Archivio | gennaio, 2009

Widget per tutti: Widgadget

Widget per tutti: Widgadget


Social Media Marketing

Riprendo il discorso  lasciato con l’ultimo post sulle nuove possibilità di fare marketing attraverso applicazioni e widget per i social network, per segnalare che è da poco in funzione la versione italiana di Widgadget, sito di una start-up catalana che permette di realizzare widget per il web e per il desktop.

Widgadget

Abbiamo affrontato il tema dell’engagement, o coinvolgimento, e abbiamo capito che è essenziale, vista la scarsa attenzione che un utente di norma riserva alla pubblicità mentre naviga per svago su Facebook e simili, catturarne l’attenzione senza strapparlo dal contesto. Per questo applicazioni e widget sembrano un buon modo per valorizzare i brand e convogliare con successo un messaggio pubblicitario anche all’interno di un ambiente poco ricettivo.

Diesel XXXIn particolare le widget, data la facile portabilità e la user experience che rimane invariata cambiando piattaforma, oltre alle funzionalità multimediali che vi si possono includere, diventa uno strumento di marketing potenzialmente virale e molto in linea con l’idea di condivisione alla base del web 2.0. Un esempio per tutti, la widget lanciata da Diesel in occasione del trentennale dell’azienda, che ha fatto molto parlare di sé per lo spot provocatorio ma anche per le features d’avanguardia integrate al suo interno.

Widgadget sembra la risposta alle proposte d’oltreoceano in tema di custom widget: l’account base è gratuito, mentre esistono soluzioni a pagamento che permettono di realizzare widget con il proprio logo e ottenerne le statistiche di utilizzo, indispensabile per verificarne la diffusione.

Fare marketing con le widget: un altro tema su cui si può discutere.

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Come ti monetizzo la widget: social ad networks

Come ti monetizzo la widget: social ad networks


Social Media Marketing

Da quando il web ha scoperto i social network si sono moltiplicate le proposte per gli inserzionisti, facendo leva sul presunto engagement e sulla granularità delle informazioni a disposizione sugli utenti.

Ammesso e non concesso che ciò sia vero (e recentemente ho avuto modo di dire la mia sull’arrivismo dei marketers in proposito), noto che vanno diffondendosi i network pubblicitari dedicati ad applicazioni e widget per Facebook e compagnia.

RockYouAdsTra questi il più popolare è probabilmente RockYouAds, divisione di RockYou, azienda Californiana che oltre a realizzare per conto terzi applicazioni brandizzate con cui gli utenti di Facebook, Myspace, Bebo e simili dovrebbero dilettarsi e/o abbellire il proprio profilo online, sfrutta la grande diffusione delle proprie applicazioni rivendendo spazi pubblicitari all’interno di queste, oltre a proporsi come mediatore tra gli inserzionisti e gli sviluppatori che vogliono monetizzare i propri prodotti per il social web.

Nulla che non esistesse già nel “web 1.0″, certo, e di fatto il business model è lo stesso, se vogliamo considerare le applicazioni Facebook come dei mini-siti. Ma dato l’hype che circonda i social network, RockYouAds può permettersi di sciorinare cifre non indifferenti per quanto riguarda il potenziale di impression: oltre 600 milioni al giorno a loro dire.

Stando a questi numeri, anche i CTR molto bassi che alcuni inserzionisti lamentano sui social network diverrebbero una discreta fonte di traffico (tralasciamo le valutazioni sulla qualità).
Volendo considerare Facebook, inoltre, gli annunci presenti all’interno delle applicazioni avrebbero un paio di punti di vantaggio rispetto ai Facebook Ads (gli annunci venduti direttamente da Facebook): innanzitutto la posizione, non limitata alla barra laterale a destra che pare essere vittima di una banner blindness da manuale; ma soprattutto quel coinvolgimento di cui tanto si vocifera e che solo canalizzando l’attenzione dell’utente per mezzo di un’applicazione/esperienza si può pensare di creare.

Se qualche tempo fa riflettevamo su quali fossero i metodi per fare soldi con i social network, i social ad network potrebbero essere una delle opzioni da considerare.

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Android Developers Camp Amsterdam

Android Developers Camp Amsterdam


Software

Da ormai quasi due anni abito e lavoro da Amsterdam, capitale dei Paesi Bassi (questo spiega facilmente il nome utente del mio account twitter :-) ). T-mobile Android G1 Lavorare dall’estero, e sopratutto in una città  particolarmente cosmopolita come Amsterdam, mi permette di incontrare e lavorare con persone diverse, che spesso portano punti di vista differenti. Questo scambio è sempre fonte di arricchimento personale e professionale.

Di recente ho avuto modo di conoscere Kristian Esser, fondatore di Mr.Harder ed ideatore dell’interessante servizio di trendwatching Whisper (purtroppo – per ora – solo in lingua olandese); Kristian parla e scrive in olandese, e ha gentilmente acconsentito a pubblicare un guest post in OMB, riguardo ad un camp su Android, la base software open source per il Google cellulare (solo in USA con T-Mobile).

logo_Adroid dev camp

L’8 gennaio 2009 Amsterdam ha ospitato il terzo Android Developers Camp.

Oltre a 3 workshops organizzati per dare inizio alla gara per la migliore applicazione per Android (verrà giudicata a fine gennaio), ci sono stati diversi interventi interessanti. Si è trattato di un ‘developers day’, quindi molto indirizzato su dettagli tecnici, ma le conseguenze per gli aspetti di marketing sono facili da immaginare. Di seguito qualche spunto interessante su quanto emerso durante la giornata di incontri.

  • Android, essendo open source, verrà adattato su diverse piattaforme. Questo è ideale per la penetrazione nel mercato, ma d’altra parte presenta un rischio di frammentazione: le applicazioni, per poter essere applicabili su tutte le piattaforme, avranno costi elevati. Android d’altra parte sarà accessibile ad un mercato più ampio: infatti i prezzi saranno più bassi rispetto a quelli di iPhone.
  • ShopSaviAndroid è simile a Java, il che significa che molte applicazioni esistenti sono integrabili quasi direttamente. I tempi tecnici di realizzazione sono contenuti ed aziende anche piccole potranno produrre grandi idee. Ad esempio, uno sviluppatore presente al Camp ha costruito un client per la posta elettronica in soli 3 giorni.
  • Alexander Muse, venuto da Dallas, ha presentato il case della propria azienda Big in Japan: l’applicazione che hanno sviluppato si chiama ShopSavi ed è in grado di leggere un codice a barre e restituire tutte le informazioni disponibili su Internet riguardo al prodotto. ShopSavy riceve già 1.000.000 di scan al giorno e conta più di 20.000 clienti (negozi).
  • WikitudeUna delle applicazioni  maggiormente interessanti è Wikitude: basta puntare la fotocamera del cellulare su un edificio o punto panoramico interessante o particolare, e vengono caricate diverse informazioni interessanti riguardo a quello che si sta guardando, direttamente da Wikipedia. Lo sviluppatore Philipp Breuss ha spiegato durante il camp come funzionava a livello tecnico.
  • Paragonando la crescita di Android con lo sviluppo di iPhone, il successo del primo pare già molto più veloce ed immediato; non bisogna però dimenticare che iPhone ha fatto da apripista.

Secondo me, Apple é un ‘hart brand‘ Google è un ‘brain brand. Chi usa iPhone é disposto a pagare di più ed è contento delle scelte che Apple fa per i propri clienti (l’Appstore è gestito in modo verticale da Apple stessa). Chi preferisce l’open source è attratto dall’idea che non ci siano limiti, il che vale sia per il positivo che per il negativo. A mio parere la battaglia non è tra iPhone e Android ma tra Android, Symbian e Windows Mobile.

Kristian Esser / Mr.Harder

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I bambini sono già online

I bambini sono già online


Comunicazione Social Media Marketing

In un post recente abbiamo parlato di come i bambini siano più reattivi degli adulti agli inviti che provengono dalla comunicazione offline e sollecitino approfondimenti nel mondo online.

bambini al computer Su Vox leggo inoltre di come il mercato dei libri per bambini, sempre in America, stia rapidamente abbracciando il mondo del digitale: i bambini, crescendo immersi nella tecnologia, sono infatti propensi alla lettura a video e attraverso gli e-book readers. L’articolo continua sottolineando come gli editori stiano rispondendo all’evoluzione del mercato caricando online la versione digitale e la versione audio dei libri, oltre che offrendo contenuti supplettivi come giochi e mondi virtuali.

Qualche esempio in Italia

Forse nel nostro Paese non possiamo ancora parlare di incremento dell’importanza degli e-book per bambini, ma di certo anche i nostri piccoli vanno sempre più su Internet, sollecitati anche dagli insegnamenti che ricevono a scuola (sempre più siti sono dedicati ai bambini e alla didattica attraverso la Rete). I siti dei brand che si rivolgono ai più giovani, coi loro infiniti contenuti extra, confermano la presenza dei bambini online.

La Ferrero, ad esempio, tra i suoi siti vanta Ferrero Cartoon, uno spazio dedicato interamente a cartoni, videogiochi, giochi e gadget, ma anche Magic Kinder, il sito dedicato al famoso ovetto Kinder, attraverso il quale i bambini possono immergersi nel fantastico mondo delle sorprese. Qui i bambini, oltre che guardare e segnalare agli amici giochi e video, possono votare le sorprese che preferiscono ammettendole così al Magic Kinder Cup.  Tra i siti spicca inoltre Mostri e Pirati, interamente dedicato all’avventura mostruosa firmata Kinder. Un cartone che vive esclusivamente nei suoi prodotti e ovviamente in Rete.

bambino gioca al computerAnche Giochi Preziosi non si è lasciata scappare l’occasione di intensificare il proprio rapporto coi più piccoli, creando sul web il mondo dei Gormiti. Iscrivendosi al  Gormiti Club sarà possibile essere aggiornati su novità ed eventi, completare la propria collezione,  partecipare a sondaggi, inviare foto e scrivere ai propri personaggi preferiti. Giochi, screensavers, wallpapers, icone, emoticons, disegni da colorare e newsletter sono inoltre disponibili sul sito.

Lo stesso vale per il Winx Club, ideato da Iginio Straffi, la Melevisione, il programma televisivo per bambini della Rai e il sito DeA Kids di De Agostini. Potrei continuare a citarne tanti altri ma i siti dedicati ai più giovani sono davvero tanti, soprattutto se contiamo anche quelli slegati dai brand. Questa directory dedicata all’educazione e alla didattica ci offre una panoramica più completa del settore.

Le aziende offrono mondi online ai bambini

Alla domanda “i bambini sono online” non posso rispondere con precisione, ricerche in merito relative al solo territorio italiano non ne ho trovate. Le aziende sembrano però puntare sulla creazione di mondi virtuali ad hoc per i loro piccoli affezionati e non credo investano in attività senza presumere un ritorno. La Rete, ormai da tutti riconosciuta capace di creare relazioni, in questo specifico settore, grazie a multimedialità e interattività, si dimostra ancora più efficace nel creare valore aggiunto.

Cosa ne dite? Secondo la vostra esperienza si può affermare che i bambini sono online?

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I Key Performance Indicators

I Key Performance Indicators


Web analysis Web Marketing

Ogniqualvolta viene pubblicata una campagna display, si effettua un’attività SEO di ottimizzazione, si fa pubblicità tramite il keyword advertising, si invia una newsletter o una DEM o si utilizza qualsiasi altra forma di promozione, è fondamentale stabilire se e quanto hanno avuto successo: ogni promozione infatti è un investimento, a cui deve corrispondere una crescita maggiore del costo sostenuto.

Quali risultati?

Molti responsabili marketing, ancora abituati all’offline, si limitano al massimo a valutare l’aumento delle vendite o tuttalpiù delle iscrizioni alla newsletter, senza tenere conto che molteplici valori possono essere presi in considerazione e possono influenzare il risultato.

indicatori chiave di successoUno dei maggiori vantaggi del web rispetto ai mercati offline è la misurabilità: è possibile misurare, calcolare e confrontare quasi tutto, fino al particolare singolo utente, privacy permettendo.
Molto spesso attività online che stentano a decollare dispongono di tutti gli ingredienti giusti, ma presentano degli ostacoli che ne impediscono il successo. Scoprire questi ostacoli è il primo passo necessario per poterli eliminare e liberare quindi il vero potenziale del sito.
Per ottenere dati affidabili su cui basare le proprie decisioni di business è necessario operare in modo scientifico. Il primo passo è stabilire dei KPI (Key Performance Indicators) che agiscano da parametri di riferimento obiettivi.

Definire i parametri dell’analisi

E’ chiaro che aumentare il traffico che atterra in home page è in generale un fattore positivo, ma l’aumento del traffico da solo non è un KPI, un indicatore chiave delle prestazioni. Se il traffico non implica la conversione in vendite, allora è necessario guardare oltre la superficie ed approfondire la riflessione. Gli indicatori di performance KPI devono essere legati al risultato del business, alle conversioni.

Un KPI potrebbe allora essere definito ad esempio come la percentuale di conversione della pagina degli acquisti, oppure il numero di utenti iscritti alla newsletter che visitano una determinata pagina con alcune offerte a loro riservate. Tali KPI sono basati su analisi differenziali (dagli attuali livelli di prestazione di cui ci si trova e in cui si desidera essere), che forniscono preziose informazioni sull’efficacia delle  campagne.

E’ chiaro che non è possibile stabilire a priori il miglior KPI, nè indicarne una lista esaustiva: la scelta dei KPI dipende dal particolare modello di business, e dalla strategia che si intende mettere in atto. Il miglior KPI è, di volta in volta, quello che fornisce il quadro più completo possibile della situazione, in funzione degli obiettivi che si intendono raggiungere.

Molteplici parametri possono essere presi in considerazione quando si definisce un KPI per la propria campagna:

  • il tempo trascorso su una pagina o complessivamente nel sito
  • il numero di pagine viste
  • la profondità della visita
  • le parole chiave o i siti referrer
  • la frequenza di rimbalzo
  • la recency degli utenti
  • il tasso di conversione della pagina di conferma
  • ecc…

Questi ed altri elementi permettono di creare degli indicatori per migliorare le prestazioni. Il reale valore dei KPI risiede nella capacità di rappresentare la situazione reale, di riassumere in un valore numerico l’efficacia complessiva di un’azione. Gestire il business senza questi dati è come guidare alla cieca, sperando di arrivare a destinazione in qualche modo: si è destinati a ripetere sempre gli stessi errori, di cui non ci si è resi conto, ottenendo sempre gli stessi risultati.

Fonti:

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I brand sono pronti per i Viral Video

I brand sono pronti per i Viral Video


Video adv Viral Marketing

Una ricerca effettuta da Feed Company, basata sulle interviste a 40 responsabili delle migliori agenzie di comunicazione americane tra l’1 agosto e il 12 settembre 2008, rileva quanto segue:

  • numero dei viral video realizzatii dirigenti delle agenzie intervistate affermano che il 72,1% dei loro clienti ha interesse ad integrare i viral video all’interno del loro piano di marketing, mentre il restante 27,9% lo è moderatamente.

Ben l’86% delle agenzie che hanno partecipato all’indagine,  ha infatti realizzato almeno un video virale nell’anno in corso.

I risultati ottenuti sembrano confermare l’atteggiamento positivo nei confronti di questa strategia di comunicazione: tra i brand che si sono affidati al viral video solo il 2,3% non ha ritenuto soddisfacenti i risultati raggiunti, contro il 32,6% che si dichiara “contento” e il 23,3% “molto contento.

Perchè il video virale funziona

Alla domanda di quale fosse considerato il maggior beneficio apportato dall’utilizzo dei viral video, le risposte sono state:

  • i bassi costi;
  • il brand engagement, ovvero il coinvolgimento dei consumatori nella vita del brand;
  • le visite esponenziali;
  • le ricerche online;
  • la capacità del brand di essere lungimirante.

Tra queste spicca l’aumento esponenziale delle visite, ritenuto dal 92,3% dei marketers intervistati il maggior beneficio raggiunto; considerato “very beneficial” anche dal 30,8% delle agenzie che ne hanno potuto constatare i risultati.

Il video, propagandosi come un virus per la Rete, incrementa la notorietà della marca (brand awareness). Una volta portati in maniera estremamente intelligente nuovi utenti sul proprio spazio, sarà però importante offrire loro qualcosa di interessante, che invogli a restare sul sito e a tornare in un secondo momento. Una tecnica che necessita quindi, più di qualsiasi altra, di essere integrata all’interno di un piano di comunicazione.

Convertire i visitatori in clienti

La landing page, ovvero la pagina di atterraggio dell’utente, ha quindi un ruolo decisivo per il raggiungimento dei risultati che il brand si prefigge. Più il video sarà inerente l’oggetto della pagina, più le offerte del brand assumeranno valore, rimanendo impresse nelle menti degli utenti e facendo risultare la marca originale, intraprendente e “simpatica”.

Secondo voi in Italia i brand sono pronti per il viral video o vivono ancora nell’incertezza del “sai quello che lasci, non sai quello che trovi”?

Ecco la presentazione integrale della ricerca, pubblicata su SlideShare:

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Di cosa abbiamo scritto nel 2008

Di cosa abbiamo scritto nel 2008


Blog

Il 2008 è finito da qualche giorno, ed è tempo di resoconti. E’ stato un anno interessante, che ha portato diverse novità nel nostro settore; ne riporto qualcuna senza pretesa di essere esaustivo:

  • la crescita dei social networks, in particolare l’esplosione di Facebook per quanto riguarda l’Italia;
  • i video, utilizzati e fruiti sempre più come forma di comunicazione online;
  • la continua crescita d’importanza dello user generated content;
  • il cambio di volto in casa Google, che nell’ultimo anno ci è sembrato sempre meno “don’t be evil” e sempre più “time to monetize“, con una nuovo approccio molto più apertamente commerciale.

Ma la novità maggiore degli ultimi sei mesi, che non si può ignorare, non è purtroppo una buona notizia: la crisi economica, a livello mondiale, sta deprimendo l’economia, e come sempre i primi a saltare sono gli investimenti, soprattutto quelli più innovativi. Anche noi nel nostro piccolo ci siamo accorti che qualcosa è cambiato. Eppure l’economia online è l’unica che non ha il segno meno davanti ai numeri della crescita, quindi con ottimismo e passione continuiamo per la nostra strada, cercando di trasmettere la nostra fiducia nel web a tutti gli imprenditori scettici che incontriamo.

E voi che ne pensate? Qual’è il bilancio dell’anno appena passato?

Di cosa abbiamo scritto

Da parte nostra, quest’anno abbiamo completamente rinnovato il blog, con una nuova veste grafica che dà molto più risalto ai contenuti e permette una migliore navigazione, con l’aggiunta di qualche feature social networking.
Per fare una foto a quanto scritto, ho preso spunto da un post letto nel blog di Dr_Who e ho generato con l’interessante Wordle una mappa di keywords a partire da tutti i post scritti in Online Marketing Blog nel 2008.
Ecco quello che ne è uscito (clicca sull’immagine per vederla ingrandita):

cosa abbiamo scritto in online marketing blog nel 2008

Abbiamo parlato tanto di Google (ovviamente), di web marketing e di video. Abbiamo puntato i riflettori sui contenuti, sulla ricerca ed sul social. Una buona fotografia dell’anno passato quindi, almeno dal nostro punto di vista.

Il nostro team cresce

Online Marketing Blog si è di recente arricchito di autori, Marco Pezzano è tornato a collaborare con noi, Flavia Cangini si è unita di recente con alcuni bei pezzi molto attuali, ed altri autori di tanto in tanto ci aiutano a sottoporvi del materiale interessante.

Gli iscritti ai feed ed i lettori sul web stanno d’altronde aumentando di mese in mese, segno che i contenuti sono apprezzati e viene voglia di tornare.
E i propositi per il 2009? Siamo alla ricerca di altre firme per OMB, vogliamo farlo ancora più ricco: autori cercansi! :-)

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Una tipica richiesta di scambio link

Una tipica richiesta di scambio link


Blog SEO

Quasi sempre i clienti per cui seguiamo il web marketing ci prendono come punto di riferimento per tutta la loro attività online, chiedendoci consiglio per qualsiasi decisione, anche se spesso si tratta piuttosto di decisioni di business piuttosto che scelte operative.

Scambio LinkIn particolar modo in merito a questioni che hanno a che fare con proposte di terzi ci viene quasi sempre richiesto l’intervento, in quanto, grazie all’esperienza specifica, siamo meglio in grado di valutarne la convenienza.
Ci troviamo in questi casi a dover gestire vere e proprie negoziazioni “per conto di”, ed a volte i risultati possono essere anche comici, specie quando abbiamo a che fare con la classica richiesta di scambio link.

Ecco un esempio di pochi giorni fa…

Mail di contatto iniziale (inviata al cliente)

Buongiorno,

sono il webmaster del sito www.xxxx.com. Vorrei effettuare scambi di links con www.yyyy.com ed eventualmente  altri vostri siti per poter migliorare l’indicizzazione del nostro network nei motori di ricerca. Oltre a www.xxxx.com gestisco anche altri siti di altre tematiche e in varie lingue.

Se siete interessati ad effettuare uno scambio di link vi prego di contattarmi a questo indirizzo: webmaster@xxxx.com

Cordialmente, Mario Rossi

Il cliente ci gira la mail, e noi rispondiamo in sua vece.

Nostra mail di risposta

Gentile Mario,

seguiamo la promozione del sito yyyy.com Purtroppo il sito xxxx.com risulta molto debole (se non addirittura penalizzato) rispetto a yyyy.com e agli altri siti che gestiamo, quindi al momento non possiamo considerare la possibilità di  uno scambio. Se lo desidera ci mandi una lista degli altri siti disponibili nel suo network e valuteremo la possibilità di scambi reciprocamente vantaggiosi e “Google Safe”.

Cordiali saluti e grazie

Il webmaster cade dalle nuvole e scrive a breve giro, stupito ma forse anche un po’ seccato, chiedendo spiegazioni

Controrisposta del webmaster Mario Rossi

Caro collega…

Non capisco perchè dici che il sito xxxx.com è “debole”, visto che è un pr=4 nella homepage e tutte le pagine interne sono pr=3 e linkate dalla homepage. Inoltre xxxx.com ha anche circa il doppio dei backlinks unici rispetto a yyyy.com…

Quali sono i parametri secondo i quali valuti il valore SEO del sito?

Cortesemente, rispondiamo alla domanda con argomentazioni pertinenti.

Nostra controrisposta al webmaster

Gentile Mario,

qualche mia vecchia conoscenza risponderebbe “la consulenza si paga” ma tra colleghi invece è bello discutere di queste cose :-)
Il pagerank non lo guardo neppure più, la quantità di link in ingresso meno ancora, guardo soltanto i concreti posizionamenti sulle keyword (competitive e non) e le possibilità di crescita che ha il sito nel tempo (quando viene curato, se è nato per durare ecc…).

Al momento, pur trattandosi di un sito esistente da anni, anche testandolo su brevi frasi prese qua e là dai titoli e dai contenuti delle pagine, non risulta posizionato o lo è con un ranking inferiore ad altri siti, la cosa indica una certa debolezza del sito o addirittura una penalizzazione (nel caso specifico propendo per la seconda ipotesi).

Un saluto e a presto

Abbiamo voluto riportare questa recente “conversazione” che riteniamo più istruttiva di molti post, non credo servano ulteriori commenti :-P

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Social network professionali: Link2me

Social network professionali: Link2me


Comunicazione

logo social networkOrmai nessuno che lavori nel campo del web marketing sottovaluta il potenziale dei social networks. Sulla scia del successo di alcuni noti come LinkedIn, Xing, Facebook, vediamo nascere ogni giorno iniziative “social” più o meno brillanti.

Il campo si fa affollato e la competizione cresce. E’ difficile (e anche non troppo utile) aprire ora un social network generalista, dal momento che il punto critico è proprio riuscire a distinguersi dalla massa, offrendo un vantaggio concreto: ne abbiamo tutti abbastanza dei form da compilare, non vogliamo un altro (ennesimo) profilo.

A mio parere (supportato da pareri di nomi più illustri ;-) ) per riuscire è necessario avere le idee chiare e focalizzarsi in un ambito specifico.

logo link2mePer fortuna in molti l’hanno già capito, e anche in Italia ci sono alcuni begli esempi di successo. Vogliamo segnalare un social network nato da poco e dedicato ai professionisti del mondo della comunicazione: www.link2me.it. E’ online da circa un anno e si propone come punto di riferimento per i consulenti del settore, utile per trovare nuove opportunità lavorative, condividere le proprie competenze e mettere in piedi progetti collaborativi.

La caratteristica maggiormente interessante del portale è il marketplace: qui i potenziali clienti possono pubblicare richieste e bandi di gara, e i professionisti possono a loro volta candidarsi per i vari progetti, costituendo anche, in caso, delle cordate per progetti più complessi.

Di recente ho conosciuto Jacopo Modesti, creatore del progetto Link2me, e ho pensato di fare cosa utile segnalando questo suo interessante progetto ai lettori del nostro Online Marketing Blog. L’idea può essere utile non solo per connettere gli operatori del settore, ma anche, grazie al citato marketplace, a raggiungere clienti e “formare il mercato”, con una informazione chiara e condivisa sui prezzi e sui requisiti di qualità richiesti dai progetti.

A discapito di quanti pensano di guadagnare sfruttando il fatto che Internet è ancora un mezzo (purtroppo) poco conosciuto da parte di molte aziende, e fare soldi sulla disinformazione. Auspico che progetti come questo ci aiutino a creare un mercato migliore, più consapevole e genuinamente competitivo.

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Pratiche SEO da abbandonare nel 2009: link bombing

Pratiche SEO da abbandonare nel 2009: link bombing


SEO

Vintage SEOQualche settimana fa online-marketing.it pubblicò un post che riscosse particolare interesse e partecipazione: lo scopo era quello di innescare un dibattito e cercare di individuare (sulla base dell’esperienza e del buon senso) quali fossero i parametri di cui oggi Google tiene conto, e ai quali verosimilmente darà sempre maggiore importanza, ai fini del successo di un sito nelle SERP, nei mesi che verranno.

Visto l’interesse riscosso, diamo spazio al primo di una serie di articoli  dedicati alle pratiche SEO ancora molto in uso ma  che dovrebbero essere abbandonate (e da tempo) in quanto ormai individuate e definitivamente invise a Google; vedremo quante e quali sono le tecniche obsolete (inutili se non dannose) ancora utilizzate da molte web e sem agency.

In questo primo articolo parleremo di link bombing.

Link bombing

Disseminare la rete di  link in cui viene utilizzato in modo ripetitivo lo stesso anchor text (es. il classico “hotel [località]“) si dimostra rischioso sia per il sito che dona i link che per quello che li riceve, infatti il proliferare innaturale di link tutti uguali verso uno stesso sito può determinare la penalizzazione del sito donante e, in alcuni casi, anche di quello ricevente.

I fattori che accendono i riflettori di Google come possibile caso di “bombing” sono:

  1. l’incremento improvviso e repentino del numero dei link e ricorrenza eccessiva dello stesso anchor text;
  2. la ripetizione innaturale del link all’interno di più pagine dello stesso sito;
  3. la presenza diffusa di link su siti off-topic (specie se abbinata all’anchor text sospetto);
  4. la presenza all’interno di circuiti di article marketing e comunicati stampa già sospettati di essere soltanto un pretesto ai fini della link popularity.

Singolarmente ognuno di questi fattori rappresenta un indizio importante, ma la presenza concomitante di due o più tra essi è ancora più significativa.

Le penalizzazioni per chi beneficia dei link

Se i siti o le pagine donanti sono considerati di scarsa importanza e “pretestuosi” (cioè nati allo scopo prevalente di spingere altri siti nelle SERP), nel giro di qualche tempo il sito ricevente  ha molte probabilità di essere penalizzato e scomparire dai risultati con la maggior parte delle chiavi di ricerca.

Sulla base dei vari casi osservati forse sarebbe più corretto non considerare questo fenomeno come una vera e propria penalizzazione, quanto piuttosto una pesante correzione verso il basso dopo un’iniziale sopravvalutazione del ranking dei siti beneficiari di questi link di scarso valore.

Se al contrario il sito donante è ritenuto valido e degno di fiducia, il sito ricevente non subisce drastiche conseguenze nel ranking. Semmai è proprio il sito donante a subire la cosiddetta “penalizzazione” del pagerank per sospetta vendita di link popularity (il  decremento della barretta verde, puramente antiestetico e senza altre conseguenze). Non è chiaro se i link in questione continuino a funzionare come nel periodo precedente alla loro individuazione.

-50, -60…

In ogni caso se l’attività di “link bombing” è stata particolarmente insistente (cioè prolungata nel tempo, intensa e focalizzata sugli stessi anchor text) il sito beneficiario vede spesso una penalizzazione “-50″ (o superiore) nelle posizioni, per un periodo che di solito va dai 45 ai 90 giorni, poi nelle SERP tutto torna alla normalità (salvo qualche variazione fisiologica) a patto che l’attività di “bombing” nel frattempo si sia interrotta.

Ad essere colpite sono tipicamente le pagine interne e non la homepage: forse possiamo spiegare questa particolarità con il fatto che l’abbinamento bombing + deep linking risulta più sospetto e innaturale del semplice bombing sulla home (tipicamente la pagina di un sito che riceve la maggior quantità di link in ingresso), inoltre possiamo anche supporre che Google ritenga che bannare la home page di un sito sia una penalizzazione eccessivamente gravosa per essere comminata sulla base di un semplice sospetto (perchè, diciamolo, Google certezze non ne può avere e…spesso sbaglia).

Penalizzazioni per chi inserisce i link

Anche in questo caso dobbiamo distinguere tra siti “trusted” o “trustable” (degni di fiducia) e siti che non lo sono:

  • nel primo caso assistiamo all’abbassamento della “barretta verde” del pagerank (come indicato nell’ultimo punto del paragrafo precedente);
  • mentre quando abbiamo a che fare con un sito considerato “pretestuoso” o di scarso valore (pensiamo alla classica directory/link farm o all’oramai altrettanto tipico sito  di “comunicati stampa & article marketing” con secondi fini) quest’ultimo rischia la scomparsa dalle SERP (mentre il sito beneficiario può perdere diverse posizioni, come già precisato nel primo punto del paragrafo precedente).

Dato che è in corso un evidente giro di vite da parte di Google, come possiamo oggi sviluppare correttamente la link popularity?

In teoria non dobbiamo: per Google infatti le attività di scambio, compravendita e persino donazione di link ai fini del posizionamento non sono accettabili e da considerarsi alla stregua del doping sportivo. In sintesi  i link “buoni” e al di sopra di ogni sospetto dovrebbero:

  • provenire da siti a tema,
  • provenire da siti “trusted”,
  • essere frutto di citazioni spontanee.

In pratica tutto si può fare (anzi il SEO specialist che opera in ambiti competitivi al momento non dovrebbe tirarsi indietro) ma le parole d’ordine per lo sviluppo di una corretta e “spontanea” link popularity sono inventiva, recensione, citazione e… moderazione :P

Ne consegue che la link popularity è sempre fondamentale ma  molto più difficile  da ottenere e che i tempi si allungano. Tuttavia possiamo consolarci pensando che la quantità non è più così importante (anzi, come abbiamo visto, rischia di essere dannosa) e che molto spesso, uno o due link “giusti” sono sufficienti a muovere i primi passi nelle SERP anche per un sito del tutto nuovo… purchè sia stato progettato nel modo corretto e il SEO specialist abbia ben chiaro che Google non è più quello di un tempo.

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