Qualche giorno fa, sul sito del Corriere della Sera appariva la notizia della conferma della sentenza che in Belgio ha imposto a Google di escludere dagli indici i risultati relativi ai siti di alcuni noti giornali (che avevano fatto causa) e pubblicare quindi il testo della sentenza nella pagina principale di Google.be e Google News.be .
La notizia è di tale portata che anche nel blog ufficiale di Google si è voluto esporre i fatti (senza commenti espliciti – ma nemmeno troppo velati
– visto che si attende ancora la sentenza definitiva all’appello di Mountain View).
Non voglio soffermarmi sulle questioni legali legate all’utilizzo o meno del copyright (i motori di ricerca mostrano in chiaro una piccola porzione dei contenuti dei siti che indicizzano, anche se questo è coperto dai diritti d’autore), ma a mio parere questa sentenza decreta la sconfitta (per il momento) di chi innova e propone nuovi modelli di conoscenza condivisa, contro chi invece si limita a proteggere a tutti i costi i propri privilegi ed il proprio modo di intendere il valore della conoscenza.
La storia ha già mostrato più volte (si pensi alla chiusura di Napster, resa inutile dalla nascita di molte altre reti di condivisione, o al contrario al successo di modelli di valore condiviso come dmoz o wikipedia, per non parlare di tutto il mondo open source) che il modello protezionista è sempre fallito rispetto alle attività che puntano ad aumentare il valore delle risorse, condivise e fruttose. Solo questione di tempo.
Qualche tempo fa i 
I motori di ricerca, e Google in particolare, hanno cambiato il nostro modo di avere a che fare con il computer. E ora faranno lo stesso anche con il resto della nostra vita.


