando un semplice sistema di statistiche (stile Google Analytics): un mare di idee su come e dove migliorare.

Oltretutto ormai in molti (Google, Adobe, ecc…) stanno sfornando sistemi che permettono l’accesso offline, senza connessione ad Internet, per eliminare finalmente l’ultima barriera all’utilizzo di sistemi completamente online.

2. Lancio di un software come strumento semplice

Per un software, il lancio non è la fine del processo di sviluppo, ma piuttosto l’inizio!

Cercate di lanciare il vostro prodotto solo con le funzionalità di base, il nucleo dell’idea, e non molto di più. Sarà così più semplice capire il suo fattore critico di successo. Il resto lo deciderete successivamente, assieme ai first adopters, osservandoli ed interagendo con loro.

Ed a proposito di first adopters, ci siete pure voi fra di loro, se voi stessi non usate il vostro sistema e non lo ritenete indispensabile e comodo, cominciate a preoccuparvi seriamente!

3. Lancio di un software come espansione di un sistema esistente

Il problema è sempre lo stesso: raggiungere la massa critica. Niente clienti, niente break-even, niente investimenti per gli aggiornamenti.

Ok! Ecco un trucco: cercate di integrarvi da subito con sistemi popolari (ad esempio www.salesforce.com, www.37signals.com, ecc…), i quali hanno sempre disponibili librerie di API per interfacciarsi e tutto l’interesse a darvi visibilità se li supportate (perché possono aggiungere nuove funzionalità alla propria soluzione), ma soprattutto hanno milioni di utenti che non vedono l’ora di aggiungere la vostra novità.

Qualche esempio concreto

  • un ottimo esempio di accesso senza connessione: date un occhio a Google Calendar con l’accesso offline o alla nuova piattaforma Adobe Air ;
  • un paio di settimane fa volevo comprare un nuovo cardio-GPS per i miei allenamenti di corsa: ho scelto il Garmin Forerunner 405, non solo per le sue caratteristiche, ma soprattutto perché era compatibile con Mac (io uso solo Apple!) grazie al fantastico software web-based Garmin Connect;
  • ho provato e in qualche caso acquistato un mare di tool nuovi come add-on a strumenti che già stavo utilizzando. Questa da subito è stata la strategia Apple con iTunes Apps Store.

tratto da un testo originale di:

Ing. Simone Lovati
Consulente in marketing strategico, presidente e socio co-fondatore di
ADVBOUCLE & PARTNERSConsulenti Marketing

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Cercare in Facebook anziché in Google?

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Cercare in Facebook anziché in Google?


Social Media Marketing

Diamo il benvenuto un nuovo autore (oltre che amico ed ex collega): Samuel Gusso.
Samuel al momento vive in Costarica e, come ci racconta nel suo profilo, ed è arrivato fin lì passando da Second Life. Ha in serbo alcune sorprese per online-marketing.it e tra breve sentirete ancora parlare di lui.

Questo primo post affronta un tema a cavallo tra la reputazione online e il social media marketing: la presenza e la visibilità all’interno di un social network, tipicamente corredate di emotività e giudizi di merito, un giorno varranno almeno quanto un asettico posizionamento nelle SERP di Google? – (intro by Fabio)

Paul Dunay ha recentemente pubblicato un post molto interessante intitolato With Facebook Pages – Who needs a Website? nel quale, forse un po’ provocatoriamente, sostiene che, con l’avvento e l’esplosione di un social media come Facebook (al secondo posto nella top ten dei siti di social network e forum per dicembre 2008 – Fonte: Blog Iab Italia) sia drasticamente diminuita l’ esigenza di avere un sito web per portare avanti il proprio business.

L’autore sostiene in definitiva che con Facebook Fan pages ci si può creare la propria web all’interno della “piattaforma” Facebook, la quale risulta essere completamente libera da costi di hosting e server, inoltre assolutamente friendly per tutti i motori di ricerca dal momento che per ciascuna landing pages abbiamo una URL unica.

Paul indica tra i plus il fatto di poter postare video, uplodare cataloghi prodotti e ricevere feedbak, pubblicizzare eventi, concorsi…usare l’aggiornamento di status come fosse Twitter ( e viceversa, aggiornare il proprio Twitter in maniera che appaia come status in facebook).

Facebook per tutti

Per concludere viene evidenziata la facilità con la quale si potrebbero inviare mail ai propri fans gratuitamente e, in caso, acquistare anche pubblicità targettizzata.

Non mi sento di condividere completamente il punto di vista dell’autore, ma le sue parole sono spunto per una duplice riflessione: da un lato noto come quasi quotidianamente mi giungano richieste di amicizia in Facebook da parte di ristoranti, palestre, discoteche etc, richieste che regolarmente ignoro.

Creare un gruppo o un profilo in Facebook è realmente semplice e chiunque abbia un minimo di conoscenza web può farlo in 5 minuti. Questo tipo di attività a mio avviso alla lunga comincerà a risultare invasiva e snervante alla stregua del “vecchio e caro” spam.

Vi è un aspetto che però vorrei far notare e mi piacerebbe fosse spunto per riflessioni future all’interno del blog: Facebook potrebbe essere il nuovo Google? Arriverà un giorno in cui invece di cercare il nome di un ristorante in Google lo cercherò attraverso Facebook e lo valuterò sulla base del numero di amici, delle foto pubblicate e dei feedback ricevuti?

Quanto potrà valere, ad esempio, un commento in TripAdvisor che parla bene o male di un hotel e quanto un profilo in Facebook con tanto di foto-ricordo con il proprietario, una bacheca di commenti, delle foto “amatoriali” della vacanza appena conclusasi di un cliente soddisfatto?

Arriverà in definitiva un momento in cui (per alcune tipologie di query) Facebook sarà preferito a Google? E se sì, che risvolti avrà per tutti coloro che si occupano di SEM?

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Il Mulino Bianco e il Marketing della Conversazione

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Il Mulino Bianco e il Marketing della Conversazione


Social Media Marketing

Giuliana, compagna di avventura conosciuta nella blogosfera durante il mio percorso da neofita, logo_mulino_bianco con cui condivido sia la passione per i temi femminili che quella per il Web Marketing, mi segnala un’iniziativa di Marketing dell’Ascolto di un Brand del largo consumo.

Si tratta addirittura del Mulino Bianco: una vera e propria icona nazionale che “lancia il primo progetto italiano di cogenerazione di idee“.

Nel Mulino che Vorrei

Innanzitutto il nome: “nel Mulino che vorrei”, non così attraente ma sufficientemente chiaro in quello che si propone, cioè ascoltare i desideri della gente.

Gli obiettivi suonano come una dichiarazione di principio molto seria:

Noi vogliamo essere sempre più vicini alle tue esigenze e migliorarci nelle direzioni che ci indicheranno i consumatori. E ci adopereremo per rendere realtà le idee migliori proposte.

La meccanica è questa: gli utenti sono invitati a proporre liberamente le loro idee nelle categorie

  1. prodotti
  2. promozioni
  3. confezioni
  4. impegno sociale e ambiente (per un consumatore sempre più attento agli aspetti etici e sociali delle attività delle aziende, questo non può mancare)
  5. altro

Le idee vengono commentate e votate, e le idee migliori verranno realizzate. Molto carino, nel banner del sito, lo scorrere delle ultime frasi/slogan postate dai lettori. Alcune sono banali e sdolcinate, ma sono vere e non opera di un pubblicitario professionista.

Dopo la raccolta e la sistematizzazione delle idee, l’implementazione segue un processo un po’ lungo e faticoso, ma mi rendo conto inevitabile. Si fa un po’ fatica a seguire le varie fasi e i metodi di selezione delle idee, ma l’importante è che che ci sia un impegno dell’azienda a realizzarle.

Il Blog del progetto merita di essere seguito, speriamo che venga riempito di contenuti interessanti e divertenti “dietro le quinte”. Il primo post del Direttore Marketing che vara il progetto indulge a tratti in qualche piccolo (ma perdonabile) eccesso di celebrazione, il secondo post del Digital Team che “ha fatto notte nel lavorare con le tante risposte ricevute” mi suona molto autentico.

mulino_bianco_betaSpero che gli utenti utilizzino numerosi il Blog per lo scopo che dovrebbe avere: dare commenti al Team sull’iniziativa in sé, farli divertire, e contribuire al suo miglioramento continuo. Finora non ci sono commenti… forse è presto, e forse il blog dovrebbe essere promosso meglio come uno strumento chiave del progetto.

La mia impressione è che concetto e intenti siano ottimi, l’esperimento è ben pensato e ben preparato, il tutto è così interessante che merita di essere coltivato e sviluppato dedicandovi molto tempo.

Speriamo solo che il management non si faccia prendere dalla tipica ansia di concludere: allora? gente che fa notte per cosa? costi extra, per quali ritorni? Mentre i ritorni di immagine si misurano sul (molto) lungo periodo, il rischio è che in tempi di crisi gli orizzonti, al contrario, si restringano.

I miei (modesti) suggerimenti

Una voce più umana e vicina alla gente. Esiste un Tutor, di nome Daniele, che si presenta così:

Ciao, mi chiamo Daniele e sono a tua disposizione per aiutarti Nel Mulino Che Vorrei.
Da diversi anni mi occupo di comunicazione e di social networking. Amo leggere e ascoltare musica e mi ritengo un attento osservatore di tutto ciò che di nuovo accade in rete. Mi aggiro curioso tra blog e siti in cerca dei trend più interessanti.

Personalmente avrei preferito una… donna, non troppo giovane, che non parlasse di social networking, blogs e cool hunting, cose che ad alcuni possono risultare ancora ostiche. Una signora, Emma, che magari lavora in Barilla da 20 anni e si è sempre interessata alla relazione con il pubblico; lì per ascoltare e non solo per dare assistenza tecnica. Non me ne voglia Daniele, ma un giovane che ha tutta l’aria di essere un consulente esterno esperto di Web, non è la stessa cosa.

Un linguaggio più emotivo e soprattutto più terra terra. Un esempio: “La partecipazione è spontanea e si basa sulla pariteticità della relazione”, questa la capiamo solo noi addetti ai lavori, evangelist del Cluetrain Manifesto, no? Peccato nascondere dei concetti così innovativi dietro a un linguaggio a volte un pò politichese. Piuttosto fatemi degli esempi concreti di come un consumatore ed un’azienda possano dialogare.

Un programmino di incentivi non sarebbe stato male. Chi partecipa ha come interesse un desiderio, un bisogno, un’idea che vorrebbe che Mulino Bianco realizzasse. Le community online hanno come incentivo alla partecipazione la gratificazione personale, questo è certo. Ma proprio per questo un premio per le idee più votate, indipendentemente dalla loro realizzazione finale oppure no, ci sarebbe stato bene.

mulino-che-vorrei Infine, un paio di avvertimenti: i tempi del progetto sono un po’ lunghi. Anche 24 mesi per un nuovo biscotto. Come mantenere vivi la partecipazione e l’interesse mentre l’azienda seleziona e decide? Non so se lo stato di avanzamento sarà sufficiente.

Inoltre la pronta realizzazione delle idee migliori è indispensabile, è il cuore dell’idea, sarà la prova tangibile che questa non è solo un’altra forma di pubblicità, ma un’iniziativa vera, tale per cui qualcuno potrà dire al supermercato: “Vedi questa confezione viola biodegradabile? E’ stata un’idea mia!”. Meglio realizzare qualcosa di molto piccolo, ma subito, altrimenti il rischio è la percezione di non mantenere la parola, con conseguenze ovviamente molto negative per la credibilità della marca.

Stiamo a vedere!

mulino_bianco02Il Team Mulino Bianco avrà sicuramente la sua strategia e la seguiremo con attenzione. La mia sarebbe quella di salire velocemente i gradini della scala dell’engagement: per ora stanno ascoltando, ma presto dovrebbero conversare, e infine con i primi lanci di prodotti crowd-sourced, coinvolgere una vera e propria community di appassionati in una relazione duratura.

Comunque vada, complimenti: benvenuti nell’era del Marketing della Conversazione e buon viaggio, amici di Barilla. Se anche le Mamme ipercritiche e  fieramente contrarie alle merendine apprezzeranno lo spirito del progetto e cominceranno a postare contributi costruttivi, vorrà dire che avrete iniziato con il piede giusto.

Infine, per approfondire, ecco una presentazione su slideshare riguardo al progetto del Mulino:

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Web e utenti spodestano Stampa e giornalisti

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Web e utenti spodestano Stampa e giornalisti


Comunicazione

Negli ultimi anni gli eventi straordinari che hanno investito il mondo sono stati raccontati non solo dai media mainstream ma anche da persone comuni presenti in quella specifica circostanza. Notizie dell’ultimo minuto e filmati che trovano nella Rete una via diretta e democratica per diffondersi. Una cronaca immediata, continua e realistica.

democrazia web2.0Lo sviluppo della tecnologia, sempre più mobile ed accessibile, offre alla maggior parte delle persone comuni, residenti in paesi sviluppati, la possibilità di raccontare  accadimenti attraverso testi, immagini, file audio e video. Facoltà che solo da pochi anni non è più prerogativa dei soli giornalisti.

Fin dall’inizio la Rete è stato un luogo democratico, dove chiunque può contribuire alla comunicazione e diffusione della conoscenza. Gli strumenti si fanno di volta in volta più semplici da utilizzare e più potenti: già da anni l’ampia diffusione dei blog, ed ultimamente l’offerta di sistemi ancora più veloci ed immediati da utilizzare, come il microblogging (Twitter, Jaiku) e i social networks (Facebook, MySpace), permettono a chiunque abbia qualcosa da raccontare di aprire un canale di comunicazione col mondo.
 

Eventi raccontati dalla Rete

L’attacco alle torri gemelle dell’11 settembre 2001 è stato il primo drammatico evento ad essere stato raccontato prima dai blogger che dagli “addetti ai lavori”. Persone comuni ma presenti sul posto che attraverso la Rete divulgano documenti e notizie da loro raccolti. Testimonianze che per il loro alto valore informativo ed emozionale vengono sempre più riprese anche dai media mainstream.

Come segnalato da politicaesocieta.blogosfere.it l’ultimo doloroso evento raccontato da persone comuni attraverso la Rete e i suoi ormai infiniti strumenti sociali, è stato l’attacco israeliano alla Striscia di Gaza. Racconti su Facebook di persone coinvolte sono stati ripresi anche dal Corriere della Sera e a riprova del sempre più importante ruolo che la comunicazione online sta assumendo, il Consolato di Israele ha lanciato su questo media una campagna di comunicazione per difendere le proprie decisioni. Avital Leibovich, responsabile della campagna di comunicazione digitale delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), ha infatti aperto un blog, un canale su Twitter ed uno su YouTube, affermando sul Jerusalem Post che  “The blogosphere and new media are another war zone. We have to be relevant there”.

Poster vittime dell'11 settembreUn’informazione, quella sulla Rete, veloce, immediata e multifonte. Un grande testo unico, un’opera aperta in cui ogni informazione è raggiungibile da qualsiasi punto di partenza. Su internet, i limiti legati ai tradizionali mezzi mediatici  scompaiono per dare spazio all’utente e alle sue esigenze: chi vuole informarsi non deve più stare agli orari, alla scaletta e ai tempi ristretti dei mass media, non ha limiti di conoscenza, può saltare velocemente da una fonte all’altra ed interagire con essa. Il tutto a costi limitatissimi. D’altro canto, anche chi scrive, è libero da obblighi e formalità insite nei tradizionali mezzi di comunicazione. Certo, per accedere alle informazioni in Rete è necessario possedere un supporto hardware ed uno software, ma su questo fronte i miglioramenti si registrano di giorno in giorno.

Può quindi il web rivelarsi il media più adatto alla diffusione di notizie?

Per quel che riguarda notizie dell’ultimo minuto direi proprio di si: velocità, immediatezza e accesso diffuso alla Rete permettono un’informazione aggiornata e multifonte. La stampa tradizionale, d’altro canto, si dimostra più adeguata agli approfondimenti: i testi lunghi  non sono adatti alla lettura a video e la loro impegnativa stesura implica il possesso di conoscenze e competenze tecniche non individuabili nell’utente comune.

La comunicazione diretta

L’informazione, come tanti altri settori, sta vivendo grazie al Web un processo di disintermediazione. I giornalisti, consapevoli di possibilità e criticità legate alla Rete, devono imparare ad evolvere con essa sganciandosi dai vecchi sistemi informativi. Il cambiamento, per l’impegno mentale che implica, viene spesso accusato di peggiorare le condizioni di vita delle persone coinvolte ma cambiare, nella maggior parte dei casi, significa creare nuove opportunità: l’importante è saperle cogliere.

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Social network professionali: Link2me

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Social network professionali: Link2me


Comunicazione

logo social networkOrmai nessuno che lavori nel campo del web marketing sottovaluta il potenziale dei social networks. Sulla scia del successo di alcuni noti come LinkedIn, Xing, Facebook, vediamo nascere ogni giorno iniziative “social” più o meno brillanti.

Il campo si fa affollato e la competizione cresce. E’ difficile (e anche non troppo utile) aprire ora un social network generalista, dal momento che il punto critico è proprio riuscire a distinguersi dalla massa, offrendo un vantaggio concreto: ne abbiamo tutti abbastanza dei form da compilare, non vogliamo un altro (ennesimo) profilo.

A mio parere (supportato da pareri di nomi più illustri ;-) ) per riuscire è necessario avere le idee chiare e focalizzarsi in un ambito specifico.

logo link2mePer fortuna in molti l’hanno già capito, e anche in Italia ci sono alcuni begli esempi di successo. Vogliamo segnalare un social network nato da poco e dedicato ai professionisti del mondo della comunicazione: www.link2me.it. E’ online da circa un anno e si propone come punto di riferimento per i consulenti del settore, utile per trovare nuove opportunità lavorative, condividere le proprie competenze e mettere in piedi progetti collaborativi.

La caratteristica maggiormente interessante del portale è il marketplace: qui i potenziali clienti possono pubblicare richieste e bandi di gara, e i professionisti possono a loro volta candidarsi per i vari progetti, costituendo anche, in caso, delle cordate per progetti più complessi.

Di recente ho conosciuto Jacopo Modesti, creatore del progetto Link2me, e ho pensato di fare cosa utile segnalando questo suo interessante progetto ai lettori del nostro Online Marketing Blog. L’idea può essere utile non solo per connettere gli operatori del settore, ma anche, grazie al citato marketplace, a raggiungere clienti e “formare il mercato”, con una informazione chiara e condivisa sui prezzi e sui requisiti di qualità richiesti dai progetti.

A discapito di quanti pensano di guadagnare sfruttando il fatto che Internet è ancora un mezzo (purtroppo) poco conosciuto da parte di molte aziende, e fare soldi sulla disinformazione. Auspico che progetti come questo ci aiutino a creare un mercato migliore, più consapevole e genuinamente competitivo.

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I bambini seguono spot tv e pubblicità

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I bambini seguono spot tv e pubblicità


Comunicazione

bambini al computerIn America il 46% dei bambini di età compresa tra i 6 e gli 11 anni ha visitato un sito web per reperire maggiori informazioni rispetto un prodotto visto in spot televisivi o annunci pubblicitari. La ricerca di informazioni in risposta a pubblicità offline cresce all’aumentare dell’età dei giovani consumatori: su 10,7 milioni di bambini, il 26,5% ha 6-7 anni, il 33,3% 8-9 anni e il 40,2% 10-11 anni. A rivelarlo è un’indagine condotta da Mediamark Research (MRI).

Un comportamento, quello sopra descritto, che si riscontra solitamente nei bambini abituati ad utilizzare la Rete: il 48% di loro naviga infatti su Internet quotidianamente, il 41% ha un personale indirizzo e-mail e il 40% negli ultimi 30 giorni ha usato un servizio di Instant Messenger.

2008-american-kids-studyAnnie Marie Kelly, vice presidente del MRI, sottolinea come i giovani siano più sensibili agli inviti dei pubblicitari che propongono di visitare il sito del brand e di come i marketers dovrebbero prendere atto di questa loro inclinazione e “farne tesoro”.

Dell’utilità di un marketing mix diversificato, online e offline, capace di attirare utenti nel proprio sito, ha parlato anche Federico in un suo post recente.  Questa ricerca avvalora ulteriormente le sue parole, sottolineando come i bambini siano più reattivi degli adulti agli inviti che provengono dalla comunicazione offline e sollecitano approfondimenti nel mondo online.

La ricerca è stata svolta in America, paese decisamente evoluto in settori come tecnologia e connessione e per questo spesso anticipatore di tendenze. Il ruolo che le informazioni on-line andranno ad assumere si suppone quindi sarà sempre più rilevante. I bambini di oggi sono gli adulti di domani. Se già da piccoli maturano questo comportamento, col tempo non potranno che rafforzarlo e farne un’abitudine, anche senza l’invito formale dei pubblicitari.

Atteggiamento che nasce anche in risposta ai diversi bisogni che le due comunicazioni soddisfano: spesso la pubblicità offline riesce solo ad attirare l’attenzione del consumatore, mentre è online che l’utente trova informazioni utili per prendere decisioni (discorso che accenno solamente in quanto merita un post specifico).

E a voi? Quante volte è capitato di andare su Internet a cercare maggiori informazioni rispetto un prodotto di cui avevate visto o sentito un annuncio su tv, radio e giornali? E i vostri figli come si comportano?

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