Archivio | dicembre, 2008

I bambini seguono spot tv e pubblicità

I bambini seguono spot tv e pubblicità


Comunicazione

bambini al computerIn America il 46% dei bambini di età compresa tra i 6 e gli 11 anni ha visitato un sito web per reperire maggiori informazioni rispetto un prodotto visto in spot televisivi o annunci pubblicitari. La ricerca di informazioni in risposta a pubblicità offline cresce all’aumentare dell’età dei giovani consumatori: su 10,7 milioni di bambini, il 26,5% ha 6-7 anni, il 33,3% 8-9 anni e il 40,2% 10-11 anni. A rivelarlo è un’indagine condotta da Mediamark Research (MRI).

Un comportamento, quello sopra descritto, che si riscontra solitamente nei bambini abituati ad utilizzare la Rete: il 48% di loro naviga infatti su Internet quotidianamente, il 41% ha un personale indirizzo e-mail e il 40% negli ultimi 30 giorni ha usato un servizio di Instant Messenger.

2008-american-kids-studyAnnie Marie Kelly, vice presidente del MRI, sottolinea come i giovani siano più sensibili agli inviti dei pubblicitari che propongono di visitare il sito del brand e di come i marketers dovrebbero prendere atto di questa loro inclinazione e “farne tesoro”.

Dell’utilità di un marketing mix diversificato, online e offline, capace di attirare utenti nel proprio sito, ha parlato anche Federico in un suo post recente.  Questa ricerca avvalora ulteriormente le sue parole, sottolineando come i bambini siano più reattivi degli adulti agli inviti che provengono dalla comunicazione offline e sollecitano approfondimenti nel mondo online.

La ricerca è stata svolta in America, paese decisamente evoluto in settori come tecnologia e connessione e per questo spesso anticipatore di tendenze. Il ruolo che le informazioni on-line andranno ad assumere si suppone quindi sarà sempre più rilevante. I bambini di oggi sono gli adulti di domani. Se già da piccoli maturano questo comportamento, col tempo non potranno che rafforzarlo e farne un’abitudine, anche senza l’invito formale dei pubblicitari.

Atteggiamento che nasce anche in risposta ai diversi bisogni che le due comunicazioni soddisfano: spesso la pubblicità offline riesce solo ad attirare l’attenzione del consumatore, mentre è online che l’utente trova informazioni utili per prendere decisioni (discorso che accenno solamente in quanto merita un post specifico).

E a voi? Quante volte è capitato di andare su Internet a cercare maggiori informazioni rispetto un prodotto di cui avevate visto o sentito un annuncio su tv, radio e giornali? E i vostri figli come si comportano?

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Facebook Connect su Online Marketing Blog

Facebook Connect su Online Marketing Blog


Blog Social Media Marketing

Qualche giorno fa avevamo affrontato con Flavia l’argomento data portability, ricavandone degli spunti di discussione interessanti, soprattutto in tema di piattaforme proprietarie vs piattaforme open source.

OMB ConnectQuale che sia l’opinione di chi ci legge in proposito, abbiamo deciso di sperimentare una di queste soluzioni proprio qui su Online-Marketing.it: abbiamo infatti installato un nuovo plugin che permette di integrare alcune interessanti funzioni di Facebook all’interno del blog, e ha dei risvolti potenzialmente virali da non sottovalutare, a nostro giudizio.

Il plugin è stato sviluppato da Javier Reyes di Sociable!, e si propone come l’alternativa più completa tra i plugin per blog basati su WordPress in quanto a integrazione col social network e funzionalità.

Tutto comincia con la registrazione a OMB Connect (così abbiamo chiamato questo esperimento) usando i propri dati di accesso a Facebook: a questo punto la nostra visita verrà loggata e lo stesso avverrà per i nostri commenti ai post, che potremo vedere riportati in una sorta di profilo che viene creato per tutti gli iscritti. Fin qui, nulla che non assomigli molto ad altri plugin come quello di MyBlogLog, se non che, come è facile intuire, gli iscritti a Facebook sono molti di più degli iscritti a MyBlogLog.

Quello che ci ha spinto a fare un test con Facebook Connect, e con questo plugin in particolare, è l’alto potenziale di diffusione virale dei contenuti del blog che questo offre: quando un utente commenta un articolo, infatti, di default è attivata un’opzione che ne permette la pubblicazione anche sul suo profilo Facebook sotto forma di news (scegliendo tra le tre modalità di visualizzazione: una riga, breve o completa) e da qui sul feed di tutti i suoi amici, consentendo un’ampia esposizione del brand OMB, oltre ad aumentare il bacino dei potenziali lettori e partecipanti. In sostanza, il plugin permette di sfruttare la sofisticata architettura di Facebook, ovvero ciò che ne ha fatto la fortuna convincendo milioni di utenti ad iscriversi e a inserire generosamente innumerevoli contenuti, favorendo massicciamente il passaparola.

OMB Connect: come funziona

Per entrare a far parte di OMB Connect basta quindi avere un account Facebook e fare login (se già non lo si è fatto su www.facebook.com) nello spazio che abbiamo riservato nella barra laterale di Online-Marketing.it. Quando commentate un post lasciate che il vostro contributo venga condiviso sul vostro profilo Facebook e dia lo spunto ad altri per continuare la discussione: testeremo insieme un nuovo modo di fare social media marketing!

[EDIT] Dopo qualche giorno di sperimentazione abbiamo riscontrato qualche piccolo bug nel plugin. Il suo sviluppatore però rilascia con costanza aggiornamenti per risolverli: se incappate in qualcosa che non va portate pazienza, cercheremo di aggiornarlo sempre all’ultima versione.

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I marketers non sono interessati ai social network

I marketers non sono interessati ai social network


Social Media Marketing

social network chartAnche chi non usa abitualmente la Rete ha sentito parlare almeno una volta di Myspace e Facebook (quest’ultimo in Italia ha fatto registrare un notevolissimo +961% di traffico nel corso degli ultimi 12 mesi). Due social network che, permettendo agli iscritti di entrare in relazione e condividere ogni genere di contenuto, hanno ottenuto altissima risonanza.

Ma cosa pensano gli uomini di marketing dei social network?

Possono essere un valido strumento da implementare all’interno del communication mix di un brand?

I marketers non sono interessati

L’indagine condotta da Epsilon lo scorso ottobre rileva che il 55% dei CMO, Chief Marketing Officers, afferma di non essere interessato (22%) o di non essere per niente interessato (33%) a questo social media, mentre solo il 10% degli intervistati ha risposto di utilizzare i social network per promuovere il brand per cui lavora.

D’altro canto però il 27% dei CMOs riconoscono nei social network e nel passaparola un grande potenziale comunicativo e il 12% di coloro che già ne fanno uso affermano essere l’ultimo mezzo cui rinuncerebbero in vista di tagli al budget.

Il social è troppo complesso?

Viene quindi da pensare che il basso utilizzo di questo media nella promozione dei brand sia legato ad una iniziale difficoltà d’impiego del mezzo.

Dumb marketerEsistono sostanzialmente due modalità di utilizzo dei social network. La prima, più scontata, sfrutta le pagine altamente profilate degli iscritti per far apparire a fianco dei contenuti link sponsorizzati e banner, trasferendo il tradizionale sistema pubblicitario delle inserzioni sul web. La seconda, viceversa, consiste nel far proprie logiche e potenzialità del mezzo facendo leva sulla viralità dei contenuti e le infinite possibili connessioni tra utenti.

Per sfruttare le alte capacità relazionali del mezzo è indispensabile seguire la seconda strada. Un percorso ancora poco battuto, che se da una parte è aperto alle più fantasiose strategie dei markettari, dall’altra richiede notevoli capacità comunicative e relazionali. Saper incuriosire e coinvolgere utenti impegnati in “conversazioni” coi propri “amici” è un’attività piuttosto complessa.

Tornando alla ricerca, i CMOs intervistati sostengono preferire social media come

  • internet forums (52%),
  • webcasts e podcasts (47%),
  • blogs (37%),
  • webinars (52%),
  • ed email (47%),

attribuendo nello specifico a quest’ultimo canale buone capacità di generare profitto.

Guardando al futuro sono però certa che i social network, in particolare quelli tematici, attireranno sempre maggiori investimenti pubblicitari. Un territorio ancora in evoluzione, che riuscirà a conquistare un posto all’interno dei piani di comunicazione dei brand.

Voi cosa ne pensate?

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Il Display advertising spinge il Search

Il Display advertising spinge il Search


Web Marketing

Una recente ricerca, condotta e pubblicata da Specific Media, ha dimostrato, sulla base di dati effettivi e reali, che il display advertising aumenta di molto l’efficacia del search marketing. In altre parole, la combinazione tra banner display ed altre forme di brand advertising spinge le attività sui motori di ricerca, che siano keyword advertising o puro posizionamento nei risultati naturali. L’effetto di amplificazione delle campagne display sul search marketing è stato stimato mediamente (i dati si riferiscono ad un anno di campagne, misurate con strumenti Comscore) intorno al +155%. Ciò significa che investire sia in search marketing sia in display advertising garantisce migliori risultati rispetto al mero investimento nei motori.

Il risultato varia soprattutto in funzione del settore merceologico, ma in generale l’effetto combinato di strumenti differenti è in ogni caso marcatamente positivo. marketing pr advertising brandingEcco qualche dato specifico per settori:

  • turismo +274%
  • salute +260%
  • servizi finanzari +206%
  • auto e motori +144%
  • news +144%
  • immobiliare +125%

Leggi l’articolo completo

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Reputazione Online: quanto conta?

Reputazione Online: quanto conta?


Comunicazione

Le opinioni espresse e pubblicate dagli utenti in rete influenzano le scelte degli altri navigatori, e spesso in modo determinante.

Questa affermazione, scontata per gli addetti ai lavori, spesso coglie di sorpresa chi non ha mai riflettuto su fino a che punto i contenuti reperibili in rete forniscano un’immagine di noi, della nostra azienda e dei prodotti o servizi che quest’ultima offre.

La rete parla di noi anche se non lo sappiamo o non lo vogliamo: infatti internet offre un enorme quantità di informazioni costantemente aggiornate, e quanto pubblicato rimane nel tempo, reperibile a chiunque sia interessato a quei dati. Nella rete commenti e opinioni sono oggetto di confronto tra gli utenti/consumatori anche a distanza di tempo dall’iniziale pubblicazione.

Secondo una recente ricerca avviata da Rubicon Consulting le recensioni online e i commenti dei navigatori, spesso sottovalutati da chi si occupa di marketing, sono secondi soltanto al passaparola quanto a capacità di influire sulle scelte di acquisto dei consumatori.

L’importanza del monitoraggio dell’immagine che emerge dalla rete è stata l’argomento del mio speech al Rimini Web Marketing Event, quindi oggi ho pensato di condividere con i lettori di Online Marketing la presentazione confezionata per l’occasione: visto il contesto che ci ospitava (la fiera SIA Guest) avevo centrato la relazione sul mondo del turismo e dell’ospitalità alberghiera, rimanendo sorpreso dalla curiosità  e dal dibattito che l’argomento suscitò tra gli albergatori presenti.

Quante volte nella scelta di un hotel o di villaggio vacanza  abbiamo basato la nostra scelta sui “consigli” di chi vi era già stato e ha raccontato le proprie impressioni in rete? Io moltissime…anche se chiaramente i parametri a cui dare valore (es. prezzo, comfort,  qualità del cibo, distanza dal mare o dal centro…) cambiano di volta in volta in base allo scopo del soggiorno (es. lavoro o vacanza? Quale durata?)

Purtroppo molte aziende oggi ancora trascurano l’importanza delle community online perchè si fermano all’apparenza e valutano come solo un piccola percentuale degli utenti internet partecipi attivamente ad esse, così facendo tuttavia dimenticano che la maggior parte dei navigatori è composta da spettatori piuttosto che da attori e che in realtà chi attraversa la rete consulta sempre più spesso (sia direttamente, sia indirettamente, grazie ai motori di ricerca) forum, blog e newsgroup per ricavare informazioni che ritiene utili, anzi, determinanti (come appunto dimostrano la ricerca appena citata e le altre segnalate nella presentazione)

Sempre a proposito della ricerca Rubicon Consulting segnalo anche le interessanti considerazioni pubblicate da Marketing Vox

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Yalp! Pronti per la web tv?

Yalp! Pronti per la web tv?


Comunicazione Video adv

La settimana scorsa sono stato invitato da Digital PR ad un incontro con il team di Yalp!, il progetto per la web tv di Telecom Italia. Si è trattato di un incontro informale con alcuni blogger, durante il quale ho avuto il piacere di conoscere di persona, tra gli altri, Marco, Francesca, Luigi, Marco. Purtroppo vivendo e lavorando da Amsterdam spesso sono fisicamente lontano dal mercato italiano, e mi riesce difficile essere presente a questo tipo di appuntamenti. Molto spesso ho contatti e conosco le persone solo “virtualmente”.

Anche per questo ho apprezzato la serata a Milano; con un bicchiere di vino ed un buon risotto abbiamo potuto discutere del mercato italiano dei video e della web tv. E’ stata una serata piacevole e dagli spunti interessanti, speriamo di poter ripetere!

Di recente anche in questo blog abbiamo parlato molto di video online, cercando di delineare un futuro per questo mezzo di comunicazione che non cessa di aumentare di valore online. Tutte le stime sembrano infatti positive, e nascono ogni giorno progetti basati su formati video, dai social network ai video blog editoriali. eMarketer ancora una volta scommette sui video, non smentendo quanto già annunciato altre volte: la previsione è una reach in aumento (fonte: eMarketer, mercato USA), fino a raggiungere la grande maggioranza dell’intera popolazione internet nel giro di quattro anni.

Più utenti sono abituati a fruire dei video online, più cresce la domanda e quindi il business.

Ma quali contenuti?

Una critica spesso mossa al modello YouTube è l’incapacità di andare oltre al modello del video virale da 30 secondi: i video sono contenuti consumati come passatempo, e quasi sempre mal si prestano ad essere utilizzati per altri scopi, come di recente faceva notare Fabio.

Il problema è il mezzo o il contenuto?

A mio parere siamo in un periodo di transizione i video online sono un prodotto ancora immaturo: fanno scalpore per i grandi numeri, ma questi numeri sono dovuti più che altro alle enormi possibilità del mezzo di comunicazione (Internet) ed alle meccaniche virali che ne permettono una diffusione a volte incredibile. Oltre a questo però, il famoso User Generated Content, almeno per quanto riguarda i video ed a parte felici eccezioni, si rivela spesso privo di (perdonate il gioco di parole) contenuti. Comunicare per comunicare, ma se non si ha nulla da dire?

Sono stati caricati milioni di video in YouTube e nelle altre piattaforme, ma quali di questi meritano veramente di essere visti? Quali possono attrarre un grande pubblico, per quali di questi saremmo disposti a pagare?

Il futuro è editoriale

Il futuro del video è necessariamente editoriale: contenuti di qualità, selezionati e proposti da una redazione. Oltre alla qualità del contenuto, bisogna infatti anche prendere in considerazione il fattore scelta: la maggior parte di noi è abituata alla televisione, che si può guardare in modo totalmente passivo, non richiede quasi alcuno sforzo (se non quello di cambiare canale – o spegnere – quando si è stufi).

Questa preferenza per la non-scelta è di fatto confermato dalle stesse statistiche di YouTube: i video più visti sono sempre quelli che si trovano in home page o nella pagina dei consigli. Il fare una scelta implica uno sforzo, e quindi un costo da sostenere. Se mi propongono qualcosa, lo accetto volentieri.

Anche oltre oceano nascono progetti in questo senso, cito ad esempio Hulu, che propone online in streaming (di buona qualità) show, film e note serie americane (NdR: è necessario utilizzare un proxy per usufruire dei contenuti se non si risiede in USA).

PS: all’incontro con Yalp! ho peraltro scoperto il canale Bonsai, da vedere. :-D

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Facebook Connect e il data portability

Facebook Connect e il data portability


Comunicazione Software

Data PortabilityStanchi di dover effettuare un login ogni volta che accedete a un sito e di dover mantenere diverse identità sparse per la Rete?

Credo di parlare a nome di tutti rispondendo con un deciso “sì”.

Il problema del data portability, ovvero la possibilità di essere sempre accompagnati durante la navigazione dalla propria identità e dai propri contatti, è un grattacapo che accomuna tutti i “grandi” della Rete che attraverso applicazioni come Google Friend Connect, OpenID, Open Social e Data Portability hanno cercato di trovare la propria soluzione.

Questa volta a provarci è Facebook col suo Facebook Connect.

Per un navigatore loggarsi ovunque con lo stesso id, in questo caso quello di Facebook, significa risparmiare tempo, gestire un’unica identità sul web e condividere con i propri contatti le azioni compiute anche al di fuori del social network.

Perchè questo si verifichi realmente bisognerebbe però che tutti i siti, o almeno i più importanti, offrissero ai visitatori la possibilità di loggarsi con il proprio profilo Facebook. Per il momento i siti con cui FB ha stretto accordi sono una trentina, tra cui Twitter, Digg, Disney e StumbleUpon, ma si prevede aumenteranno a breve,  anche grazie alle segnalazioni degli utenti ai siti da loro più frequentati.

Vista la concorrenza, Google e MySpace primi tra tutti, non credo sarà però possibile arrivare a una base sufficientemente ampia di siti, capace di soddisfare il bisogno dell’utente di cui parlavo a inizio post: quindi non si tratta di una vera risposta al problema, ma di un palliativo, al quale non è estraneo l’obiettivo di un probabile aumento del fatturato di Facebook.

Come avrete capito dai toni del mio intervento non ritengo che questo sia il giusto sistema per ovviare al problema del data portability: una soluzione infatti esiste già ed è Open Id, un sistema che permette di riconoscere gli individui utilizzando la stessa struttura tecnologica che viene impiegata per identificare i siti.

Un’applicazione non  proprietaria, nata da una comunità open source nella quale, come da citazione nel sito

today, anyone can choose to be an OpenID user or an OpenID Provider for free without having to register or be approved by any organization.

Un sistema quindi che permette ad ogni utente di possedere il proprio profilo evitando perdite di tempo e discrepanze tra profili, ma che al contempo garantisce una navigazione libera su ogni social media senza, ad esempio, obbligare l’utente a portare con sè gruppi di amici profilati.

Una tecnologia incentrata sugli individui e non su big players come Google e Facebook, che continuano a non aderire e a tentare, al contrario, di imporre la supremazia dei propri sistemi (naturalmente gli interessi economici in questa partita sono ingenti).

Penso che su questioni centrali come questa un sistema free e open source come Open Id sia senz’altro lo standard a cui tutti dovrebbero adeguarsi…cosa ne pensate?  La mia è utopia?

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Cambiamenti al Quality Score

Cambiamenti al Quality Score


You need to a flashplayer enabled browser to view this YouTube video

Un video di Google che spiega le recenti modifiche al Quality Score di AdWords e come queste influenzino i risultati.

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I nuovi fattori di successo nel posizionamento

I nuovi fattori di successo nel posizionamento


SEO

Abbiamo affrontato il tema in più occasioni: è risaputo che Google dà estrema importanza ai link in ingresso verso un sito, pertanto la capacità di “costruire” link popularity è ancora uno degli strumenti più efficaci a disposizione dei SEO specialist (se non il più efficace).

D’altra parte nel corso degli ultimi due anni, resosi conto di essere vulnerabile nei confronti delle tecniche SEO di link building, Google ha cercato di correre ai ripari introducendo dei filtri sempre più precisi nell’individuare e premiare la spontaneità dei link (crescita lenta, non reciprocità, tematicità, posizione nella pagina, sanzione della compravendita etc. etc.).

Questa situazione ha portato addirittura ad ipotizzare che le “link building companies” siano destinate ad essere considerate black hat SEOs, e alcuni oggi sostengono che il SEO specialist dovrà necessariamente trasformarsi in un seo/copywriter/pr in grado di attrarre link spontanei soltanto grazie alla qualità dei contenuti e delle iniziative proposte.

Per quanto i contenuti siano cosa buona e giusta, altri specialisti non si rassegnano e ritengono che (purtroppo o per fortuna) ancora oggi sia possibile simulare la spontaneità ad un costo inferiore a quello dell’attività di digital pr. Credo che Google la pensi come loro e che quindi stia correndo ai ripari cercando soluzioni più efficaci dello spauracchio della penalizzazione :) : immagino sia lecito chiedersi quali saranno i fattori di successo, meno influenzabili da SEO & affini, che verranno affiancati alla link popularity per stemperarne il peso eccessivo.

Siamo tutti d’accordo sul fatto che il monitoraggio del comportamento dell’utente all’interno di un sito e delle pagine sarà determinante nel discriminare i siti buoni da quelli meno buoni, ma c’è molta meno sicurezza nell’indicare

  1. come fa/farà Google a misurare questi comportamenti
  2. quali siano i comportamenti a cui dà/darà maggior peso

Proviamo quindi a fare qualche ipotesi (realistica)

Possibili strumenti e occasioni di monitoraggio

  • Google Toolbar
  • presenza di Adsense nel sito (ormai onnipresente)
  • presenza del codice di Google Analytics
  • acquisizione di altri network e utilizzo dei dati acquisiti (thanks Alessio )

Tutti questi tool consentono in via teorica (e probabilmente già anche in pratica) di monitorare esattamente gli spostamenti dell’utente dalla SERP (Search Engine Result Page) al sito e viceversa, inoltre permettono il tracciamento delle azioni intraprese dai navigatori all’interno del sito stesso.

Il monitoraggio dei click nei risultati di ricerca (evidente nelle statistiche dei Google Webmaster Tools) avviene tramite Javascript, infatti accanto al link presente in ogni risultato troviamo puntualmente un evento “onMouseDown”.

Se a questi fattori aggiungiamo che la maggior parte di noi naviga in rete mentre si trova loggata in un Google account, il quadro è completo…infatti Google ha “risolto” da tempo il problema etico dei Cookie di terze parti :)

Comportamenti da monitorare e valutare

Moltissimi, troppi per elencarli tutti, ma mettendoci per un attimo nei panni di Google… a cosa daremmo valore?

Tempo di permanenza? Page Views? Bounce Rate?

Certo, tutti questi fattori sono indicativi, però sul bounce rate ci sarebbe molto da dire: non sempre infatti un’elevata percentuale di rimbalzo rappresenta un fattore negativo (questa osservazione merita un post apposito quindi non approfondirò la questione in questa sede).

Forse dovremmo andare oltre e pensare a qualcosa di meno scontato: dalle mie occasionali chiacchierate SEO con Piersante e Luca , è emersa l’opinione condivisa che un aspetto del comportamento del navigatore da tenere d’occhio è senz’altro il “tasso di ritorno sulla SERP” (termine che mi sono appena inventato in questo momento per un comportamento che non saprei definire in altro modo :) ) .

Il tasso di ritorno sulla SERP indica infatti il comportamento dell’utente che, una volta cliccato su un risultato e non ritenutolo soddisfacente, torna alla lista dei risultati di Google da cui proveniva per cercare un’alternativa: al momento  non ci è dato sapere se google ne tenga conto, ma sicuramente questo dato rappresenterebbe una delle informazioni più significative sulla qualità di un sito dal punto di vista del navigatore.

A questo punto però mi interessa conoscere l’opinione di chi ci legge: quali sono secondo voi i fattori che Google dovrebbe considerare per fornire delle SERP più veritiere?

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