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La storia di Blog di un Libro

La storia di Blog di un Libro


Comunicazione Social Media Marketing

Blog di un Libro è un mio personale progetto, pensato, realizzato, e fatto conoscere sfruttando al massimo i social media.

Permettetemi prima di tutto una piccola premessa, quanto leggerete qui di seguito è frutto di un vero e proprio innamoramento, pertanto del tutto imparziale e sfacciatamente favorevole. Questo post è l’equivalente del giudizio che un padre potrebbe dare del proprio figlio alla domanda “com’è il tuo ragazzo?” ;-)
“Splendido, meraviglioso, sublime, perfetto”.

Concept

Un libro che ancora deve nascere comincia a parlare ai futuri lettori attraverso Twitter, Facebook, FriendFeed.

Contemporaneamente suo papà inizia a scrivere il libro stesso, e pubblica settimanalmente i nuovi capitoli. Il piccolo libro ha una gestazione simile agli umani, nascerà quindi dopo 9 mesi.

Il libretto, ancora piccolo ma già in grado di dialogare (quasi) come un adulto, descrive quello che gli sta attorno: racconta di quello che l’autore (suo papà) sta facendo: se guarda la Tv, se sta scrivendo, se è triste o felice, se va in palestra o legge un libro.

Contemporaneamente il papà continua a creare le nuove pagine del futuro libretto, ma la stesura non è qualcosa di chiuso e fine a se stessa, tutti infatti in un certo qual modo, hanno la possibilità di partecipare alla creazione del “piccolo”. I modi messi a disposizione sono molteplici: essendo un blog, è data a tutti la possibilità di commentare. Vi è poi la possibilità di inviare dei suggerimenti relativi allo svolgimento delle future storie, del tipo “perché il protagonista non incontra un orso bruno?”. La terza modalità (una delle più gradite), è quella di divenire parte del libro stesso.

Potrai chiedere a papà di includerti nel libro, magari cambiandoti di nome (o magari no): “Ciao vorrei parlassi di me, mi chiamo Mario ma nel libro vorrei essere Alessandro e gioco a pallone.” Papà non inserirà alcun cognome ma tu saprai che sei parte di un libro, sei parte di me!

Strumenti

Come anticipato, per questo progetto ho voluto sfruttare al massimo tutti gli strumenti che la rete mi ha messo a disposizione. Il blog è su piattaforma WordPress sotto licenza Creative Commons. Il piccolo libro parla soprattutto attraverso Twitter (@blogdiunlibro) e FriendFeed (blogdiunlibro). L’autore del libro, desiderando rimanere anonimo, ha creato un profilo Facebook per un certo Autore Sconosciuto oltre che una fan page per il libro stesso. Una sana azione di link popularity ha portato nel tempo Blog di un Libro in diversi blogroll della galassia “libri, scrittori, scrittura creativa”. Non meno importante, quasi da subito è stata creata la versione mobile su Libero Mobile.

Storia

Due parole sulla storia: il libro parla di un ragazzo di 36 anni, di cui non conosciamo il nome, affetto da una strana malattia detta MCI, “mancanza cronica di iniziativa”. Nel corso dei capitoli (ad oggi siamo arrivati al numero 36) il protagonista affronterà molte avventure che lo porteranno, forse, a liberarsi di questo triste fardello.

Risultati

Il blog è andato online alla fine di maggio e, ad oggi, ha avuto quasi 19000 visite, calcolando che manca un mese e negli ultimi capitoli si svelerà il “mistero” della MCI, spero sinceramente di superare quota 20000.

Ho registrato sin da subito una incredibile partecipazione da parte dei lettori, lo testimoniano i 713 commenti ricevuti. Tra le cose che più mi hanno dato soddisfazione, vi è stata la possibilità di far entrare 2 amiche nel libro. Nello specifico il capitolo 12 – La cassiera e 33 – L’usignolo nascono proprio da 2 mail ricevute rispettivamente da Simona e Annalisa. La loro delicatezza nel descriversi e suggerirmi un’idea è stata fonte di ispirazione per la stesura dei testi.

Facebook è stato inizialmente lo strumento più utilizzato per conoscere gente e creare una massa critica di lettori. Sfruttando inizialmente le maglie più larghe di Facebook Costa Rica (lo ammetto… vivo al caldo :) ) ho potuto aggiungere un numero considerevole di persone scelta dai gruppi di amanti della lettura. A tutti costoro ho inviato un messaggio in cui mi presentavo dicendo sostanzialmente di essere un libro che ancora doveva nascere. Nel testo inoltre mi scusavo per l’eventuale disturbo arrecato, e mi auguravo di poter diventare al più presto un amico per loro.

Sarà per l’idea o per il messaggio sicuramente cordiale, fatto sta che in poco tempo ho toccato quota 800 amici. La promozione in Facebook si è interrotta una volta tornato in Italia, nel giro di una settimana infatti mi è arrivata la comunicazione che non avrei più potuto aggiungere altre persone pena la cancellazione dell’account. Per quanto paradossale possa essere, ancor oggi, quando alcune persone mi suggeriscono un amico, debbo incrociare le dita e sperare che Facebook mi permetta di aggiungere qualcuno in più.

Il capitolo Twitter è sicuramente tra i più affascinanti. Inizialmente ho aggiunto come con Facebook moltissimi amici. Con il tempo, utilizzando Justunfollow, ho eliminato le persone che non mi seguivano. Negli ultimi 20 giorni ho notato un incremento spropositato di followers. Quasi tutti costoro erano evidentemente account molto giovani. Facendo una piccola ricerca ho scoperto poi che Twitter Italia ha inserito l’account blogdiunlibro tra i consigliati della sezione Libri.

Ad oggi ho quindi 1425 persone che mi seguono e che ricevono e spero leggano i miei tweet. Tendenzialmente io adotto la politica di seguire chi mi segue, ciò nonostante evito di seguire profili di stranieri che difficilmente potrebbero realmente essere interessati a quello che il libro dice.

A tutti i miei followers ho inviato un messaggio di saluto che diceva più o meno “spero non sia strano per te ricevere tweets da un libro che ancora deve nascere (e in aggiunta un link alla pagina di presentazione)”.

Per concludere

Due parole sul libretto, inteso come l’esserino che parla ed interagisce: è davvero una peste, si arrabbia con suo padre perché quest’ultimo non gli compra una Wii, si infervora quando gli succedono cose disdicevoli del tipo “papà oggi gioca a poker e non mi bada”, insomma anche lui ha il suo caratterino, e credo questo sia piaciuto molto alle persone.

Adesso che sapete chi è l’Autore Sconosciuto spero non si sia rotta la magia, mi piacerebbe che molti di coloro che stanno leggendo questo post si collegassero e contribuissero a rendere ancor più speciali gli ultimi giorni di Blog di un Libro.

Samuel Gusso

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I “perchè” delle applicazioni su Facebook

I “perchè” delle applicazioni su Facebook


Social Media Marketing

Una delle principali caratteristiche che contraddistingue Facebook e probabilmente ne ha in parte decretato la popolarità, è la presenza delle applicazioni: software integrati nella piattaforma che permettono agli utenti di vivere esperienze ludiche.

Tante e differenti tra di loro, le applicazioni possono consistere in semplici quiz o arrivare ad essere dei veri e propri mondi virtuali; eterogeneità resa possibile dalla quasi totale libertà lasciata agli sviluppatori.

Ma perchè le applicazioni piacciono tanto?

La risposta è che sono coinvolgenti, sentimento amplificato dalla condivisione dell’esperienza coi propri amici.
Aprire un biscotto della fortuna e leggere cosa ti preannuncia è infatti tanto più bello quando è possibile scherzarci sopra coi propri amici; migliorare il proprio punteggio a Geo Challenge è tanto più appagante quando il tuo avatar sale nella classifica fino a superare quel compagno di classe che tanto era bravo a scuola; o ancora, un mondo virtuale è tanto più divertente quando è popolato dai tuoi “veri” amici, coi quali ti trovi ad interagire scambiandoti regali o confrontandoti in gare che ti permettono di avanzare di livello.

Rimane ora da porsi la domanda:

Perchè i brand dovrebbero realizzare delle proprie applicazioni?

Le motivazioni vanno dalla più pragmatica raccolta di dati sugli utenti che accettano l’applicazione, quindi danno il consenso ad accedere alle informazioni presenti nel proprio profilo e in quello degli amici, alla più astratta possibilità di fare branding e soprattutto di costruire uno di quegli spazi virtuali in cui conversare col consum-attore al fine di co-creare valore. Naturalmente quest’ultimo obiettivo sarà più facilmente raggiungibile qualora l’applicazione sia coerente col mondo della marca, quindi capace di ricavare dagli utenti informazioni utili per migliorarsi.

Inoltre, possedere un’applicazione, permetterebbe al brand di aggiungere valore alla propria presenza su Facebook offrendo agli utenti un motivo in più per “tornare a trovarlo” e per parlare di lui coi propri amici innescando più facilmente la tanto amata viralità, punto forte dei social network.

Di brand che  hanno realizzato delle proprie applicazioni al momento non ce ne sono molti, probabilmente si stanno avvicinando cautamente a questo mondo, iniziando a costruire la propria presenza attraverso la più semplice pagina aziendale. Applicazioni FaceBookQualunque sia la strada scelta, dalla pagina, al gruppo o all’applicazione, l’importante è che venga intrapresa seguendo una precisa strategia comunicativa e non percorsa per poi essere abbandonata, causando viceversa un danno d’immagine.

Tutte le applicazioni sono presenti, raggruppate per categoria, nella directory di Facebook.

Buon divertimento e un’unica raccomandazione: alcune applicazioni possono portare a dipendendenza ;-)

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La sottile linea nera di Audi

La sottile linea nera di Audi


Social Media Marketing

Il marketing dell’automobile ha spesso regalato interessanti novità sul piano della comunicazione, grazie alle idee innovatrici dei team creativi che in questo campo si sfidano a suon di campagne virali ed esperienze interattive per convincere i potenziali clienti che proprio quella è l’auto che fa per loro. Tanto più in un periodo di recessione economica come quello che stiamo attraversando, a causa del quale i budget a disposizione di tutti sembrano assottigliarsi inesorabilmente e le agenzie creative devono fare uno sforzo in più per far sì che l’automobilista decida di mettere mano al portafoglio.

Audi

Una delle realtà da sempre più all’avanguardia in questo campo -e lo diciamo avendo avuto la possibilità di vederlo da vicino- è il marchio Audi. La casa tedesca, di proprietà del gruppo Volkswagen, ha infatti dato il via in questi giorni ad almeno un paio di iniziative degne di attenzione per la loro non-convenzionalità.

Augmented reality Audi A5La prima riguarda il lancio della nuova Audi A5 Sportback, promosso attraverso l’uso di una delle tecnologie più in voga del momento, ovvero la realtà aumentata (ne avevamo parlato qui). Un minisito ad hoc permette di visualizzare un modellino dell’auto in tre dimensioni, orientabile a piacere, inquadrando con la webcam del computer uno speciale simbolo che compare in questi giorni tra le pagine di alcuni magazine, come il mensile Wired. L’idea è senza dubbio un buon modo di effettuare campagne crossmediali sfruttando un vantaggio non indifferente del mondo online, ovvero la misurabilità, da sempre tallone d’Achille delle campagne offline.

La sottile linea nera, cui facevo riferimento nel titolo, si riferisce invece alla campagna di promozione di Audi Dark Line, un pacchetto di optional dedicato ai modelli A3, A3 Sportback, A5 Coupé e TT Coupé. L’allestimento in questione è dedicato a chi vuole rendere ancor più sportiva la propria auto, donandole un aspetto aggressivo e particolarmente tenebroso, grazie a cerchi in lega, cristalli oscurati, inserti in carbon look e molto altro. La campagna mira a promuovere i pacchetti in questione che vengono lanciati al prezzo ridotto di 1000 € fino al prossimo 31 dicembre. L’idea di Audi sta nel voler coinvolgere attivamente la rete nella promozione di un prodotto così particolare, andando in un certo senso ad assecondarne la natura stessa con l’ideazione di una campagna “stealth”, che coinvolga la blogosfera nella promozione di un video accattivante e di un sito collegato. Obiettivo: generare buzz e passaparola tra gli appassionati di automobilismo e i lettori dei blog a tema.

Il video, che proponiamo più sotto, ha così cominciato a girare in rete prima che su altri canali tradizionali: un segno che gli investimenti in advertising riconoscono al mondo web potenzialità sempre più concrete e un’efficacia dimostrata che ne giustifica l’utilizzo come testa di ponte per la continuazione su altri media.

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Idee per un’innovazione open source

Idee per un’innovazione open source


Social Media Marketing Viral Marketing

Immagino un’azienda che produce scarpette per bambini. Carinissime. E’ poco conosciuta. Non può permettersi costose ricerche di mercato, non ha il budget per una campagna pubblicitaria sulla stampa specializzata per mamme che ha costi esorbitanti, ma ha inventato un nuovo prodotto: una scarpetta adatta ai primi passi. Ha uno speciale rinforzo del tallone, favorisce la formazione dell’arco plantare, e si propone con un’estetica molto innovativa. Ma ci sono grandi discussioni sul prezzo. La tecnologia usata permetterebbe di vendere le scarpette a prezzi molto inferiori rispetto ai grandi marchi. Ma mancando i mezzi per creare una larga distribuzione e una grande notorietà, si prevede di vendere bassi volumi. Cosa fare? Come lanciare le scarpette?

ScarpetteIl giovane product manager vorrebbe scommettere sulla forza dell’innovazione e del passaparola, e lanciare con un prezzo basso per competere aggressivamente con i grandi nomi. Per fare un buon margine al paio, pensa, basterebbe farle pagare circa 40 euro. Il suo capo, che conosce da anni le regole spietate del mercato, non pensa al margine al paio ma è invece interessato al margine totale, perché è quello che ripaga gli investimenti fatti in tecnologia. Per limitare i rischi e ripagarsi prima, vuole lanciare ad un prezzo molto più alto, 80 euro. Le mamme, dice, sono abituate ad identificare il prezzo con la qualità, non si fiderebbero di una scarpetta dal nome nuovo che costa troppo poco, tutte le pubblicità per anni hanno detto che i piedini delicati dei bambini, soprattutto i loro primi passi, sono preziosissimi, meritano il meglio, non consentono rischi. Lui vuole la raccomandazione di un’associazione di Ortopedici, e un prezzo alto.

Un giorno, leggendo il blog di un’amica, il giovane PM scopre che le mamme nel web sono tante, agguerrite, e ansiose di dire la loro. Non si era mai interessato ai loro siti ma ora scopre che c’è un modo per parlare direttamente con loro. Prende la scheda tecnica della scarpetta, la traduce in un linguaggio simpatico e accessibile, elimina solo i dettagli riservati del brevetto. La pubblica sul blog, e i commenti fioccano. La direzione estetica da seguire appare subito chiara, in mezza giornata i lunghi dibattiti aziendali che duravano da mesi non hanno più senso. Bastava chiedere a loro. Allora decide di continuare la conversazione, e chiedere alle mamme quale prezzo sarebbero disposte a pagare. Ci sono fitte discussioni tra una ventina di lettrici accanite: alcune temono che per abbassare il prezzo l’azienda debba abbassare la qualità, e non si fidano. Altre chiedono di provarle prima.

Provarle? E perché no?

Raggiunta una cinquantina di nominativi di mamme di bambini di 12-18 mesi, chiede loro di registrarsi per un test. Manda a casa alcuni prototipi di scarpette e apre per loro un questionario on line. Incredibilmente, a differenza delle ricerche di mercato tradizionali, il 90% dei questionari viene completato: le mamme si sono mobilitate per la sua causa (molte sono stufe di pagare prezzi astronomici per l’abbigliamento dei bambini, ma soffrono di sensi di colpa se non sono rassicurate della qualità etc…. Insomma le solite storie). Qualcuna le ha fatte persino vedere al suo ortopedico, e dice che lui le ha trovate ottime. Nel forum che segue il test intervengono in effetti tre ortopedici, richiamati dai motori di ricerca per “arco plantare”, e un tecnico di un laboratorio sanitario. Tutti danno contributi utili.

Il PM ha messo a punto il prodotto finale grazie ai commenti ed è pronto per il lancio. Pensa che oltre a distribuire le scarpette nei canali tradizionali, potrebbe aprire un negozio online. Quelle che chiama le sue mamme “ambasciatrici”, entusiaste perché sono state le prime a provare le scarpette, i cui commenti sono stati ascoltati, sicure del fatto loro perché le hanno provate, spargono la notizia e portano centinaia – in poco tempo migliaia – di visite allo store. I volumi triplicano rispetto alle stime iniziali, e le vendite online sono il doppio di quelle offline.

Open SourceL’anno successivo, tutte le mamme dello store vengono coinvolte nell’ideazione della nuova scarpetta che migliorerà la precedente. Abbondano i suggerimenti. La punta era un po’ delicata, va rinforzata perché i bambini ai primi passi continuano spesso a gattonare e la rovinano tutta. La tomaia va alleggerita un po’ perché dal nido arrivano segnalazioni di calcioni devastanti. Si apre una sezione del negozio dedicata all’opinione degli ortopedici e degli esperti. In breve la notizia della piccola azienda che fa scarpette ottime a prezzi accessibili si sparge e…

Il mio sogno: l’innovazione “open source”. Perché è ancora un sogno? Gli strumenti ci sono. Lo è, perché prima di innescare tutto quello che ho immaginato, il giovane PM dovrebbe chiedere il permesso al capo. E quello lo guarderebbe come se si fosse sniffato di tutto, e, cosa molto grave per il futuro prossimo del giovane visionario, penserebbe che rappresenta un pericolo per l’azienda, perché vorrebbe addirittura diffondere sul web dati sensibili come la scheda tecnica di un prodotto ancora da lanciare.

Non so voi, ma io sono convinta di una cosa: questa storia non finisce qui…

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La punta di cioccolato del Cornetto

La punta di cioccolato del Cornetto


Comunicazione Social Media Marketing

Quando si dice comunicazione “dal basso”: l’estremo ultimo del gelato più famoso di sempre, quella punta di cioccolato che si nasconde nel piccolo cono di carta che rimane dopo aver gustato la panna e sgranocchiato la cialda, diventa un fenomeno su Facebook e potrebbe costituire un’imperdibile opportunità per comunicare in modo nuovo con i consumatori 2.0.

La pagina Facebook inneggiante alla “punta di cioccolato del cornetto Algida”. Mi fa impazzire.

In Unilever lo sanno che esiste? No, non dico i giovani Product Manager: magari proprio uno di loro è l’amministratore di questa cosa, se l’è inventata una sera per scherzo e magari gli è pure sfuggita un po’ di mano. Io dico: l’amministratore delegato di Unilever Italia lo sa? Ha idea della potenza di questa apparente cavolata?

La punta del CornettoAl momento in cui scrivo la pagina conta 652.131 fan. Seicentocinquantaduemila persone, molto di più degli abitanti della mia città natale. E’ un numero spaventoso. Testimonia la potenza aggregante di qualcosa, qualcosa di cui una marca è portatrice, spesso addirittura a sua insaputa. Esistono anche due contro-gruppi di gente che odia la famosa punta di cioccolato ed è solita buttarla via, e uno di golosi ma sfortunati: “quelli che la punta del cornetto gli si incastra nella carta” (potrebbe uscirne qualche nuova idea per il packaging!). A me questa famosa punta ricorda mia madre, da cui ho preso tutta la golosità di cui sono capace, le estati da adolescente al mare, e le lotte con lei per accaparrarsela. E altre 652.130 persone avranno altri ricordi.

Volendo sfruttare questo inestimabile patrimonio emotivo, sono molte le iniziative che si potrebbero intraprendere:

  • invito a registrarsi in una community ristretta dove si lavora allo sviluppo delle prossime varianti di Cornetto, oppure si vedono e si commentano in anteprima le prossime pubblicità;
  • invito personalizzato a eventi speciali online. Che so, una sessione di domande e risposte col responsabile ricerca sviluppo e assaggi del cornetto;
  • focus group e sondaggi: vi piace questo packaging? No? Cos’ha che non va? Allora quest’altro? Ti piace questo claim “da oggi la punta non si spezza più?” oppure preferite “la punta più cioccolatosa di sempre?” (quest’idea si potrebbe realizzare direttamente all’interno di Facebook con un’applicazione come Poll);
  • invito al contro-gruppo per rispondere al test “che cosa esattamente ti fa schifo?”;
  • altre ricerche di mercato (le agenzie di ricerca si fanno pagare per trovare trecento persone disposte a rispondere a un test, qui c’è un bacino potenziale di seicentocinquantaduemila…);
  • applicazioni Facebook, con i test “che parte del cornetto sei”, “crea il tuo cornetto e offrilo a un amico”, e tremila altre idee che se il team Algida si sedesse per una giornata di brainstorming uscirebbero in quantità;
  • promozioni e concorsi: “mandaci la foto più simpatica della tua punta di cioccolato e diventi il testimonial del mese”;
  • e ovviamente, l’invito sul blog del Cornetto, per condividere storie ed esperienze divertenti che abbiano per protagonista il gelato (parola d’ordine: “conicità” :) )

Un prodotto, grazie ai social media, non farà più pubblicità: farà amicizia con i suoi fan, se saprà proporsi in modo umano, simpatico e non supponente. Li metterà al corrente delle iniziative in anteprima, insomma si comporterà come ben sa fare chi gestisce un fan club. E i fan, sono loro che faranno pubblicità. Le persone non credono più nella pubblicità istituzionale ormai, ma credono ad altre persone. Potrebbero riuscirci anche uno spray sgrassatore o un dado da brodo? Agendo in modo intelligente e carino, sono convinta di sì.

Nel giro di poco tempo cominceremo a vedere moltiplicarsi iniziative di questo genere. Siamo entrati in pieno nell’epoca del WOM (word of mouth, anzi, word of mouse), mentre la comunicazione di massa se la passa sempre peggio.

Intanto, un albergatore furbissimo di Perugia ha pubblicato questo annuncio nella bacheca del gruppo:

Un albergo di cioccolato...Ciao a tutti i chocoholics! Se volete venire a pernottare presso il nostro Hotel a tema cioccolato…..Siete i benvenuti! Affrettatevi! I primi 5 vincono una camera matrimoniale a soli 0,99 centesimi! E se non rientrate tra i primi 5….Non preoccupatevi! 30 camere sono disponibili per la notte del 13 febbraio, suddivise su tre piani: latte, gianduia e fondente! Affrettatevi!
Fate amicizia con noi!

Pubblicità gratis, copertura nazionale, target specifico di amanti del cioccolato. Fate amicizia con noi.

Mentre i dottori si scervellano sulle metriche dei social media e le società di consulenza calcolano i ROI, l’albergatore di Perugia ha capito come si fa. Basta che gli risponda lo 0,5% della gente che ha contattato, e altro che occupare le sue trenta camere…

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Digg Ads: annunci di qualità per pagare meno

Digg Ads: annunci di qualità per pagare meno


PPC Social Media Marketing Web analysis

DiggE’ di ieri la notizia, apparsa sul blog ufficiale di Digg, del rilascio in beta sul sito di un nuovo servizio di advertising. Annunci pubblicitari, detti Digg Ads, inizieranno ad apparire sul portale di social recommendation tra le consuete segnalazioni degli iscritti, simili nell’aspetto ma identificati da un’etichetta “Sponsored by”.

Il nuovo format va ad affiancarsi alla disponibilità più tradizionale di spazi pubblicitari per campagne display, fino ad oggi fonte di guadagno principale del sito ideato da Kevin Rose nel 2004. Quello che potrebbe sembrare un altrettanto tradizionale sistema di annunci sponsorizzati infatti nasconde un risvolto innovativo, del tutto in linea con il funzionamento del portale e più in genere con la filosofia partecipativa dei media sociali.

Digg Ads

I Digg Ads infatti, nel momento in cui vengono presentati agli utenti, sottostanno alla prassi della votazione positiva o negativa da parte di questi, in modo non dissimile da tutte le altre risorse proposte spontaneamente. La novità sta nel fatto che il voto degli utenti incide attivamente sul costo per click che l’inserzionista è tenuto a pagare: più voti positivi riceverà la notizia sponsorizzata, minore sarà la spesa che l’inserzionista dovrà sostenere per ciascun click. E se la risorsa proposta attraverso la pubblicità non è affatto gradita dagli utenti, l’accumulo di voti negativi contribuirà a escludere l’inserzione dalle liste (probabilmente perché il costo per click che sarebbe richiesto supererebbe in quel caso il costo massimo che l’inserzionista è disposto a sostenere).

L’obiettivo è quello di spingere gli inserzionisti a produrre e a promuovere prodotti e servizi in modo gradito all’utenza, assicurando loro al contempo una pressoché totale integrazione con la natura peculiare del sito. Un do ut des che potrebbe aprire scenari interessanti nel panorama del pay-per-click, qualora altri portali volessero implementare una soluzione simile.

Google AdWords, per citare una piattaforma a caso, tiene conto dei click ricevuti dagli annunci nel determinare il quality score e quindi il cpc, ma non fornisce agli utenti un sistema diretto per segnalare la pubblicità sgradita o fuorviante.

FacebookFacebook, pur disponendo di un servizio di annunci sponsorizzati per molti versi lacunoso e assolutamente poco performante, incorpora un sistema di rating per giudicare gli annunci, ma non è dato di sapere se questo influisca sul loro posizionamento (e anzi, in questo caso, sembra che Facebook voglia semplicemente chiedere lumi agli stessi utenti sul perché nessuno clicca sui suoi annunci :) ).

E voi sareste così sicuri della bontà dei vostri annunci (e dei prodotti che questi promuovono) da lasciare così direttamente in mano agli utenti la vostra disponibilità di spesa?

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Qual è il valore delle relazioni sociali 2.0?

Qual è il valore delle relazioni sociali 2.0?


Social Media Marketing

I social network offrono a tutti la possibilità di gestire un numero decisamente alto di contatti. Ma quanti di questi “amici” possono essere realmente definiti tali?

Super SocialIl numero di Dunbar, meglio conosciuto come la regola dei 150, afferma che le dimensioni di una vera rete sociale sono limitate a circa 150 membri. Questo numero, calcolato attraverso studi di sociologia e soprattutto di antropologia, rappresenta una sorta di limite fisico superiore all’abilità media degli esseri umani di riconoscere dei membri e di tenere traccia degli avvenimenti emotivi di un gruppo. In alternativa il limite dei 150 potrebbe essere dovuto ad una motivazione di carattere sociale: una rete limitata permette di escludere i soggetti non collaborativi.

Ma la teoria di Dunbar può ancora oggi essere ritenuta valida?

Seguendo quanto riportato dalla ricerca Social Networks that matter: Twitter under the microscope, uno studio sulle relazioni tra gli utenti su Twitter, la teoria non è più valida, ma solo perchè si presentano due condizioni:

  • una diminuzione dell’intensità delle relazioni;
  • una netta distinzione tra amici reali e amici di Twitter, Facebook e quant’altro.

socialLa ricerca rivela infatti che se di follower e followees ce ne sono tanti, di amici, intesi come persone con le quali ci si è scambiati almeno due messaggi, ce ne sono davvero pochi. Questo implica l’esistenza di due diversi network: il primo molto fitto e formato da follower e followees e il secondo più rado e semplice, costituito da amici effettivi. Se chi ha più amici reali tende a twittare più spesso rispetto a chi ne ha meno, l’opposto accade a chi ha molti follower e followees che viceversa postano con minore frequenza rispetto a chi ne ha pochi.

Come definiresti i tuoi contatti?

Dall’analisi effettuata si può quindi sostenere che una connessione tra due persone non necessariamente implica un’interazione. Questa possibilità aumenta all’aumentare del numero di connessioni facenti capo ad una persona.

Un più alto numero di connessioni e di amici è quindi possibile solo a discapito del valore di quelle relazioni.

Una considerazone di cui noi tutti, in Rete, dovremmo tenere conto.

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L’economia della reputazione

L’economia della reputazione


Social Media Marketing

Tra le forme di collaborazione che il web 2.0 ci mette a disposizione, opportunità concrete ed attualissime per chi le sappia capire profondamente nei principi e poi cogliere nella pratica, c’è un meccanismo dal significato che va ben al di là del passaparola. Sto pensando al meccanismo delle review e dei rating.

Lo chiamerei “chi cerca bene, trova anche le garanzie”. In pratica l’incontro di domanda e offerta che da sempre caratterizza tutti mercati, si realizza in nuovi modi.

Identità e reputazioneUna spinta sociale sempre più forte fa sì che le due curve (domanda e offerta appunto) si incrocino non solo sul piano a due dimensioni dove il prezzo e la quantità mettono d’accordo chi offre e chi compra, ma anche su un terzo piano dove la reputazione, un’ulteriore dimensione intangibile, le fa effettivamente incontrare.

Insomma, molto banalmente: tu potresti anche avere esattamente quello che cerco, nella quantità e qualità che voglio, al prezzo giusto per me, ma se qualcuno mi ha detto che sei un mascalzone difficilmente comprerò da te. Ognuno porta con sé un capitale di valori e di comportamenti socialmente apprezzabili, una reputazione sociale insomma, e questo influenza in modo determinante il suo potere contrattuale. Avrete visto le raccomandazioni su LinkedIn, per esempio. Si distinguono subito quelle formali, di pura cortesia, da quelle vere e sentite. L’importanza della reputazione non è certo una scoperta recente, ma il web 2.0 può agire su questa dimensione con effetti notevoli, molto evidenti e molto veloci anche per le grandi corporations, a causa della vasta partecipazione e socialità dei suoi strumenti. Ma la cosa ancora più interessante è che nascono nuovi modelli di business interamente basati su questo.

Questa idea di “capitale reputazionale” porta con sé molte implicazioni sia micro che macroeconomiche.

Per darvene un’idea vi cito gli studi di Adam Arvidsson.

Questo professore, che ho ascoltato recentemente, ha detto che “la prossima economia sarà un’economia etica non più basata sul lavoro, come è stata l’ultima economia capitalistica, ma sull’abilità di costruire relazioni sociali eticamente significative” E ha raccontato che sono in corso esperimenti su modelli di ethical economy in cui i “key stakeholders” delle aziende danno una serie di ratings, e questi contribuiscono a formare un indicatore complessivo del “valore etico-sociale” di quell’azienda, che diventa così un vero indicatore di performance, in quanto tale continuamente mobile. L’impatto ambientale sarà decisamente tra questi ratings.

Qual è il valore aggiunto di una marca in questo momento storico in cui i consumatori stessi producono? E’ il valore (etico) della relazione, è la costruzione di relazioni sostenibili in una comunità produttiva che si riunisce intorno a dei valori. Quei valori diventano la loro motivazione principale a partecipare allo scambio.

E gli attori che forniscono le risorse e le capacità per aggregare le comunità che creano questo capitale di scambio, creano a loro volta valore (economico). Questi sono dunque nuovi modelli di “economia reputazionale” e non sono utopie, sono già tra noi.

Tutto ciò mi sembra veramente affascinante.

Ma tornando a noi utenti: ovviamente l’esempio più famoso di questo meccanismo nel web è eBay. Ma date un’occhiata qui, per esempio: Couch surfing – a better world, one couch at a timemette in contatto chi vuole viaggiare low cost saltando da un luogo all’altro, con chi offre un posto sul suo divano. Grazie al sistema di rating, più guadagni reputazione, più ti sarà facile viaggiare.

Partendo da queste considerazioni e pensando all’importanza dei ratings ho accolto con particolare interesse un paio di segnalazioni recenti, anche perchè si tratta di servizi molto utili per noi genitori.

A Cercatata ho suggerito di dotarsi quanto prima di un sistema di review, che riproduca appunto la ricerca condotta offline: passaparola, e referenze.

Susan BoyleDunque, concludendo: quando un Marketing Manager o il titolare di un bar si pone come obiettivo “il passaparola sul web” non ha detto un bel niente. Non ha soddisfatto il primo requisito che deve avere un obiettivo per costruirci sopra un piano: essere specifico. Tutti vogliono il passaparola, ma di che tipo? “positivo” “voglio che parlino bene di me” Ehm sì, grazie tante. Ma di cosa vuoi che parlino, con quali valori vuoi coinvolgerli, e con quali meccaniche? (per favore smettetela di dire “ingaggiarli”, engage vuol dire coinvolgere, non ingaggiare. Ingaggio una comparsa in un film o un killer per una cognata, non una persona di cui ho bisogno di conquistare e mantenere la fiducia). Insomma: quale capitale reputazionale vuoi incrementare e con quali strategie? Se il vostro prodotto o servizio può trovare un terreno fertile nelle review degli utenti, il mio consiglio è di sfruttare questa opportunità al massimo, dal semplice rating al racconto dettagliato dell’esperienza che si è vissuta. (I viaggi ne sono un classico esempio).

Se avete dei bei casi di attività web basate sulle review dei clienti che creano capitali di reputazione, segnalatemeli (ce ne sono tanti, ma ditemi quali vi hanno colpito di più).

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Social Media Marketing per gli over 55

Social Media Marketing per gli over 55


Social Media Marketing

Il 22 maggio è morta, alla veneranda età di 97 anni, Maria Amelia Lopez. La notizia ha fatto il giro del mondo perchè la signora era una attiva e famosissima blogger.

Un fatto così singolare, oltre che a strapparmi un sorriso, è stato come spesso succede, la scintilla per una riflessione più ampia.

Credo tutti conoscano la teoria della long tail di Chris Anderson, recentemente tirata in ballo anche da Federico Calore in un suo interessante post sull’AdWords embedded match.

Sappiamo dunque che internet ci fornisce la possibilità di intercettare segmenti di pubblico, in teoria poco “utili” al marketing tradizionale, in quanto di ridotte dimensioni; questi piccoli segmenti però, se sommati l’uno con l’altro, possono raggiungere dimensioni più che ragguardevoli e divenire improvvisamente interessanti.

Anziani al pcUn secondo articolo che desidero segnalarvi prende spunto da un’inchiesta di Inside Facebook e pone l’accento sul fatto che nei mesi di Aprile e Maggio la fascia di utenti attivi sul social network tra i 55 e i 65 anni ha fatto registrare un calo di circa  650.000 unità: tradotto in termini semplici, chi si è registrato nei primi mesi del 2009 non ha poi più fatto log-in, lasciando in questo caso Facebook completamente abbandonato.

L’autore dell’articolo cita come esempio sua madre che, dopo aver obbligato il figlio ad aprirle un profilo nel social network, a distanza di 2 mesi non gli aveva ancora inviato una richiesta di amicizia (cosa magari voluta…non lo sapremo mai).

Una prima riflessione che faccio è anch’essa figlia di esperienze personali: non conto le volte in cui aprioristicamente abbiamo deciso di evitare azioni di social media marketing davanti ad un pubblico che non fosse 18-35. Le giustificazioni le conosciamo un po’ tutti: “Non vanno online”, “Sono soldi sprecati”; “Guardano la televisione”.

Ma davvero i social media sono così lontani da un target come gli over 55, che non ne vale veramente la pena di investire (e far investire) in essi? O sono semplicemente gli strumenti che abbiamo per le mani ad essere poco pensati per questo target?

Alcuni anni fa mio padre si scherniva all’idea di dovre usare un telefono cellulare, oggi mi chiama quasi giornalmente con Skype per raccontarmi come procede la vita in quel di San Donà di Piave, scrive (non molto frequentemente) nel suo blog, e appena scoprirà come si cancella la cronologia di Firefox comincerà anche a navigare un po’ di più (ok, questa è una battuta :) ).

Minimo comun denominatore è l’usabilità: anche strumenti apparentemente complicati e incomprensibili sono diventati nel tempo relativamente semplici da usare e di dominio pubblico.

Se penso a Facebook per esempio io di potenzialità ne vedo molte: possibilità di ritrovare vecchi amici, vedere le foto dei nipoti, magari unirsi a gruppi di interesse, che siano di stampo politico o di semplici passioni.

Quello che però non vedo è la semplicità d’uso: caricare foto, richieste di amicizia, aggiornamenti di stato, giochi, pagine con gli aggiornamenti, suggerimenti e posta, forse un po’ troppo per chi fino a poco tempo fa ancora non sapeva se il tasto verde nel telefono volesse dire “inizia” o “termina” una telefonata (gli esempi sono volutamente un po’ forzati).

I facebooked your momMi chiedo se per voi un “Oldfacebook”, pulito delle molte “chiassose possibilità” e con qualche piccolo accorgimento, non possa essere una soluzione plausibile. Propongo ad esempio la possibilità di ricevere via sms (questo sì lo sanno usare) notizie inerenti gli aggiornamenti più recenti: “Il tuo amico Luigi ha caricato le foto del nipotino Giovanni” o “Il club degli amanti del Libro ha appena pubblicato la recensione del libro Il Codice da Vinci scritta dal tuo amico Roberto”. On e off line in poche parole, per fare in modo che la transizione verso la rete o l’incontro con essa non sia tanto traumatico.

Conoscete esempi di siti o iniziative realmente rivolte e pensate a questa fascia di pubblico che a detta di tutti, soprattutto in Italia, sarà sempre più importante?

Oltre ad un serio lavoro sull’usabilità e l’utilizzo delle notifiche via sms, vedete altre possibilità di coinvolgere gli over 55?

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Accorciare gli url, allungare le metriche

Accorciare gli url, allungare le metriche


Social Media Marketing Viral Marketing Web analysis

Alla pari degli sms, anzi ancor di più, Twitter mette di fronte a scelte linguistiche talvolta non banali: 140 caratteri non sono pochi, ma non sono poi così tanti. La sintesi diventa un must, e di sicuro in questo contesto gli anglofoni sono più fortunati di noi avendo a disposizione un lessico in tanta parte monosillabico mentre Dante, Petrarca e Boccaccio ci hanno lasciato in eredità una lingua più prodiga di sillabe e più orientata all’analisi che alla sintesi.

thinktwitterL’argomento dunque dovrebbe interessarci da vicino: recuperare qualche carattere da un link può servire a rendere il resto del messaggio meno criptico (e a evitare gli scempi adolescenziali a base di “k”). Esistono decine di siti che offrono un servizio di url shortening, e non sarebbe né innovativo né utile elencarli tutti, dato che spesso condividono le stesse funzionalità e si differenziano solo per la maggiore o minore fantasia nel dominio.

Ma uno scenario particolarmente vasto si cela dietro al sempre più massiccio utilizzo di questi servizi, ricco di risvolti soprattutto per chi si occupa di marketing online ed è alle prese con la difficile misurazione dei risultati in ambito social media.

Fermiamoci un attimo a pensare: il link, elemento fondante di un ipertesto, è alla base del funzionamento di Internet, fa parte della sua ontologia per così dire. Google usa i link per determinare l’importanza relativa di un sito all’interno del sistema, mutuando dalla vita reale il meccanismo dell’interesse e della citazione, e matematizzandone il concetto di fondo all’interno del proprio algoritmo. Nel panorama sempre più esteso dei social media il link possiede però una serie di valori aggiunti che non considerare sarebbe limitante. Il meccanismo della condivisione, motore di ogni azione degli utenti sui social network, quando si esplica attraverso un link fa in modo che questo porti con sé informazioni qualitative essenziali: analizzare un link e il contesto in cui appare ci permette di capire:

question

  • chi linka
  • cosa viene linkato
  • quando viene condiviso il link
  • dove avviene la condivisione
  • perché viene condiviso il link
  • come viene proposto il link

Insomma abbiamo potenzialmente a disposizione le risposte alle famose 5W oltre a un’indicazione sul metodo di condivisione.

Il naturale next step che alcuni provider di accorciaurl (neologismo del sottoscritto :) ) hanno intelligentemente deciso di intraprendere è quello di permettere ai propri utenti di tenere monitorate queste variabili, dando accesso a una pletora di informazioni prima molto più difficili da ottenere.

Tra questi, awe.sm ha ricevuto credito da Techcrunch, che ha iniziato a usare il servizio (personalizzato!) di url shortening sul proprio stream Twitter. Awe.sm permette un’analisi più accurata della diffusione e dell’utilizzo dei propri link sul social web, integrandosi con Google Analytics e dando anche accesso a un sistema di API per lo sviluppo di strumenti di analisi e reporting personalizzati.

awesm-peashootNon ancora resa pubblica, un’altra applicazione offrirà a breve le medesime funzionalità, offrendo però un pannello unico per la visualizzazione dei risultati, comprendente una serie di metriche ad hoc, che possono tornare utili nella fase di reportistica verso il cliente (es. l’indicazione di una percentuale di completamento della campagna, basata su parametri-obiettivo precedentemente impostati – come “attrarre 1000 click dal Giappone”): si chiama Peashoot, e potete sbirciare tra gli screenshot di anticipazione sul blog del suo creatore.

Fare di necessità virtù sembra la nuova opportunità da cogliere in quest’ambito, e di sicuro può essere utile a chi si impegna a individuare metriche credibili e solide per clienti giustamente sempre più informati.

Voi quali servizi usate? Sentite il bisogno di funzionalità di livello superiore oltre al semplice risparmio di caratteri?

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  • Fabio Sutto, sviluppatore server-side dal 1998, è passato dalla programmazione ai motori di ricerca, quindi al web marketing e al web 2.0: nell'attesa delle novità che verranno.
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