Qualche settimana fa online-marketing.it pubblicò un post che riscosse particolare interesse e partecipazione: lo scopo era quello di innescare un dibattito e cercare di individuare (sulla base dell’esperienza e del buon senso) quali fossero i parametri di cui oggi Google tiene conto, e ai quali verosimilmente darà sempre maggiore importanza, ai fini del successo di un sito nelle SERP, nei mesi che verranno.
Visto l’interesse riscosso, diamo spazio al primo di una serie di articoli dedicati alle pratiche SEO ancora molto in uso ma che dovrebbero essere abbandonate (e da tempo) in quanto ormai individuate e definitivamente invise a Google; vedremo quante e quali sono le tecniche obsolete (inutili se non dannose) ancora utilizzate da molte web e sem agency.
In questo primo articolo parleremo di link bombing.
Link bombing
Disseminare la rete di link in cui viene utilizzato in modo ripetitivo lo stesso anchor text (es. il classico “hotel [località]“) si dimostra rischioso sia per il sito che dona i link che per quello che li riceve, infatti il proliferare innaturale di link tutti uguali verso uno stesso sito può determinare la penalizzazione del sito donante e, in alcuni casi, anche di quello ricevente.
I fattori che accendono i riflettori di Google come possibile caso di “bombing” sono:
- l’incremento improvviso e repentino del numero dei link e ricorrenza eccessiva dello stesso anchor text;
- la ripetizione innaturale del link all’interno di più pagine dello stesso sito;
- la presenza diffusa di link su siti off-topic (specie se abbinata all’anchor text sospetto);
- la presenza all’interno di circuiti di article marketing e comunicati stampa già sospettati di essere soltanto un pretesto ai fini della link popularity.
Singolarmente ognuno di questi fattori rappresenta un indizio importante, ma la presenza concomitante di due o più tra essi è ancora più significativa.
Le penalizzazioni per chi beneficia dei link
Se i siti o le pagine donanti sono considerati di scarsa importanza e “pretestuosi” (cioè nati allo scopo prevalente di spingere altri siti nelle SERP), nel giro di qualche tempo il sito ricevente ha molte probabilità di essere penalizzato e scomparire dai risultati con la maggior parte delle chiavi di ricerca.
Sulla base dei vari casi osservati forse sarebbe più corretto non considerare questo fenomeno come una vera e propria penalizzazione, quanto piuttosto una pesante correzione verso il basso dopo un’iniziale sopravvalutazione del ranking dei siti beneficiari di questi link di scarso valore.
Se al contrario il sito donante è ritenuto valido e degno di fiducia, il sito ricevente non subisce drastiche conseguenze nel ranking. Semmai è proprio il sito donante a subire la cosiddetta “penalizzazione” del pagerank per sospetta vendita di link popularity (il decremento della barretta verde, puramente antiestetico e senza altre conseguenze). Non è chiaro se i link in questione continuino a funzionare come nel periodo precedente alla loro individuazione.
-50, -60…
In ogni caso se l’attività di “link bombing” è stata particolarmente insistente (cioè prolungata nel tempo, intensa e focalizzata sugli stessi anchor text) il sito beneficiario vede spesso una penalizzazione “-50″ (o superiore) nelle posizioni, per un periodo che di solito va dai 45 ai 90 giorni, poi nelle SERP tutto torna alla normalità (salvo qualche variazione fisiologica) a patto che l’attività di “bombing” nel frattempo si sia interrotta.
Ad essere colpite sono tipicamente le pagine interne e non la homepage: forse possiamo spiegare questa particolarità con il fatto che l’abbinamento bombing + deep linking risulta più sospetto e innaturale del semplice bombing sulla home (tipicamente la pagina di un sito che riceve la maggior quantità di link in ingresso), inoltre possiamo anche supporre che Google ritenga che bannare la home page di un sito sia una penalizzazione eccessivamente gravosa per essere comminata sulla base di un semplice sospetto (perchè, diciamolo, Google certezze non ne può avere e…spesso sbaglia).
Penalizzazioni per chi inserisce i link
Anche in questo caso dobbiamo distinguere tra siti “trusted” o “trustable” (degni di fiducia) e siti che non lo sono:
- nel primo caso assistiamo all’abbassamento della “barretta verde” del pagerank (come indicato nell’ultimo punto del paragrafo precedente);
- mentre quando abbiamo a che fare con un sito considerato “pretestuoso” o di scarso valore (pensiamo alla classica directory/link farm o all’oramai altrettanto tipico sito di “comunicati stampa & article marketing” con secondi fini) quest’ultimo rischia la scomparsa dalle SERP (mentre il sito beneficiario può perdere diverse posizioni, come già precisato nel primo punto del paragrafo precedente).
Dato che è in corso un evidente giro di vite da parte di Google, come possiamo oggi sviluppare correttamente la link popularity?
In teoria non dobbiamo: per Google infatti le attività di scambio, compravendita e persino donazione di link ai fini del posizionamento non sono accettabili e da considerarsi alla stregua del doping sportivo. In sintesi i link “buoni” e al di sopra di ogni sospetto dovrebbero:
- provenire da siti a tema,
- provenire da siti “trusted”,
- essere frutto di citazioni spontanee.
In pratica tutto si può fare (anzi il SEO specialist che opera in ambiti competitivi al momento non dovrebbe tirarsi indietro) ma le parole d’ordine per lo sviluppo di una corretta e “spontanea” link popularity sono inventiva, recensione, citazione e… moderazione
Ne consegue che la link popularity è sempre fondamentale ma molto più difficile da ottenere e che i tempi si allungano. Tuttavia possiamo consolarci pensando che la quantità non è più così importante (anzi, come abbiamo visto, rischia di essere dannosa) e che molto spesso, uno o due link “giusti” sono sufficienti a muovere i primi passi nelle SERP anche per un sito del tutto nuovo… purchè sia stato progettato nel modo corretto e il SEO specialist abbia ben chiaro che Google non è più quello di un tempo.