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I “perchè” delle applicazioni su Facebook

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I “perchè” delle applicazioni su Facebook


Social Media Marketing

Una delle principali caratteristiche che contraddistingue Facebook e probabilmente ne ha in parte decretato la popolarità, è la presenza delle applicazioni: software integrati nella piattaforma che permettono agli utenti di vivere esperienze ludiche.

Tante e differenti tra di loro, le applicazioni possono consistere in semplici quiz o arrivare ad essere dei veri e propri mondi virtuali; eterogeneità resa possibile dalla quasi totale libertà lasciata agli sviluppatori.

Ma perchè le applicazioni piacciono tanto?

La risposta è che sono coinvolgenti, sentimento amplificato dalla condivisione dell’esperienza coi propri amici.
Aprire un biscotto della fortuna e leggere cosa ti preannuncia è infatti tanto più bello quando è possibile scherzarci sopra coi propri amici; migliorare il proprio punteggio a Geo Challenge è tanto più appagante quando il tuo avatar sale nella classifica fino a superare quel compagno di classe che tanto era bravo a scuola; o ancora, un mondo virtuale è tanto più divertente quando è popolato dai tuoi “veri” amici, coi quali ti trovi ad interagire scambiandoti regali o confrontandoti in gare che ti permettono di avanzare di livello.

Rimane ora da porsi la domanda:

Perchè i brand dovrebbero realizzare delle proprie applicazioni?

Le motivazioni vanno dalla più pragmatica raccolta di dati sugli utenti che accettano l’applicazione, quindi danno il consenso ad accedere alle informazioni presenti nel proprio profilo e in quello degli amici, alla più astratta possibilità di fare branding e soprattutto di costruire uno di quegli spazi virtuali in cui conversare col consum-attore al fine di co-creare valore. Naturalmente quest’ultimo obiettivo sarà più facilmente raggiungibile qualora l’applicazione sia coerente col mondo della marca, quindi capace di ricavare dagli utenti informazioni utili per migliorarsi.

Inoltre, possedere un’applicazione, permetterebbe al brand di aggiungere valore alla propria presenza su Facebook offrendo agli utenti un motivo in più per “tornare a trovarlo” e per parlare di lui coi propri amici innescando più facilmente la tanto amata viralità, punto forte dei social network.

Di brand che  hanno realizzato delle proprie applicazioni al momento non ce ne sono molti, probabilmente si stanno avvicinando cautamente a questo mondo, iniziando a costruire la propria presenza attraverso la più semplice pagina aziendale. Applicazioni FaceBookQualunque sia la strada scelta, dalla pagina, al gruppo o all’applicazione, l’importante è che venga intrapresa seguendo una precisa strategia comunicativa e non percorsa per poi essere abbandonata, causando viceversa un danno d’immagine.

Tutte le applicazioni sono presenti, raggruppate per categoria, nella directory di Facebook.

Buon divertimento e un’unica raccomandazione: alcune applicazioni possono portare a dipendendenza ;-)

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Effetto Serendipity per i brand online

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Effetto Serendipity per i brand online


Comunicazione

La Serendipity, in italiano serendipità, è lo scoprire una cosa non cercata ed imprevista mentre se ne sta cercando un’altra o il trovare qualcosa che si sta cercando, ma in un luogo o in un modo del tutto inaspettato. Un termine positivo e felice, tanto da essere tradotto anche in “fortuna”.

reteBasta dare la definizione del termine che subito si capisce come la Rete, per sua natura, sia un ambiente perfetto perchè l’effetto Serendipity si manifesti, tanto da esserne diventato una peculiarità.

Ma la Serendipity cosa c’entra coi brand?

Un consumatore apre il suo motore di ricerca ed immette il nome del prodotto che è interessato ad acquistare o più semplicemente, non avendo ancora le idee chiare, la categoria di prodotto cui è interessato.

Cosa gli apparirà tra i risultati? Il consumatore non lo sa ma in base alle soluzioni presentate e all’ordine in cui gli compariranno nella SERP del motore di ricerca, effettuerà la sua scelta ed inizierà un percorso casuale attraverso i link che collegano i nodi della Rete.

La Rete è disordine: l’ingente mole di informazioni pubblicata online, quotidianamente in aggiornamento, scoraggia qualsiasi tentativo di organizzazione e permette al Web di mantenere la sua natura incontrollabile.serendipity movieLe possibilità di trovare informazioni inaspettate divengono così infinite: un utente può leggere le fonti del suo aggregatore e trovare un articolo particolarmente interessante; può finire nella wish list di un amico e trovare curioso uno dei suoi “desideri”; può leggere la recensione di un film per poi finire tra i consigliati o ascoltare la sequenza di brani proposta dal contatto di un amico e conoscere così nuovi artisti. Sul Web è un continuo proporre, condividere e consigliare. Se un prodotto è valido, o viceversa, molto probabilmente qualcuno in Rete lo sta già “urlando”.

La differenza con la vita reale

L’effetto Serendipity può essere innescato da una ricerca dell’utente, le informazioni trovate arrivano da un numero esponenzialmente più alto di persone e soprattutto sono rintracciabili per link, collegamenti che permettono di approfondire l’argomento.

La Serendipity è un’opportunità

I marketers devono essere consapevoli di queste continue mutevoli alternative che si presentano all’utente e cercare, per quanto possibile, di gestirle (controllarle è impossibile e soprattutto controproducente). Il consumatore di oggi non si accontenta più di sentire la voce ufficiale del brand, vuole ascoltare il parere e l’esperienza d’uso di utenti come lui.

La Serendipty offre quindi alle marche, inaspettatamente da quanto i marketers più retrogradi possono pensare, un’incredibile opportunità di crescita.

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Il Mulino Bianco e il Marketing della Conversazione

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Il Mulino Bianco e il Marketing della Conversazione


Social Media Marketing

Giuliana, compagna di avventura conosciuta nella blogosfera durante il mio percorso da neofita, logo_mulino_bianco con cui condivido sia la passione per i temi femminili che quella per il Web Marketing, mi segnala un’iniziativa di Marketing dell’Ascolto di un Brand del largo consumo.

Si tratta addirittura del Mulino Bianco: una vera e propria icona nazionale che “lancia il primo progetto italiano di cogenerazione di idee“.

Nel Mulino che Vorrei

Innanzitutto il nome: “nel Mulino che vorrei”, non così attraente ma sufficientemente chiaro in quello che si propone, cioè ascoltare i desideri della gente.

Gli obiettivi suonano come una dichiarazione di principio molto seria:

Noi vogliamo essere sempre più vicini alle tue esigenze e migliorarci nelle direzioni che ci indicheranno i consumatori. E ci adopereremo per rendere realtà le idee migliori proposte.

La meccanica è questa: gli utenti sono invitati a proporre liberamente le loro idee nelle categorie

  1. prodotti
  2. promozioni
  3. confezioni
  4. impegno sociale e ambiente (per un consumatore sempre più attento agli aspetti etici e sociali delle attività delle aziende, questo non può mancare)
  5. altro

Le idee vengono commentate e votate, e le idee migliori verranno realizzate. Molto carino, nel banner del sito, lo scorrere delle ultime frasi/slogan postate dai lettori. Alcune sono banali e sdolcinate, ma sono vere e non opera di un pubblicitario professionista.

Dopo la raccolta e la sistematizzazione delle idee, l’implementazione segue un processo un po’ lungo e faticoso, ma mi rendo conto inevitabile. Si fa un po’ fatica a seguire le varie fasi e i metodi di selezione delle idee, ma l’importante è che che ci sia un impegno dell’azienda a realizzarle.

Il Blog del progetto merita di essere seguito, speriamo che venga riempito di contenuti interessanti e divertenti “dietro le quinte”. Il primo post del Direttore Marketing che vara il progetto indulge a tratti in qualche piccolo (ma perdonabile) eccesso di celebrazione, il secondo post del Digital Team che “ha fatto notte nel lavorare con le tante risposte ricevute” mi suona molto autentico.

mulino_bianco_betaSpero che gli utenti utilizzino numerosi il Blog per lo scopo che dovrebbe avere: dare commenti al Team sull’iniziativa in sé, farli divertire, e contribuire al suo miglioramento continuo. Finora non ci sono commenti… forse è presto, e forse il blog dovrebbe essere promosso meglio come uno strumento chiave del progetto.

La mia impressione è che concetto e intenti siano ottimi, l’esperimento è ben pensato e ben preparato, il tutto è così interessante che merita di essere coltivato e sviluppato dedicandovi molto tempo.

Speriamo solo che il management non si faccia prendere dalla tipica ansia di concludere: allora? gente che fa notte per cosa? costi extra, per quali ritorni? Mentre i ritorni di immagine si misurano sul (molto) lungo periodo, il rischio è che in tempi di crisi gli orizzonti, al contrario, si restringano.

I miei (modesti) suggerimenti

Una voce più umana e vicina alla gente. Esiste un Tutor, di nome Daniele, che si presenta così:

Ciao, mi chiamo Daniele e sono a tua disposizione per aiutarti Nel Mulino Che Vorrei.
Da diversi anni mi occupo di comunicazione e di social networking. Amo leggere e ascoltare musica e mi ritengo un attento osservatore di tutto ciò che di nuovo accade in rete. Mi aggiro curioso tra blog e siti in cerca dei trend più interessanti.

Personalmente avrei preferito una… donna, non troppo giovane, che non parlasse di social networking, blogs e cool hunting, cose che ad alcuni possono risultare ancora ostiche. Una signora, Emma, che magari lavora in Barilla da 20 anni e si è sempre interessata alla relazione con il pubblico; lì per ascoltare e non solo per dare assistenza tecnica. Non me ne voglia Daniele, ma un giovane che ha tutta l’aria di essere un consulente esterno esperto di Web, non è la stessa cosa.

Un linguaggio più emotivo e soprattutto più terra terra. Un esempio: “La partecipazione è spontanea e si basa sulla pariteticità della relazione”, questa la capiamo solo noi addetti ai lavori, evangelist del Cluetrain Manifesto, no? Peccato nascondere dei concetti così innovativi dietro a un linguaggio a volte un pò politichese. Piuttosto fatemi degli esempi concreti di come un consumatore ed un’azienda possano dialogare.

Un programmino di incentivi non sarebbe stato male. Chi partecipa ha come interesse un desiderio, un bisogno, un’idea che vorrebbe che Mulino Bianco realizzasse. Le community online hanno come incentivo alla partecipazione la gratificazione personale, questo è certo. Ma proprio per questo un premio per le idee più votate, indipendentemente dalla loro realizzazione finale oppure no, ci sarebbe stato bene.

mulino-che-vorrei Infine, un paio di avvertimenti: i tempi del progetto sono un po’ lunghi. Anche 24 mesi per un nuovo biscotto. Come mantenere vivi la partecipazione e l’interesse mentre l’azienda seleziona e decide? Non so se lo stato di avanzamento sarà sufficiente.

Inoltre la pronta realizzazione delle idee migliori è indispensabile, è il cuore dell’idea, sarà la prova tangibile che questa non è solo un’altra forma di pubblicità, ma un’iniziativa vera, tale per cui qualcuno potrà dire al supermercato: “Vedi questa confezione viola biodegradabile? E’ stata un’idea mia!”. Meglio realizzare qualcosa di molto piccolo, ma subito, altrimenti il rischio è la percezione di non mantenere la parola, con conseguenze ovviamente molto negative per la credibilità della marca.

Stiamo a vedere!

mulino_bianco02Il Team Mulino Bianco avrà sicuramente la sua strategia e la seguiremo con attenzione. La mia sarebbe quella di salire velocemente i gradini della scala dell’engagement: per ora stanno ascoltando, ma presto dovrebbero conversare, e infine con i primi lanci di prodotti crowd-sourced, coinvolgere una vera e propria community di appassionati in una relazione duratura.

Comunque vada, complimenti: benvenuti nell’era del Marketing della Conversazione e buon viaggio, amici di Barilla. Se anche le Mamme ipercritiche e  fieramente contrarie alle merendine apprezzeranno lo spirito del progetto e cominceranno a postare contributi costruttivi, vorrà dire che avrete iniziato con il piede giusto.

Infine, per approfondire, ecco una presentazione su slideshare riguardo al progetto del Mulino:

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Perchè gli User Generated Content

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Perchè gli User Generated Content


Social Media Marketing

La scorsa settimana abbiamo pubblicato un post riguardo alla profittabilità degli user generated content (contenuti creati dagli utenti stessi, piuttosto che da una redazione) giungendo alla conclusione che per ottenere il massimo potenziale dagli UGC, marketers e autori devono venirsi incontro, i primi rischiando di più e i secondi creando ambienti rassicuranti nei quali sia più facile investire i propri soldi.

user_generated_contentDai commenti al post è però emerso anche un altro problema legato agli ugc ovvero il criterio con cui i brand, o chi per loro, si approcciano a questo nuovo tipo di contenuti.

Per capire meglio vantaggi e svantaggi legati agli investimenti in user-generated content ritengo innanzitutto importante  differenziarli  in due macro-categorie:

  1. inserzioni pubblicitarie all’interno di piattaforme ugc come blog e social network;
  2. sollecitazione alla produzione di ugc inerenti il brand.

1. Inserzioni pubblicitarie all’interno di piattaforme ugc

La prima possibilità non è altro che la semplice trasposizione online di quanto avviene per i media tradizionali. Le differenze più importanti riguardano la possibilità di apparire in ambienti altamente contestualizzati, di pagare prezzi più contenuti e di valutare con precisione i risultati delle proprie campagne. D’altro canto gli svantaggi sono quelli già citati nel mio post precedente, riassumibili in minore professionalità, controllo ed utenza.

Pagare per far apparire la proprie inserzioni pubblicitarie vicino agli user-generated content può essere un metodo efficace per portare traffico qualificato al proprio sito, ma se questo sistema permette di realizzare obiettivi di breve termine, raggiungibili anche con altri strumenti di comunicazione, il secondo approccio è difficilmente replicabile.

2. Sollecitazione alla produzione di ugc inerenti il brand

utente20Coinvolgere gli utenti nella produzione di contenuti è una strategia ad elevato valore relazionale, capace di rispondere sia a nuove esigenze del consumatore come partecipazione, interazione e trasparenza, sia a nuove necessità che per ovvia conseguenza hanno i brand. Gli ugc permettono infatti all’azienda di mettere la propria marca nelle mani degli utenti, di capire la percezione esterna del brand e di assumere punti di vista differenti dal proprio ma soprattutto di coinvolgere, aprirsi al dialogo ed instaurare rapporti sempre più profondi, tanto da trasformare i clienti in ambasciatori del brand.

Ogni marca in base alla propria storia, natura ed esperienza potrà infatti ideare la strategia migliore da adottare per coinvolgere il proprio pubblico di riferimento. Esempi sono l’organizzazione di concorsi intorno a nuove idee di prodotto, la realizzazione di eventi incentrati sugli ugc pervenuti e i loro autori o inviti a prendere parte all’ideazione di uno spot. Attivare coinvolgimento e partecipazione non è però facile, soprattutto se paragonato alla semplice inserzione di messaggi pubblicitari a fianco di un contenuto. Le relazioni necessitano di tempo, attenzione ed impegno per nascere, crescere e maturare ma d’altro canto sono un investimento di medio lungo periodo, che può apportare alla marca vantaggi straordinari.

Conclusione

Concluderei quindi affermando che per il brand entrambe le possibilità sono valide ma che oltre ad avere scopi differenti, l’utilizzo degli ugc per fini relazionali è difficilmente rimpiazzabile con altri strumenti, diversamente da quanto accade per le inserzioni. E’ in questo senso che ritengo importante affidarsi agli user-generated content.

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I bambini sono già online

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I bambini sono già online


Comunicazione Social Media Marketing

In un post recente abbiamo parlato di come i bambini siano più reattivi degli adulti agli inviti che provengono dalla comunicazione offline e sollecitino approfondimenti nel mondo online.

bambini al computer Su Vox leggo inoltre di come il mercato dei libri per bambini, sempre in America, stia rapidamente abbracciando il mondo del digitale: i bambini, crescendo immersi nella tecnologia, sono infatti propensi alla lettura a video e attraverso gli e-book readers. L’articolo continua sottolineando come gli editori stiano rispondendo all’evoluzione del mercato caricando online la versione digitale e la versione audio dei libri, oltre che offrendo contenuti supplettivi come giochi e mondi virtuali.

Qualche esempio in Italia

Forse nel nostro Paese non possiamo ancora parlare di incremento dell’importanza degli e-book per bambini, ma di certo anche i nostri piccoli vanno sempre più su Internet, sollecitati anche dagli insegnamenti che ricevono a scuola (sempre più siti sono dedicati ai bambini e alla didattica attraverso la Rete). I siti dei brand che si rivolgono ai più giovani, coi loro infiniti contenuti extra, confermano la presenza dei bambini online.

La Ferrero, ad esempio, tra i suoi siti vanta Ferrero Cartoon, uno spazio dedicato interamente a cartoni, videogiochi, giochi e gadget, ma anche Magic Kinder, il sito dedicato al famoso ovetto Kinder, attraverso il quale i bambini possono immergersi nel fantastico mondo delle sorprese. Qui i bambini, oltre che guardare e segnalare agli amici giochi e video, possono votare le sorprese che preferiscono ammettendole così al Magic Kinder Cup.  Tra i siti spicca inoltre Mostri e Pirati, interamente dedicato all’avventura mostruosa firmata Kinder. Un cartone che vive esclusivamente nei suoi prodotti e ovviamente in Rete.

bambino gioca al computerAnche Giochi Preziosi non si è lasciata scappare l’occasione di intensificare il proprio rapporto coi più piccoli, creando sul web il mondo dei Gormiti. Iscrivendosi al  Gormiti Club sarà possibile essere aggiornati su novità ed eventi, completare la propria collezione,  partecipare a sondaggi, inviare foto e scrivere ai propri personaggi preferiti. Giochi, screensavers, wallpapers, icone, emoticons, disegni da colorare e newsletter sono inoltre disponibili sul sito.

Lo stesso vale per il Winx Club, ideato da Iginio Straffi, la Melevisione, il programma televisivo per bambini della Rai e il sito DeA Kids di De Agostini. Potrei continuare a citarne tanti altri ma i siti dedicati ai più giovani sono davvero tanti, soprattutto se contiamo anche quelli slegati dai brand. Questa directory dedicata all’educazione e alla didattica ci offre una panoramica più completa del settore.

Le aziende offrono mondi online ai bambini

Alla domanda “i bambini sono online” non posso rispondere con precisione, ricerche in merito relative al solo territorio italiano non ne ho trovate. Le aziende sembrano però puntare sulla creazione di mondi virtuali ad hoc per i loro piccoli affezionati e non credo investano in attività senza presumere un ritorno. La Rete, ormai da tutti riconosciuta capace di creare relazioni, in questo specifico settore, grazie a multimedialità e interattività, si dimostra ancora più efficace nel creare valore aggiunto.

Cosa ne dite? Secondo la vostra esperienza si può affermare che i bambini sono online?

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I brand sono pronti per i Viral Video

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I brand sono pronti per i Viral Video


Video adv Viral Marketing

Una ricerca effettuta da Feed Company, basata sulle interviste a 40 responsabili delle migliori agenzie di comunicazione americane tra l’1 agosto e il 12 settembre 2008, rileva quanto segue:

  • numero dei viral video realizzatii dirigenti delle agenzie intervistate affermano che il 72,1% dei loro clienti ha interesse ad integrare i viral video all’interno del loro piano di marketing, mentre il restante 27,9% lo è moderatamente.

Ben l’86% delle agenzie che hanno partecipato all’indagine,  ha infatti realizzato almeno un video virale nell’anno in corso.

I risultati ottenuti sembrano confermare l’atteggiamento positivo nei confronti di questa strategia di comunicazione: tra i brand che si sono affidati al viral video solo il 2,3% non ha ritenuto soddisfacenti i risultati raggiunti, contro il 32,6% che si dichiara “contento” e il 23,3% “molto contento.

Perchè il video virale funziona

Alla domanda di quale fosse considerato il maggior beneficio apportato dall’utilizzo dei viral video, le risposte sono state:

  • i bassi costi;
  • il brand engagement, ovvero il coinvolgimento dei consumatori nella vita del brand;
  • le visite esponenziali;
  • le ricerche online;
  • la capacità del brand di essere lungimirante.

Tra queste spicca l’aumento esponenziale delle visite, ritenuto dal 92,3% dei marketers intervistati il maggior beneficio raggiunto; considerato “very beneficial” anche dal 30,8% delle agenzie che ne hanno potuto constatare i risultati.

Il video, propagandosi come un virus per la Rete, incrementa la notorietà della marca (brand awareness). Una volta portati in maniera estremamente intelligente nuovi utenti sul proprio spazio, sarà però importante offrire loro qualcosa di interessante, che invogli a restare sul sito e a tornare in un secondo momento. Una tecnica che necessita quindi, più di qualsiasi altra, di essere integrata all’interno di un piano di comunicazione.

Convertire i visitatori in clienti

La landing page, ovvero la pagina di atterraggio dell’utente, ha quindi un ruolo decisivo per il raggiungimento dei risultati che il brand si prefigge. Più il video sarà inerente l’oggetto della pagina, più le offerte del brand assumeranno valore, rimanendo impresse nelle menti degli utenti e facendo risultare la marca originale, intraprendente e “simpatica”.

Secondo voi in Italia i brand sono pronti per il viral video o vivono ancora nell’incertezza del “sai quello che lasci, non sai quello che trovi”?

Ecco la presentazione integrale della ricerca, pubblicata su SlideShare:

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