OMB presenta un post onirico e decisamente atipico, riguardo un futuro non troppo lontano, ormai quasi presente. Il post è anche la testimonzianza degli effetti deleteri che un Iphone sta avendo sulla mente già provata di un blogger di OMB
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Ho fatto un sogno strano. Ho sognato di camminare lungo le strade di una sconosciuta cittadina tedesca, e nel sogno sapevo di essere alla ricerca di qualcosa, probabilmente di un albergo dove passare la notte o un ristorante dove rifocillarmi. Non ero preoccupato: non avevo in mano una scomoda mappa della città, ma un semplice telefono cellulare.
Ricordo che, camminando lungo le strade, potevo vedere l’immagine delle stesse riprodotte nello schermo del telefono: in corrispondenza di alcuni numeri civici, il telefono mi restituiva informazioni di carattere storico, a volte il nome e cognome del padrone di casa con tanto di telefono e mail. Passando accanto ad unristorantepotevo immediatamente prendere coscienza del grado di apprezzamento di cui godeva tra gli internauti: ranking, note, recensioni,consigli, tutto a disposizione sfiorando il touch screen. Era come se un foglio di carta da lucido fosse sovrapposto all’immagine di fondo, potevo camminare contemporaneamente nei 2 mondi, reale e virtuale.
Con mia enorme sorpresa il telefono ad un certo momento mi ha avvisato che uno dei miei followers di Twitter viveva nella casa bianca al fondo della strada; fortuna ha voluto che fosse online in quel momento, è sceso a salutarmi e mi ha gentilmente consigliato riguardo la strada più corta da prendere per raggiungere l’hotel.
Il sogno si è fatto un po’ confuso e mi sono ritrovato già di giorno camminando per le stesse stradine della notte precedente, avevo voglia di fare una ricca colazione, ho quindi allargato l’immagine della città e incrociato i dati con quelli delle community e dei gruppi di cui faccio parte; hey che fortuna! mi trovavo a non più di 500 metri dal bar di Nick anche lui, come me, nel gruppo di Facebook degli amanti dei film di Gene Wilder. Tra le note di Nick una ha catturato la mia attenzione: offriva un 10% di sconto a tutti quelli del gruppo, ho pensato “non sarà una gran cifra ma in definitiva lui aumenta il volume di clienti ed io risparmio qualche euro al giorno”.
Che pace, la piazzetta dove si trova il bar di Nick è un piccolo angolo di paradiso, decido quindi di fare un video; l’ho taggato in maniera corretta e 2 minuti dopo era già online. Ho pensato “adesso tutti potranno vedere il bar di Nick e il contesto in cui è inserito”. Se Nick lo vorrà potrà utilizzare il mio video come una sorta di “presentazione” della sua attività, in definitiva la prima cosa che la gente vedrà facendo una ricerca relazionata alla “città-piazza-attività commerciale”.
La sirena del porto, in un primo momento in sottofondo, si è fatta sempre più insistente… poi una piccola luce nella mia mente… difficile trovare porti in Germania, e mi sono reso conto che si trattava della sveglia!
Ora sono sveglio, sorrido ripensando allo strano sogno che pian piano inizia a svanire, accendo il computer e penso a… Google Earth, Google Maps (streetview) alle nuove migliorie apportate a Google Latitude (nota simpatica: guardatevi questo video e fate attenzione alla schermata nell’ultima parte
NdR), mi torna alla mente anche un interessante articolo che ho letto alcuni giorni fa che parla di Stweet, una sorta di mash-up tra Google street e Twitter, penso al mio Twitterrific per iPhone che, tra le varie possibilità, ha quella di “Add Map Link to Tweet” cioè di dire ai miei contatti “io sono qui”, ripenso anche ad alcuni articoli in cui si parlava della possibile evoluzione di Second Life, pronta a divenire una sorta di motore di ricerca in 3D; penso ai milioni di users che stanno usando Google Talk, ai problemi di privacy ma anche agli indubbi vantaggi commerciali (e non) che una buona geolocalizzazione potrebbe conferire.
Probabilmente anche questa volta ho lasciato viaggiare un po’ troppo la mia immaginazione (già cominciate a conoscermi). Ho citato la possibilità di taggare i video per dare, a chi cerca informazioni, una risposta molto più impattante che un semplice testo, di reperire in tempo reale un ranking di ristoranti e attività commerciali in genere, la possibilità di ottenere scontistiche in base all’appartenenza a gruppi/community, ho parlato in definitiva una sorta di serch engine a 3D che si sovrappone al mondo reale.
Che ne pensate? non mi resta che mettermi a disposizione per il fuoco di fila delle vostre critiche / aggiunte / precisazioni, sempre gradite e utili.
A presto!
Dirò una cosa impopolare: ogni vero SEO specialist ha dentro di sè un piccolo seme di male che lo porta ad avere pensieri “black hat”… ci prova sempre a a fare pubbliche relazioni, ad essere un markettaro, un “social media fuffaro” (e a volte gli riesce pure bene) ma i pensieri black hat, per quanto repressi, tornano insistenti e lo ossessionano.
Certo, se glielo chiederete in pubblico vi dirà che “content is king” e che bisogna lavorare pensando prima di tutto al navigatore. “When Google Was not yet Evil” queste affermazioni erano utili per essere ammessi nei “salotti buoni”) ![]()
Poi scoprirete che lo stesso SEO nella sua vita professionale ha collezionato una sfilza di siti spam o “made for adsense”, o addirittura aggretatori che “rubano” e mescolano i contenuti altrui (quest’ultima è l’unica pratica che non ho mai attuato e che ritengo esecrabile, NdR).
Il vero SEO specialist però agisce non tanto (o non solo) per il guadagno, quanto per il gusto di sperimentare: infatti si ritrova in testa una vocina assillante che gli sussura di mettere il suo ingegno al servizio del male più puro e disinteressato. E allora cercherà di capire quel che piace e non piace agli spider e di filtrare tra le pieghe di un algoritmo che cerca ogni giorno di avvicinarsi alle umane capacità di discernimento ma che, proprio per questa sua palese intenzione, è in parte prevedibile.
Uno dei molti sogni ricorrenti di ogni vero SEO è quello di poter attingere a una sorgente infinita di contenuti originali costantemente aggiornati e poterne disporre a piacimento, quello che però molti ancora non considerano è che lo stesso Google ci mette a disposizione strumenti utili a questo scopo, e il primo e più importante tra questi è Google Translate.
Le traduzioni generate da GT sono davvero eccellenti e la loro qualità migliora di mese in mese (al contrario del glorioso Babelfish, oggi marchiato Yahoo), quindi un SEO Specialist accorto oggi ne può fare decisamente buon uso: non staremo qui a descrivere per filo e per segno tutti gli ambiti di applicazione più o meno “black hat” ma ci limiteremo a fornire alcuni indizi.
Partiamo quindi dalla considerazione, per ora ovvia, che un contenuto tradotto in un altra lingua, agli occhi di Google è un contenuto originale: a questo scopo Google Translate può essere utilizzato manualmente oppure attraverso uno script.
I più spregiudicati tra voi ovviamente punteranno alla seconda soluzione, tuttavia Google non è l’ultimo arrivato, le ha pensate tutte e ha ritenuto opportuno inserire alcuni ostacoli e limitazioni.
Insomma, provare per credere… (traduzione automatica di un post di OMB).
API Ajax per evitare di “regalare” contenuti indicizzabili e limitare le richieste dei software di ranking; frameset, codice sporco e contenuto nascosto per limitare l’estrazione di testo utile; modifiche frequenti al sorgente generato per rendere obsolete le procedure di grabbing.
Nella seconda parte di questo lungo intervento, che verrà pubblicata in settimana, vedremo che in realtà esiste anche una REST Google API (poco conosciuta) e come sia possibile utilizzare concretamente Google Translate per ricavarne contenuti utili ai fini SEO.
Per maggiori informazioni sull’abbandono delle SOAP API segnalo anche un mio vecchio articolo sul blog di HTML.it: Abbandonata la SOAP Search API: l’ennesimo “dispetto” ai SEO?
Da qualche tempo un segmento particolare della blogosfera italiana, quello delle donne e mamme blogger, gode di una certa attenzione da parte dei media ed è in particolare fermento (basta osservare il proliferare di aggregatori). Alcuni dei temi emersi nelle loro discussioni sono proprio quelli di cui avevo già parlato qui: l’insofferenza verso modelli culturali anacronistici e stereotipati.
Contemporaneamente, le prime aziende del largo consumo hanno cominciato ad “approcciare” i blogger con delle operazioni di buzz, talvolta destando alcune perplessità dovute alla tendenza a riapplicare le logiche del marketing tradizionale (ad esempio “la conferenza stampa”) a dei “media”, i blog, che invece sono un mondo completamente diverso.
In USA, il mommy blogging è un fenomeno massiccio e consolidato e il rapporto con i brands si è evoluto in varie forme e direzioni. Sarebbe facile aspettarsi che anche noi seguiremo tra poco questi modelli, secondo la regola della “decina d’anni di ritardo” sui fenomeni USA.
Certo, direte, le donne responsabili d’acquisto sono il target per eccellenza delle grandi aziende del Fast Moving, e se le blogger più seguite parlano bene di un prodotto, si genera word of mouth positivo tra le loro lettrici. Logico quindi, che le aziende vogliano entrare in contatto con le blogger più seguite per ottenere citazioni dei loro prodotti. Ma le blogger hanno una loro personalità, una loro linea editoriale, selezionano criticamente le loro fonti, “non fanno copia-incolla di un comunicato stampa” , e molte percepiscono giustamente un “post-marchetta” come una stonatura che offende la sensibilità delle lettrici. Richiedono, insomma, stimoli intellettuali e coinvolgimento maggiori.
E se esistesse un’altra via? Se noi ci rifiutassimo di essere un target, con tutto il suo significato passivo, e invitassimo le aziende a superare una volta per tutte la termonologia kotleriana ispirata alla guerra per iniziare attivamente a dialogare? Se prendessimo noi delle iniziative per influenzare dal basso il rapporto con i brands, aggregandoci intorno a dei valori chiave e facendo delle precise richieste sulle tipologie di interazione, che ci interessano, cosa potrebbe succedere?
Le aziende ci seguiranno? E come si delineerà il rapporto tra blogosfera e brands in Italia? Non posso saperlo, ma spero che si riduca a poche semplici parole: vero dialogo, e vera collaborazione.
E non mi meraviglio se i primi segnali di questa nuova cultura provengono proprio dalle donne. Io credo profondamente che in questo momento le aziende e i consumatori possano sviluppare nuove forme di collaborazione per l’innovazione, per l’ambiente, per una migliore qualità della comunicazione, anche per eventi pr o promozioni intelligenti, con strumenti di lavoro mai visti prima. L’importante è aprire dei canali di dialogo, e tenere alta la qualità di quel dialogo. Con un gruppo di donne blogger ci siamo incontrate circa un mese fa e abbiamo parlato di queste cose. Abbiamo spiegato che il marketing in relazione ai blog non è necessariamente da demonizzare, ma che da questo incontro possono nascere buone iniziative, se si può realizzare un nuovo empowerment del consumatore.
Proprio per continuare a parlarne, nel mio sito www.veremamme.it esiste una sezione che si chiama Marketing della Conversazione, da cui è nato un progetto ambizioso: Powered by People.
Il Marketing della Conversazione di VereMamme è un luogo nuovo e ibrido, pensato sia per gli “addetti ai lavori” che conoscono bene le tematiche del web marketing – in particolare le tesi innovative del marketing partecipativo dell’era 2.0 – e vorrebbero vederle messe in pratica, sia per le tante lettrici, responsabili consapevoli degli acquisti familiari, che si accostano con curiosità a questi argomenti (e anche un po’ di diffidenza) e desiderano dire la loro.
Ma perchè sono qui a raccontarvelo? Perchè la prima azienda che ci ha ospitato ed ascoltato non ha un nome da poco: è stata Barilla, a Parma, proprio in seguito a questo post su OMB. Ecco la presentazione che abbiamo portato in Barilla, ed ecco alcune foto della giornata.
http://mammaimperfetta.iobloggo.com/222/mamme-digital
Il primo progetto di conversazione online nato da questo incontro sono I diari delle Spighe. Da oggi, un folto gruppo di donne blogger che partecipano a Powered by People terrà un diario personale per condividere con l’azienda e gli altri lettori la loro esperienza di un nuovo prodotto. E’ il nostro primo progetto e da qui, ne sono convinta, possono nascere molte altre cose: come giornate di formazione nelle aziende, sviluppo e incubazione online di nuove idee di prodotto o di comunicazione, eventi speciali.
I next steps?
Stiamo finalizzando il manifesto di Powered By People, perfezionando il nome per renderlo ancora più distintivo, e preparandoci a rendere nota l’iniziativa in tutte le sedi e presso tutti gli interlocutori più qualificati, a cominciare dalle agenzie. Vi terrò aggiornati.
Per cominciare ne parlerò al prossimo MaM Camp, a Milano il 23 maggio.
Seguitemi… spero ci sarà da divertirsi.
Alla pari degli sms, anzi ancor di più, Twitter mette di fronte a scelte linguistiche talvolta non banali: 140 caratteri non sono pochi, ma non sono poi così tanti. La sintesi diventa un must, e di sicuro in questo contesto gli anglofoni sono più fortunati di noi avendo a disposizione un lessico in tanta parte monosillabico mentre Dante, Petrarca e Boccaccio ci hanno lasciato in eredità una lingua più prodiga di sillabe e più orientata all’analisi che alla sintesi.
L’argomento dunque dovrebbe interessarci da vicino: recuperare qualche carattere da un link può servire a rendere il resto del messaggio meno criptico (e a evitare gli scempi adolescenziali a base di “k”). Esistono decine di siti che offrono un servizio di url shortening, e non sarebbe né innovativo né utile elencarli tutti, dato che spesso condividono le stesse funzionalità e si differenziano solo per la maggiore o minore fantasia nel dominio.
Ma uno scenario particolarmente vasto si cela dietro al sempre più massiccio utilizzo di questi servizi, ricco di risvolti soprattutto per chi si occupa di marketing online ed è alle prese con la difficile misurazione dei risultati in ambito social media.
Fermiamoci un attimo a pensare: il link, elemento fondante di un ipertesto, è alla base del funzionamento di Internet, fa parte della sua ontologia per così dire. Google usa i link per determinare l’importanza relativa di un sito all’interno del sistema, mutuando dalla vita reale il meccanismo dell’interesse e della citazione, e matematizzandone il concetto di fondo all’interno del proprio algoritmo. Nel panorama sempre più esteso dei social media il link possiede però una serie di valori aggiunti che non considerare sarebbe limitante. Il meccanismo della condivisione, motore di ogni azione degli utenti sui social network, quando si esplica attraverso un link fa in modo che questo porti con sé informazioni qualitative essenziali: analizzare un link e il contesto in cui appare ci permette di capire:
- chi linka
- cosa viene linkato
- quando viene condiviso il link
- dove avviene la condivisione
- perché viene condiviso il link
- come viene proposto il link
Insomma abbiamo potenzialmente a disposizione le risposte alle famose 5W oltre a un’indicazione sul metodo di condivisione.
Il naturale next step che alcuni provider di accorciaurl (neologismo del sottoscritto
) hanno intelligentemente deciso di intraprendere è quello di permettere ai propri utenti di tenere monitorate queste variabili, dando accesso a una pletora di informazioni prima molto più difficili da ottenere.
Tra questi, awe.sm ha ricevuto credito da Techcrunch, che ha iniziato a usare il servizio (personalizzato!) di url shortening sul proprio stream Twitter. Awe.sm permette un’analisi più accurata della diffusione e dell’utilizzo dei propri link sul social web, integrandosi con Google Analytics e dando anche accesso a un sistema di API per lo sviluppo di strumenti di analisi e reporting personalizzati.
Non ancora resa pubblica, un’altra applicazione offrirà a breve le medesime funzionalità, offrendo però un pannello unico per la visualizzazione dei risultati, comprendente una serie di metriche ad hoc, che possono tornare utili nella fase di reportistica verso il cliente (es. l’indicazione di una percentuale di completamento della campagna, basata su parametri-obiettivo precedentemente impostati – come “attrarre 1000 click dal Giappone”): si chiama Peashoot, e potete sbirciare tra gli screenshot di anticipazione sul blog del suo creatore.
Fare di necessità virtù sembra la nuova opportunità da cogliere in quest’ambito, e di sicuro può essere utile a chi si impegna a individuare metriche credibili e solide per clienti giustamente sempre più informati.
Voi quali servizi usate? Sentite il bisogno di funzionalità di livello superiore oltre al semplice risparmio di caratteri?
Dove: Roma, Milano, Londra
Quando: 22/05, 29/05, 27/06

Il paragrafo introduttivo del corso Seo Web Marketing Experience recita testualmente:
Nei miei ultimi 10 anni di web marketing ho fatto tanti errori. Ho creato prodotti che non hanno generato un centesimo di profitto, ho fatto campagne promozionali che hanno raccolto zero risultati, e ho fatto test e sperimentazioni che si sono rivelate un miserabile spreco di tempo e di soldi. Eppure e’ proprio grazie a tutti questi errori e fallimenti che ho potuto crescere e migliorarmi
Enrico Madrigrano è da anni l’indiscusso punto di riferimento per la formazione in ambito Web e Search Marketing e, anche se fino ad oggi non ho mai avuto l’occasione di partecipare ad uno dei suoi corsi, ne ho sempre sentito parlare in termini entusiastici sia da parte di SEO neofiti, sia da parte di colleghi che stimo e ricoprono ruoli di responsabilità all’interno di SEM agency molto note.
Da sempre sostengo che, data la fondamentale impenetrabilità dell’algoritmo di Google, noi SEO specialist siamo un po’ come gli alchimisti ed i medici del ’600, i quali potevano intepretare le malattie soltanto dai sintomi anzichè “studiarle dall’interno”, come il progresso tecnologico oggi invece consente di fare: un buon medico era quello che rifiutava i pregiudizi, non si affidava esclusivamente ai pareri dei colleghi autorevoli e metteva continuamente in discussione le proprie convinzioni attraverso la sperimentazione sul campo.
I dogmi erano pericolosi e il metodo era più importante delle “verità” che ne scaturivano.
Questo sembra essere esattamente anche l’approccio dei corsi Madri Internet Marketing: l’atteggiamento non è quello del guru che indottrina la platea ma quello di chi ha costruito il proprio sapere sperimentando, operando sul campo e utilizzando il proprio intuito. L’obiettivo di un corso SEO non dovrebbe essere solo quello di fornire ai partecipanti delle certezze ma anche e soprattutto quello di stimolare in loro le giuste domande.
Immagino sia per queste ragioni che i corsi tenuti da Enrico da anni vedono la partecipazione di centinaia di persone e riscuotono consensi unanimi.
Il team di Online Marketing Blog sarà presente per recensire gli appuntamenti che si terranno a Roma, Milano e Londra mentre il sottoscritto e Federico Calore avranno il piacere e l’onore di confrontarsi con altri colleghi durante la tavola rotonda che ormai è parte integrante di ogni corso…e date le novità che Google sta preparando ci saranno molte cose di cui parlare
Ulteriori informazioni sui corsi e sui contenuti sono reperibili nella “Bonus Area” di Madri Internet Marketing.
Questo articolo non è un intervento “pay per post”: la redazione di OMB segnala e recensisce (liberamente e in modo imparziale) gli eventi che ritiene meritevoli di ottenere visibilità. Per maggiori informazioni invitiamo alla lettura delle linee guida relative alla comunicazione di questo tipo di iniziative.
